Inside PragaPerché la Cechia si sta allontanando dal gruppo di Visegrad

Il governo di Petr Fiala sembra intenzionato a spostare il proprio baricentro politico verso l’Unione europea: non è più in linea con i populismi di Ungheria e Polonia, ma è anche più distante da Cina e Russia e ha scelto una politica energetica più verde. E da luglio inizia il semestre alla guida del Consiglio Ue, sul quale l’esecutivo punta molto

AP/Lapresse

Una banda con spartiti diversi. «L’Ungheria e la Polonia sono oggi in una seria disputa con il resto dell’Unione europea, mentre Repubblica Ceca e Slovacchia non suonano le stesse note». Parole e musica del ministro per gli Affari europei di Praga, Mikuláš Bek, espresse durante un’intervista al quotidiano ceco Hospodářské noviny.

Il dato che ne emerge sembra incontrovertibile: il gruppo di Visegrad è in crisi. «Non bisogna essere sorpresi: le elezioni hanno mutato il quadro politico all’interno del gruppo, con Ungheria e Polonia che già guardano alle prossime elezioni nazionali e la Repubblica Ceca che è appena uscita da una tornata elettorale piuttosto rilevante», sottolinea a Linkiesta Matteo Villa, ricercatore dell’Ispi.

Le prime decisioni del governo di Petr Fiala, il nuovo primo ministro ceco, sembrano confermarlo: Praga può davvero essere il motore di un’autentica rivoluzione a Est, in grado di contagiare anche Budapest e Varsavia.

Lo dimostra da ultimo anche la scelta di tornare indietro sull’obbligatorietà del vaccino per alcune categorie, come gli ultrasessantenni, che invece era stata programmata per marzo dal precedente governo di Andrej Babis. Un obbligo inutile, secondo Fiala, dal momento che «circa il 90% delle persone che sarebbero state coperte dall’obbligatorietà hanno già ottenuto i vaccini». Per aumentare il tasso di vaccinazione della popolazione, fermo al 62,9%, al di sotto degli standard dell’Unione, servirà battere altre strade.

A un mese dall’insediamento
Un vento decisamente diverso sembra infatti spirare dalle parti dell’Accademia di Straka, sede dal 1993 del governo ceco. È stata una vera sorpresa il cambio della guardia dello scorso 17 dicembre, quando l’ex premier Babis ha dovuto lasciare il posto a Fiala, leader del Partito Civico Democratico, che l’aveva battuto al fotofinish alle elezioni di ottobre e ottenuto dal presidente Milos Zeman la possibilità di formare un nuovo governo.

Una nomina avvenuta non senza problemi: non è un mistero, infatti, che il presidente Zeman volesse nuovamente Babis a guidare il governo ma, una volta capito che era impossibile, ha cercato di modificare la squadra di governo, facendo pressioni perché Jan Lipavsky dei Pirati, alleati di governo di Spolu, non fosse nominato ministro degli esteri.

La ragione è legata all’ostilità di quest’ultimo per i Paesi da sempre oggetto di attenzioni presidenziali, come Russia, Cina e Israele. Peccato però che quest’influenza che Zeman si è costruito durante gli anni di governo di Babis – come raccontato da Linkiesta tempo fa – non gli appartenga, visto che il capo di Stato in Repubblica Ceca gode di diritti limitati secondo Costituzione.

Eppure, nonostante questo “potere informale” di Zeman, Fiala è riuscito a tenere il punto su Lipavsky, minacciando il presidente di deferirlo alla Corte costituzionale se avesse ricusato la nomina del ministro.

A quel punto Zeman ha dovuto cedere, anche se di certo non abbasserà la guardia sui temi a lui più cari, nonostante il mandato scada nel 2023. Uno di questi potrebbe essere una legge Magnitsky in salsa ceca: ad annunciarlo è stato lo stesso premier Fiala durante il dibattito sulla fiducia al suo esecutivo, quando ha manifestato la volontà della maggioranza di far approvare un provvedimento simile a quello presente negli Stati Uniti che permette di punire i funzionari stranieri colpevoli di gravi violazioni dei diritti umani.

Un palese segnale di una politica estera destinata a cambiare durante tutto il 2022 e, in particolare, a partire dal 1º luglio: sarà infatti Praga ad avere la presidenza del Consiglio dell’Unione nel secondo semestre di quest’anno, prendendo il posto della Francia. «Il governo Babis ha trascurato la preparazione di questo importante appuntamento, non mettendola a bilancio», ha sottolineato il premier Fiala nel suo discorso di fine anno. «Saremo ascoltati maggiormente e visti di più per diversi mesi e la nostra opinione giocherà un ruolo più importante. È un’opportunità per far passare ciò di cui il Paese ha bisogno», ha concluso il premier.

Cambio di rotta in politica estera
Sono bastati pochi giorni al nuovo governo per far capire di cosa avesse bisogno la Repubblica Ceca: riappacificarsi con Bruxelles, con cui servirà ridiscutere il Pnrr, e cambiare decisamente i rapporti con Mosca e Pechino, un tempo alleati e oggi diventati avversari politici. «C’è Mosca, che cerca di ricattare l’Europa e si mostra anche pronta per un conflitto armato, e poi ci sono i principali Stati europei che hanno deciso di investire nell’indipendenza dai combustibili fossili praticamente a tutti i costi», ha dichiarato Fiala nel suo discorso di fine anno.

Un modo piuttosto deciso di rimarcare le distanze dalla politica filorussa del presidente Zeman, che si è parzialmente staccato da Mosca soltanto nell’aprile 2021, con l’accusa al Kgb di essere il mandante dietro l’esplosione della centrale di Vrbetice del 2014.

E pure con la Cina il discorso pare cambiato, come dimostrano le parole di Lipavsky dello scorso ottobre, quando era già in odore di incarico ma non ancora ministro, ai microfoni di Echo24.cz: «Taiwan è un importante partner economico della Repubblica Ceca, persino più di Pechino».

Una sorta di “schema Lituania” applicato alla politica estera di Praga che di certo non avrà fatto felice il regime comunista cinese, sempre pronto a colpire chiunque manifesti appoggio verso l’isola ribelle.

Non deve sorprendere perciò se anche su Visegrad il clima sembri mutato. «Tra il diritto europeo e quello nazionale prevale inequivocabilmente il primo», ha sostenuto Lipavsky. Una risposta che di certo non sarà piaciuta né a Budapest né a Varsavia, con cui Praga ha ancora aperto il discorso relativo alla miniera di Turów.

Slancio ambientalista?
«Per la sua natura stessa, Visegrad era e resta un accordo di cooperazione politica tra i quattro Paesi su temi come l’immigrazione ma questo non previene i dissidi su altre questioni, tipo l’ambiente. Il caso di Turów e lo scontro tra Polonia e Repubblica Ceca ne sono un esempio», sottolinea Villa a Linkiesta.

Secondo le autorità ceche la miniera di lignite di Turów, presente sul territorio polacco ma a pochi chilometri dal confine, andrebbe chiusa perché ha un impatto negativo sull’ambiente e drena l’acqua dai villaggi locali.

I colloqui tra i ministri dell’Ambiente ceco e polacco non sono riusciti a risolvere la controversia, nonostante le ripetute rassicurazioni del primo ministro polacco Mateusz Morawiecki di un accordo prossimo alla conclusione. Dichiarazione falsa: l’accordo non è mai stato vicino alla conclusione e anzi la stessa Polonia ha dovuto richiamare il suo ambasciatore da Praga, Miroslaw Jasinski, dopo alcune dichiarazioni nelle quali sosteneva «che certe persone soffrono di una mancanza di empatia, comprensione e volontà di aprire un dialogo sulla questione», riferendosi alla direzione della miniera.

La storia è legata anche al futuro energetico della stessa Repubblica Ceca, con il nuovo governo che sembra avere le idee piuttosto chiare. «In questo momento è abbastanza chiaro che dobbiamo abbandonare l’energia legata al carbone: abbiamo perciò bisogno sia dell’energia nucleare che del gas: per questo appoggiamo sia l’idea di una coalizione con la Francia sul nucleare sia una con la Germania sul nucleare», ha dichiarato Bek a Politico.

Cambiare diventa sempre più necessario, anche se Praga ha fissato il suo phase out dal carbone entro il 2033.

A ribadirlo è stato lo stesso Fiala che ha sottolineato l’impegno del governo a «creare le condizioni per la trasformazione energetica e lo sviluppo delle regioni carbonifere, rendendo possibile l’eliminazione graduale del carbone entro il 2033».

La data migliore tra quelle che gli esperti avevano già prospettato al governo Babis, che aveva però scelto il 2038, per chiudere con la risorsa energetica più importante della Repubblica Ceca: addirittura il 50% dell’energia viene dal carbone.

Un miglioramento che continua a non far felici gli ambientalisti, preoccupati per una transizione che sembra ancora molto lenta. «È importante che il governo ceco abbia capito che siamo ormai arrivati alla fine dello sfruttamento del carbone, ma il suo impegno per l’eliminazione graduale nel 2033 significa che sta iniziando con il piede sbagliato», ha sostenuto Mahi Sideridou, amministratore delegato di Europe Beyond Coal. Migliorare è possibile, anche sul carbone.

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