Piano di ripartenzaLa prima conferenza post quirinalizia di Draghi dimostra che ne è valsa la pena

La strada verso la piena riabilitazione dell’Italia dall’ubriacatura populista è ancora lunga (vedi il casino del superbonus), ma se alle buone notizie su pil e Pnrr aggiungiamo anche la riforma della giustizia, obiettivamente, che si può volere di più? (A parte la proporzionale, s’intende)

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I contagi calano, le mascherine cadono, il Pil corre e il Pnrr pure, ovviamente con le connesse riforme, a cominciare dalla riforma della giustizia: cosa volete di più dalla vita? A parte una legge elettorale proporzionale, s’intende (ma quella non dipende dal governo).

Certo, per quanto riguarda il virus, dobbiamo augurarci che sia la volta buona e che tanto entusiasmo non sia prematuro, specialmente dopo le numerose incertezze che hanno caratterizzato l’azione del governo da dicembre in poi, come ci ricorda purtroppo il quotidiano e ancora pesantissimo bollettino delle vittime. Ma i segnali che dopo lo sbandamento dell’ultima fase l’esecutivo abbia ripreso la rotta, grazie al cielo, non mancano.

Mario Draghi ha anticipato ieri in conferenza stampa, la prima dopo la rielezione di Sergio Mattarella, che oggi il governatore della Banca d’Italia annuncerà dati sul debito assai incoraggianti, e ha dichiarato che sul rincaro dell’energia il governo effettuerà un intervento deciso, perché la priorità è evitare che la ripresa venga «strozzata» dall’aumento delle bollette. Di più – ha spiegato quello stesso presidente del Consiglio che qualcuno ancora descrive come un tecnocrate attento solo ai conti, al rigore, all’austerity – una crescita sostenuta è per l’esecutivo la strada principale anche per tenere sotto controllo il bilancio e affrontare i mercati. Ennesima dimostrazione di quanto improprio sia il paragone con il governo di Mario Monti (non solo, va detto, per responsabilità di Monti, perché diversissimi erano allora gli equilibri in Europa e anzitutto la posizione della Germania).

All’indomani della rielezione di Mattarella e della conferma dell’equilibrio politico miracolosamente raggiunto l’anno scorso, Draghi può dunque confermare anche una politica economica espansiva che ha dato sin qui frutti insperati. E può anche permettersi di sottolineare, neanche troppo implicitamente, la differenza tra una politica espansiva e una politica populista, vedi i casini combinati dal suo predecessore sul superbonus, dove la demagogia ha finito per spianare la strada a sprechi, truffe e corruzione. Una norma scritta in modo da consentire, parola del ministro dell’Economia, Daniele Franco, «truffe che sono tra le più grandi che questa Repubblica abbia visto», partorita dal partito che doveva far tornare di moda l’onestà. Quel Movimento 5 stelle il cui quasi ex leader, Giuseppe Conte, ha passato l’ultima campagna per le amministrative parlando praticamente solo del superbonus (con risultati elettorali peraltro pessimi).

La strada verso la piena riabilitazione dell’Italia dall’ubriacatura populista, come si vede, è ancora lunga e difficile, ma se alle buone notizie di ieri aggiungiamo anche il tentativo di porre finalmente un freno alla possibilità dei magistrati di fare avanti e indietro dalla politica e dalle istituzioni, obiettivamente, cos’altro volete?

A parte la proporzionale, s’intende, che per inciso non ha niente a che vedere con l’idea di trasformare Draghi nel delfino di Clemente Mastella (prospettiva da cui non sorprende si sia tirato indietro). La ragione per cui è necessaria non è infatti l’esigenza di costruire un nuovo partito liberaldemocratico, ma quella di difendere la democrazia liberale, che è cosa leggermente diversa e anche un po’ più importante.

Pensate per un attimo cosa sarebbe stato dell’Italia in questi anni se il vincitore delle elezioni del 2018 – fosse stato Matteo Salvini, come leader della coalizione più votata, o Luigi Di Maio, come leader del partito più votato, fa lo stesso – avesse potuto imporre davvero il proprio governo e il proprio programma, per cinque anni, senza discussioni né mediazioni, in base al ritornello secondo cui dovrebbero essere gli elettori a decidere in un sol colpo presidente del Consiglio, governo e maggioranza. Facciamo finta per un momento che questa antica idea (del tutto incostituzionale), a forza di ripeterla, si fosse già completamente affermata prima delle ultime elezioni. Il meno che si possa dire è che avremmo rischiato di attraversare la pandemia fuori dall’euro, se non direttamente fuori dall’Unione europea. E oggi ci troveremmo in una situazione assai meno incoraggiante.