Al Nazareno, il quartier generale del Pd, sono preoccupati per la possibile implosione del Movimento 5 stelle, che in effetti è l’unico alleato che in diversi anni il Partito democratico sia stato in grado di racimolare (Liberi e Uguali che conta?), la base per edificare quel Nuovo Ulivo che sta solo nei sogni notturni di Enrico Letta e di Romano Prodi ma non nella realtà politica e sociale.
La rovinosa perdita di credibilità dell’ormai ex presidente del Movimento, Giuseppe Conte, emana retrospettivamente una luce fredda su anni di scodinzolamento dietro «il punto di riferimento fortissimo dei progressisti» evocata da Nicola Zingaretti in una delle sue peggiori performance sulla scia di una teorizzazione improvvisata di Goffredo Bettini, che periodicamente si fissa sulla grandezza di questo o di quello, da Luca di Montezemolo a Pierferdinando Casini, da Ignazio Marino appunto a Giuseppe Conte: e lasciamo stare com’è finita ogni volta.
Stando così le cose, va capito l’imbarazzo degli uomini del segretario Enrico Letta. Dovrebbero fare autocritica, il che è sempre doloroso. Non si usa più, si preferisce che il tempo lavi da sé le macchie. Resta però ai giovani del Nazareno un legittimo interrogativo: ma dove andiamo con questi qua?
Ecco un modo sbagliato di porre la questione. Il fatto è che questa generazione di dirigenti ha da tempo introiettato l’idea di antica derivazione dalemiana che più di tanto non si può fare, che oltre il 20 massimo il 25 per cento il Pd non potrà mai andare, onde per cui serve una qualche stampella che porti un altro 15 per cento: la somma non basta ma è una buona base per competere in un paese irrimediabilmente di destra, e poi se si perde si fa l’opposizione che è pure più facile.
Ora che il M5s sta irrimediabilmente scivolando verso il 10 per cento, e vedrete che andrà sempre peggio, il Pd avrebbe la concreta possibilità di intercettare i voti in libera uscita se solo facesse politica nel senso di avanzare proposte forti al Paese che non sia la battaglia sui regolamenti parlamentari che insomma non è che scaldi i cuori e dicendo agli elettori del Movimento che si sono sbagliati, non era quello il cavallo bianco della buona politica né tantomeno la chiave per svecchiare il Paese, nulla c’era di progressivo nella zolla fangosa dell’antipolitica, nulla di sinistra nel populismo arrembante di Alessandro Di Battista o nel trasformismo provinciale di Conte: tutta roba stravecchia, da fine Ottocento addirittura, ridipinta di tecnologia da negozietto cinese sotto casa.
Il Pd si è affannato dieci anni appresso a un fenomeno che andava combattuto frontalmente – ci provò, ma gli andò male, Matteo Renzi – ma invece addirittura blandito negli ultimi quattro, quando era chiara la mala parata, e tuttora Letta si fida (ma che vuol dire?) di un personaggio che ancora due sere fa, nella comoda alcova di Lilli Gruber, non riusciva a pronunciare la parola sinistra coprendosi dietro quella più generica di progressista, quel Conte che avallò senza problema i salviniani divieti di sbarco per centinaia di immigrati salvo poi allearsi senza battere ciglio con la sinistra pur di mantenersi ben a galla nel lago limaccioso del potere, quell’avvocato del popolo che nei giorni del Quirinale ha provato a ricostruire la vecchia intesa col capo leghista senza farsi scrupolo di gettare nella mischia nientemeno che il capo dei servizi segreti.
Se ne potrebbero elencare tanti, di misfatti. Come le stelle di Cronin, il Pd è stato a guardare subendo tutto, da Bibbiano a Danilo Toninelli, gingillandosi con la storiella che questi avrebbero portato i voti e al resto ci pensiamo noi, un’idea al tempo stesso infantile e superba del proprio ruolo.
Ma adesso che il fiume dell’antipolitica si sta riducendo a rigagnolo, ecco che il partito di Letta ha la possibilità di scrollarsi di dosso il peso di un alleato in fondo all’animo disprezzato – «quei matti», li chiamano – per la sua ignoranza, incoerenza, apoliticità, e provare a fare da soli.
Dovrebbe tuffarsi a pesce sulle disgrazie di chi ha usato il Parlamento per i propri interessi personali dimenticando subito dopo le elezioni il mitico territorio, le persone, i problemi reali, dovrebbe, il Pd, prendere le distanze dai rantoli di un Movimento finito e voltare pagina chiedendo scusa innanzi tutto a se stesso per aver pensato a un’alleanza strategica con questa gente. Dovrebbe insomma fare quello che avviene dopo l’infanzia: provare a crescere.