
Il governo fa, il Parlamento disfa. Aprendo così un raro caso di conflitto politico-istituzionale. Si sta oltrepassando il fisiologico diritto-dovere delle Camere di intervenire sulle proposte o sui decreti dell’esecutivo: la questione non è di tipo giuridico ma politico.
Praticamente tutte le volte in cui il governo manda in Parlamento una sua proposta o un atto di legge, i partiti (e non solo quelli dell’opposizione, com’è loro diritto, ma della maggioranza) levano alte grida: «Daremo battaglia per cambiare!». Se è “normale” che ogni anno i partiti facciano a gara per modificare la legge di bilancio (il famoso assalto alla diligenza), meno scontato è quello che sta accadendo in questi giorni. Prima sulla riforma della giustizia con le nuove norme sul Consiglio Superiore della Magistratura e poi sulla norma del governo sulle concessioni balneari, ci sono gruppi parlamentari di maggioranza che lavoreranno contro.
Il problema, in particolare, riguarda la Lega. Fino a quando sarà compatibile la Lega che nel Consiglio dei ministri vota a favore di un provvedimento e un minuto dopo, con Matteo Salvini, annuncia battaglia in Aula contro quello stesso provvedimento? Nell’ultima seduta del Consiglio dei ministri, Giancarlo Giorgetti, Massimo Garavaglia e Erika Stefani avevano appena votato a favore dell’emendamento al ddl “concorrenza” che prevede dal 2024 le famose gare per le concessioni balneari – una norma che nessun governo e nessun Parlamento avevano mai avuto il coraggio di approvare, ci voleva Mario Draghi – che un minuto dopo Salvini annunciava battaglia «per migliorare il testo», dove “migliorare” in gergo parlamentare significa spessa “sabotare”.
Dal canto suo il M5s non è da meno, viste le frizioni sulla durissima critica del premier al Superbonus e sottotraccia il dissenso ancora sul Green pass (eclatante il no di Virginia Raggi e di vari grillini e ex grillini). Si tratta di due partiti, Lega e M5s, sempre tentati dal creare problemi al premier e in perenne ricerca di visibilità e oltretutto guidati da due leader entrambi in difficoltà, Salvini e Conte, incalzati rispettivamente da Giorgetti e Di Maio. È il ventre molle della maggioranza, lo stagno gialloverde che non si è mai più ripreso dopo il crollo del Conte uno.
Ora, a nostro avviso, ci sono soprattutto tre problemi. Il primo, lo abbiamo detto, riguarda l’irriducibile ambiguità politica della Lega, divisa tra fedeltà al governo e necessità si inseguire Giorgia Meloni nella protesta e la totale inaffidabilità di Conte. Il secondo è che questo Parlamento, come si è visto nelle giornate della elezione del capo dello Stato, è un magma ribollente difficilmente governabile dai dirigenti dei gruppi parlamentari più solidi. Terzo, e forse da approfondire come tema politico, l’assenza di un “cuscinetto parlamentare” vicinissimo al presidente del Consiglio in grado di svolgere nelle Camere una razionale funzione di mediazione.
Infatti Draghi in Parlamento è solo. Può contare, è vero, sull’appoggio sin qui netto del Partito democratico e di Italia viva, ma forse sarebbe anche necessaria una maggiore presenza, una più chiara visibilità di un’area parlamentare “draghiana”. Perché nella realtà si avverte l’acuirsi di una tendenziale contrapposizione tra Draghi e “i partiti” che si sfoga non nel Consiglio dei ministri ma in Parlamento. E questo determina una condizione innaturale che obbliga Draghi a un esercizio non facile di leadership. Finora ci è riuscito sempre. Ma è un equilibrio pericoloso che conferma l’impressione che sia tutto sulle spalle del premier, senza una “rete” politica che lo protegga da trappole e colpi di testa.
Forse è tardi costruire un “cuscinetto parlamentare” draghiano. Anche per questo, più che mai, sta al Pd, Italia viva e la parte non sovranista di Forza Italia recuperare il massimo del protagonismo, a partire dal Parlamento.