Misure paternalisticheSiamo sicuri che rendere il Green Pass permanente sia una misura efficace?

La convivenza con il virus passa per l’adozione di comportamenti responsabili e spontanei da parte della popolazione. Sperando in una diminuzione dei contagi con la bella stagione, il 90% degli italiani che finora si è vaccinato in modo virtuoso meriterebbe di essere trattato in modo adulto

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Un Green Pass è per sempre? Gli italiani non hanno ancora fatto in tempo a riabituarsi a vedersi in volto, dopo l’abolizione dell’obbligo della mascherina all’aperto lo scorso 11 febbraio, che c’è già chi alza la voce. Green Pass e obbligo vaccinale per gli over 50 restino per tutto il 2022. Sottinteso: almeno per tutto il 2022.

È quasi un caso di studio il modo in cui gli esperti, almeno in Italia, hanno ignorato o fatto strage dei valori e delle preferenze dei cittadini rispetto ad abitudini e stili di vita personali, che ciascuno di noi ha cercato di continuare a coltivare considerando le interferenze normative dettate dalla situazione pandemica come qualcosa di eccezionale.

Le nostre società moderne, aperte e complesse sono diverse da tutte quelle esistite nel passato perché hanno progressivamente ridotto le interferenze paternalistiche dei governi e dei loro consiglieri sul comportamento delle persone. Tuttavia, qualche esperto sembra rimpiangere il mondo comunitario dove un capo o un consiglio dei capi decidevano cosa fosse bene e lo imponevano. Le scienze cognitive spiegano l’origine degli impulsi illiberali delle persone. Purtroppo, però, non possono farci niente.

Il certificato verde dovrebbe essere uno dei pilastri della nuova normalità, pena trovarsi di nuovo esposti a uno scenario nel quale la pandemia riprende vigore e il virus continua a circolare. È l’opinione di un esperto, non la conclusione di uno studio controllato e che abbia basi teoriche serie. Viene il dubbio che gli esperti del governo e del comitato tecnico-scientifico non abbiano bene idea di come funzionano le stesse misure da loro concepite.

Prendiamo, per l’appunto, il Green Pass (GP). Di che cosa si tratta? Di una certificazione, che garantisce che la persona che la esibisce abbia iniziato e poi completato il ciclo vaccinale. Nella versione light si può avere un GP temporaneo a fronte di un tampone. Oggi l’89% della popolazione con più di 12 anni ha completato il ciclo vaccinale, il 91% è parzialmente protetta e l’85% degli aventi diritto ha fatto la dose cosiddetta booster. Questo si traduce in una analoga percentuale della popolazione che dispone di Green Pass. Il certificato, come dice la parola, certifica un fatto. È però quel fatto, cioè che la gran parte della popolazione sia vaccinata, ciò che conta.

Se gli esperti pensano che sia stato il Green Pass a portare le persone a vaccinarsi, di sicuro saranno propensi a mantenerlo, e questo riflette appunto un’idea per cui la nostra società deve restare chiusa e veniamo trattati come bambini e non ancora come adulti – e chissà se torneremo mai a esserlo. Ma di per sé, anche in queste condizioni, mantenere il GP è assurdo, perché una cosa è certificare il passato, altra condizionare i comportamenti futuri.

Il Green Pass nasce come incentivo, forse meglio dire ricatto, come spinta a vaccinarsi. Quale successo abbia avuto è difficile dire, perché la pendenza delle curve di vaccinazione non cambia né con l’introduzione del GP né con l’obbligo. Le operazioni di controllo rappresentano un costo (per modesto che sia), in termini di tempo e risorse umane. Ma non è granché chiaro quale sia il beneficio di sottoporre al controllo del QR tutta una serie di persone che, statisticamente, non possono che risultare perfettamente in regola: perché hanno per l’appunto completato il ciclo vaccinale.

Il numero dei vaccinati è, per fortuna, molto alto. Non può scendere. Non è detto però che sia destinato a salire. L’effetto incentivo del Pass, ammesso che ci sia stato, è svanito. Diversi studi che analizzano l’uso del GP e le restrizioni obbligatorie in Israele, Danimarca, Francia, Italia, Germania e Svizzera mostrano che potrebbero aver aumentato le vaccinazioni ma questo dipende dai livelli preesistenti di vaccinazione e di esitanza, e dalla traiettoria pandemica.

Resta una certa quota della popolazione alla quale la vaccinazione è sconsigliata per motivi di salute o che decide di non sottoporsi a vaccino in ragione di credenze di qualche tipo o che è guarita recentemente dal Covid. Il Green Pass permanente che scopo ha? Quello di obbligare i guariti (o quelli che si sono infettati volontariamente) che non desiderano vaccinarsi di poter circolare senza sottoporsi a vaccinazione? Serve ad alimentare il mercato criminale dei green pass? Serve a continuare a indurre i No Vax militanti a cercare occasioni di contagio, per procurarsi un lasciapassare temporaneo. Coloro che sono guariti dal Covid negli ultimi sei mesi sono, secondo i dati del governo, il 2,5% della popolazione. Ammettiamo che nessuno di loro sia disponibile a sottoporsi a vaccino. Ha senso tarare una politica pubblica che coinvolge la totalità degli italiani sul 2,5% della popolazione? Sì, ovviamente, se si coltiva una concezione paternalistica, repressiva o vendicativa della convivenza sociale.

Soprattutto, in che senso da tutto ciò dipende la circolazione del virus? Se c’è una cosa che abbiamo imparato senz’altro, di Sars-Cov-2, è la sua stagionalità. È lecito aspettarsi un’evoluzione positiva dei contagi, col procedere della bella stagione. Del resto, come è stato notato da più parti, l’andamento della curva epidemica negli scorsi mesi è stato analogo un po’ dappertutto, nelle regioni temperate, indipendentemente dalle politiche pubbliche messe in atto.

Qual è il beneficio, che dovrebbe essere raggiunto dal rendere permanenti queste misure? La convivenza con il virus passa per l’adozione di comportamenti responsabili e spontanei da parte della popolazione, del tipo di quelli a cui mirano i paesi che stanno togliendo il GP. Malgrado i media e gli esperti abbiano parlato solo di quanti non si vogliono vaccinare, il 90% circa degli italiani ha tenuto comportamenti virtuosi. Meriterebbero finalmente un premio, altrimenti potrebbe darsi che a un secondo invito a collaborare rispondano con un diniego.

Il futuro della pandemia non possiamo prevederlo. Possiamo sperare di essere alla fine, come in molti auspicano. Il virus può evolvere in modi a noi sfavorevoli, per quanto per ora tutte le varianti siano andate nella direzione di una maggiore trasmissibilità e di una minore letalità. È giusto che, in questo contesto, ciascuno possa fare le proprie scelte, basate sulla propria stima dei rischi nei quali incorre. Ma lascia interdetti che ci sia chi continua a suonare lo spartito della drammatizzazione, nonostante le forti divisioni sociali sperimentate in questi mesi e ignorando il fatto che le restrizioni avranno senz’altro prodotto dei benefici ma hanno avuto anche costi pesanti, economici, psicologici e nel medio termine per lo stesso sistema sanitario.

È grave che queste proposte vengano da esperti, soprattutto in forme distaccate e senza alcuna cura di dire che ci saranno valutazioni e si farà il possibile per togliere tutte le restrizioni non necessarie. Espresse nelle forme di opinioni – «secondo me», «io sono dell’opinione», «la mia opinione» – sono anche un pessimo modo di esprimersi. Le opinioni sono il contrario delle asserzioni scientificamente provate e fino a prova contraria costoro sono scienziati. È grave perché in ballo non c’è solo la loro reputazione, ma anche quella della scienza, già messa in crisi dai virologi canterini e dalla trasformazione del medico in animale da talk show, un’altra conseguenza perversa della pandemia.