La decima musaLa moda è intrecciata all’arte perché racconta il mondo con creatività, spiega Pierpaolo Piccioli

Secondo il direttore artistico di Maison Valentino, che dopo la sfilata alle Gaggiandre torna a Venezia con un progetto a sostegno della Biennale d’Arte, la disciplina può spiegare l’umanità con estro e inventiva, facendo sognare con i piedi per terra

Valentino

Walter Benjamin, Georg Simmel e Roland Barthes. Prima di loro Leopardi, Baudelaire, Mallarmé e (un poco più maldestro) D’Annunzio. Tutti ad accapigliarsi intorno all’eterno dilemma: quale è il senso di un abito? E la moda è una forma d’arte?

La scorsa estate Pierpaolo Piccioli, direttore artistico di Maison Valentino, decide di presentare la sua alta moda a Venezia, e lo fa in un luogo fortemente connotato come Le Gaggiandre, situato nell’area dell’Arsenale periodicamente occupato dalla Biennale d’arte contemporanea. Piccioli non si limita a scegliere un posto sensibile come questo ma mette in piedi – con l’aiuto del curatore Gianluigi Ricuperati – il progetto Valentino Des Ateliers con il quale invita diciassette artisti a reagire alla fucina di saperi artigianali (tessili, sartoriali, cromatici) che nutre da sempre l’Alta moda.

Il risultato? Un mix di astrazione e figurazione poi visibili negli outfit presentati in sfilata. Ora arriva la notizia che alla Biennale d’Arte che inaugura il prossimo 23 aprile, a sostegno del Padiglione Italia curato da quest’anno da Eugenio Viola (dove viene proposta il progetto “Storia della notte e destino delle comete” di Gianmaria Tosatti), arrivano da sponsor privati 1.450.000 euro per affiancare il gettone fisso statale di 60mila euro.

Main sponsor in questo caso sono San Lorenzo, uno straordinario produttore di yacht, e la Maison Valentino. Di nuovo Valentino e di nuovo alla Biennale. Il perché di questa “affiliazione” lo abbiamo chiesto direttamente a Piccioli.

Prima ti infili alle Gaggiandre per la sfilata d’alta moda, ora decidi di impegnare la tua maison come main sponsor della prossima Biennale. Che sta succedendo?
Quello che è sempre successo, ci appassioniamo a un progetto e lo mettiamo in piedi, sono sostenuto nelle mie scelte da una squadra di appassionati professionisti e questo rende ogni idea valida realizzabile. Parto dall’idea che moda e arte siano due discipline differenti. L’ultima basta a sé stessa, la prima ha sempre uno scopo, una funzione, un utilizzo. Moda e arte hanno pertanto finalità differenti.
Riconoscere queste differenze è il primo passo per educarci a un ascolto reciproco, fatto di curiosità, entusiasmo e rispetto, come è avvenuto con i giovani artisti contemporanei di Valentino Des Ateliers. Venezia ha un’energia potente, legata all’arte, al teatro, alla musica, all’architettura, al cinema. Questa città suscita in un creativo vibrazioni spontanee, offre un panorama culturale unico al mondo. Venezia e Le Gaggiandre erano parte della visione che avevo avuto sin dal principio del progetto Valentino Des Ateliers. Era l’unico posto al mondo nel quale presentare una collezione simile. È stata una scelta naturale.
Quando ho incontrato Gian Maria Tosatti la prima volta a Roma e mi ha parlato del suo lavoro ho capito che avevamo valori in comune e la stessa urgenza di raccontare il contemporaneo. Gian Maria è un artista visivo che crea grandi installazioni e i suoi progetti sono indagini a lungo termine sui temi dell’identità, sia sul piano politico che umano. Il mio linguaggio è la moda ma il mio lavoro interroga l’identità e il rispetto di tutte le diversità. Mi sono appassionato immediatamente al suo progetto e con il team abbiamo deciso di sostenere il Padiglione italiano di cui Tosatti è l’unico artista ed Eugenio Viola il curatore.

Lo hai fatto perché sei un astuto collezionista in cerca di un buon affare?
Avrei comunque pagato il biglietto per assistere all’opera che verrà messa in scena da Cecilia Alemani, non mi sarei perso questa Biennale per nessun motivo al mondo.

In molti diranno che si tratta di una mossa di marketing alla ricerca della migliore brand reputation.
È un gesto sano e intelligente da parte di un’azienda di moda che vuole essere rilevante nel contesto odierno. Arte e moda possono dialogare tra loro. Non è un esercizio semplice, ma se fatto nel rispetto e nell’ascolto reciproco, può generare conversazioni uniche.

Qualcuno afferma che il designer di moda sia un artista né più né meno di uno scultore, pittore o scrittore. Lo pensi anche tu?
Penso sia vero, come credo che un artigiano o una sarta debbano essere considerati a loro modo artisti senza confine di etichetta. L’Haute Couture, l’espressione più alta della moda, ha qualcosa di artistico nel processo creativo e nell’intenzione emotiva degli esseri umani che vi lavorano. C’è una comune poetica del fare e saper fare che nutre la storia e la tradizione della Bottega Dell’Arte, della Moda e dell’Alta Moda.

Di cosa parla la moda?
Di bellezza. La moda ha un potere, e io, come designer, voglio comunicare i valori che rappresento. Non parlo solo di un colore, o di quante balze ci siano su un abito. Uso la bellezza per rendere tutto più diretto e più emotivo, per guidare il cambiamento. Nel mio linguaggio sono centrali l’umanità delle persone a cui i capi sono destinati. È come avere due strati, uno estetico e uno emotivo che dialogano tra loro. Il mio lavoro è quello di coinvolgere in questo dialogo anche le generazioni più giovani attraverso valori di inclusività, libertà e uguaglianza, valorizzando i codici della Maison e il suo DNA.

Tra le discipline di un’epoca, per Stephen Hawking esiste un entanglement (intreccio interno) che concorre a definirne il disegno complessivo. È questo il rapporto che intercorre tra arte e moda?
Sono certo che sia così. Moda e arte hanno un lessico e una forza che può influenzare la società. La moda può diventare un modo per raccontare un momento storico. Con ogni mia collezione cerco di fotografare la contemporaneità e di trasmettere i valori in cui credo. La sfida è quella di mantenere l’autenticità e l’identità del linguaggio della moda.
L’intento comune ad arte e moda è quello di narrare un momento storico da un punto di vista personale. I periodi che hanno preceduto una crisi solitamente sono stati caratterizzati da un pensiero critico e da un certo rigore che si esprimeva in un’estetica verticale. L’elaborazione di questi “tempi verticali”, portava poi ad epoche di maggiore prosperità e benessere marcate invece da un’estetica più rilassata e orizzontale. Oggi la complessità del reale abbraccia entrambi gli orientamenti estetici che convivono in armonia nell’immaginario collettivo.

Una risposta senza riflettere troppo. Siamo a Parigi inizio del XX secolo e tu giovanissimo devi andare a bottega: scegli l’atelier di Elsa Schiapparelli o quello di Madeleine Vionnet?
La mattina vado da Madeleine Vionnet a imparare il drapé e il taglio di sbieco, il pomeriggio da Elsa Schiapparelli a esercitare la mia fantasia surrealista e dada.

Ultima domanda, facile-facile: a che cosa serve la moda?
La moda ha uno scopo. Deve sempre porsi in relazione con l’individuo e con la contemporaneità. La moda serve a sognare coi piedi per terra e a raccontare l’umanità.

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