Raccolta amaraLa preoccupante crisi dell’olio nel Nord Italia

Veneto, Lombardia, Liguria, e parte della Toscana hanno registrato un calo netto dell’industria dell’olivicoltura, con zone come il lago di Garda che stima una perdita del 98% della produzione. Le cause sono svariate, il rischio è l’abbandono degli appezzamenti di terra e il blocco di tutto l’indotto

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Annata nera per l’olio di oliva italiano. E tra i molti fattori in gioco, la colpa è anche del clima. La stagione della spremitura è da poco terminata e si possono già trarre i primi bilanci.

L’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare (Ismea) conferma che, con le operazioni di raccolta e molitura ben avviate su gran parte del Paese, il dato generale è di 315mila tonnellate di olio di oliva per la campagna 2021-22. Più del 15% sul 2020 (quando furono 273mila) ma comunque molto al di sotto rispetto a quella che sarebbe considerata «una buona annata», come le 429mila tonnellate del 2017 o le 506mila del 2012.

Non solo. La situazione per aree geografiche risulta molto eterogenea e, pur con differenze importanti anche tra zone contigue, dalle indicazioni disponibili il dato migliore è un leggero incremento produttivo al Sud, che induce una spinta positiva sull’intera produzione nazionale. In cima c’è la Puglia, con un +38% sullo scorso anno, che non soddisfa comunque i produttori.

La crescita è risultata quindi nettamente inferiore sia alle aspettative che alle potenzialità. Molti sono stati i fattori climatici che hanno contribuito alla perdita di produzione – le gelate primaverili, la siccità estiva e la frequente alternanza di caldo freddo – che non hanno favorito l’ottimale sviluppo vegetativo degli oliveti. Soprattutto al centro-nord.

Qui «nel 2019 e nel 2021 abbiamo perso il 98% della produzione di olive. C’è sempre stata alternanza tra annate buone e annate meno buone, ma non abbiamo mai avuto un periodo così buio», spiega Laura Turri, presidente del Consorzio olio Garda Dop.

Se l’anno scorso in Veneto i circa 5mila ettari di uliveti, di cui 3.500 nell’area di Verona, hanno prodotto 240mila quintali di frutti, quest’anno la media si attesta al 80-90% in meno. Un crollo verticale. Ma il problema non riguarda soltanto il Triveneto, ma anche la Lombardia, la Liguria, la Toscana e parte dell’Umbria.

Le cause? «Il clima instabile, la presenza della cimice asiatica, l’impossibilità di effettuare trattamenti contro la mosca olearia e l’abbandono totale da parte delle istituzioni», aggiunge Turri.

Ad esempio, gran parte dei 470 soci del Consorzio di Tutela dell’olio extra vergine di oliva Garda Dop sono rimasti esclusi dal fondo governativo da trenta milioni di euro per lo sviluppo e il sostegno della filiera olivicola-olearia incluso nel decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 8 gennaio 2022.

Delle risorse del fondo potranno beneficiare solamente «i produttori olivicoli associati a organizzazioni di produttori riconosciute» e con una «superficie minima interessata pari a 2 ha». La decisione di elargire il contributo esclusivamente alle aziende legate ad Organizzazioni di produttori (Op) riconosciute, di fatto esclude le aziende associate solo al Consorzio di Tutela.

«Una scelta che a noi produttori appare in contrasto gli obiettivi del decreto e con il ruolo stesso del Consorzio di Tutela che, come riconosciuto dallo stesso Ministero dell’agricoltura, è quello di tutelare e promuovere il prodotto Garda Ddp ma anche assistere i soci nel perseguire la qualità dell’olio e la sostenibilità della filiera di cui facciamo parte».

Insomma, dopo un 2018 eccellente, coronato da un’abbondante produzione (220.000 quintali di olive in Veneto), nel 2019 le piante vengono colpite da gelate nel pieno della fioritura e subiscono altri danni a causa della mosca olearia e della cimice asiatica, con produzione quasi azzerata. Nel 2020 si registra invece una buona annata, con un raccolto quasi ai livelli del 2018 e rese produttive aumentate del 555 per cento rispetto all’anno precedente.

Il 2021 si conferma per il Veneto (e per l’Italia tutta) un anno disastroso, anche sotto il profilo del mercato. L’ultima stima arriva da OlivYou, la maggiore piattaforma e-commerce specializzata nella vendita di olio extravergine di alta qualità. La maggioranza dei consumatori (il 60%) non riuscirà ad acquistare sul sito l’olio appena spremuto: la disponibilità basta a soddisfare solo il 40% della domanda.

Un problema che colpisce non solo i produttori, ma anche i frantoi, che per correre ai ripari acquistano spesso olive provenienti da altre regioni italiane – o dall’estero – annullando così il principio di unicità del prodotto. «Le aziende devono pagare gli operai e far tornare i conti, ma acquistando olive non autoctone viene meno la natura del nostro prodotto», spiega Leonardo Granata, presidente degli olivicoltori di Confagricoltura Veneto. «Stiamo cercando di ottenere dei contributi per finanziare studi scientifici in grado di inquadrare le problematiche più ingenti in termini ambientali. Dobbiamo salvaguardare la nostra produzione anche se considerata “minore” a livello nazionale, in quanto eccellenza italiana ed elemento fondamentale per l’economia e il turismo locale», continua Granata.

A livello mondiale, invece, le prime stime produttive attestano i volumi della campagna 2021/22 a 3,1 milioni di tonnellate, sintesi della flessione della produzione comunitaria (-3%), determinata dalla riduzione attesa in Spagna (-7%) e Grecia (-14%), e della contestuale crescita fuori dai confini della Ue, trainata dalla Tunisia (+71%), oltre che dalla Turchia (+9%) e dal Marocco (+25%).

Dati che aggravano la posizione sul mercato internazionale dei prodotti italiani, e che accentuano la necessità di un intervento da parte delle istituzioni. Anche perché al momento l’alternativa è una sola: «Senza finanziamenti e sostegni pratici si andrà verso la cessazione delle coltivazioni. Il che significa l’abbandono degli appezzati e l’estinzione della produzione di olio del Nord Italia» conclude Granata.