Ultimo strappoIl sabotaggio dei partiti mette a dura prova la pazienza di Mario Draghi

Il presidente del Consiglio è seccato dall’atteggiamento ambiguo di alcuni membri della maggioranza, che approvano le leggi in Consiglio e poi le modificano in Aula, con l’obiettivo di indebolire il premier. Una tendenza pericolosa, anche alla luce delle tensioni internazionali

di Maximilian Weisbecker, Unsplash

È un richiamo all’ordine non inaspettato. Il tana libera tutti che ha provocato l’altra notte ben quattro sconfitte parlamentari in commissione (sul decreto Milleproroghe, tradizionale teatro di scorribande di tutti i tipi) ha allarmato Mario Draghi che non essendo un politicante che deve stare al palazzo Chigi per forza o per smanie di potere è uno che fa presto a cantarle chiare ai partiti della maggioranza: «Garantire i voti in Parlamento o non si va avanti».

Quello che è successo in Parlamento (quattro sconfitte non sono poche) non è stato un fulmine a ciel sereno: da qualche settimana, come avevamo scritto due giorni fa, erano stati troppi gli annunci di battaglie parlamentari per “migliorare” (cioè colpire) provvedimenti varati dal governo. In particolare Draghi si è molto irritato per l’emendamento che innalza da 1.000 a 2.000 euro l’uso del contante approvato contro il parere del governo da Forza Italia che lo ha votato insieme a Lega e Fratelli d’Italia.

Ma è un’aria generale quello che impensierisce il presidente del Consiglio, un clima di ambiguità con ministri di un partito che votano in un modo in Consiglio dei ministri e i parlamentari di quello stesso partito che votano in un altro alle Camere, uno sfilacciamento che evidenzia discrepanze tra partiti e gruppi parlamentari, un andazzo da fine legislatura quando alla fine della legislatura manca più di un anno e nel bel mezzo di tre emergenza e serissime: economica, sanitaria e adesso anche internazionale. Proprio mentre, a questo proposito, Draghi entra nella complicatissima partita ucraina in un momento chiave – né pace né guerra, si sarebbe detto una volta – dopo un duplice approccio da parte europea prima con il presidente francese Emmanuel Macron e poi con il cancelliere tedesco Olaf Sholz, i quali hanno tenuta aperta la strada del dialogo senza però pervenire, per colpa della doppiezza di Putin, ad un risultato decisivo.

Draghi, che volerà a Mosca, spera di cogliere un obiettivo forse decisivo, portare allo stesso tavolo Putin e Zelensky. E mentre l’Italia assume questo ruolo a livello internazionale, a Roma alcuni partiti della maggioranza si divertono.

Ecco perché ieri il premier, che ne aveva parlato in precedenza con Sergio Mattarella, ha lanciato un aut aut: o vi date una regolata o si va a casa. Non vuole avere brutte sorprese, Draghi, sul prossimo dossier da aprire, quello del contrasto al caro-bollette, una questione che cittadini e imprese ormai avvertono drammaticamente e sulla quale il presidente del Consiglio prepara un intervento di svariati miliardi, sei o sette. Difficile capire come reagiranno i partiti dinanzi ad un vero e proprio ultimatum. Nessuno può assumersi la responsabilità di mandare il governo gambe all’aria, tantomeno un Matteo Salvini in difficoltà anche all’interno del suo partito.

Ma certo i diktat non bastano. Occorre una iniziativa politica soprattutto da parte dei partiti che sostengono con più forte convinzione questo esecutivo, Pd e Italia viva. In altri tempi ci sarebbe stata la richiesta di un chiarimento politico, soprattutto rivolto a Lega e M5s, i punti molli della maggioranza. Quello che è certo è che Draghi non consentirà altri strappi, poi ognuno faccia quello che vuole e ne risponderà al Paese.

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