Dodici virgola otto. Ogni settimana il Movimento Cinque Stelle lascia un po’ di gocce di sangue sul selciato, un’emorragia lenta ma che pare implacabile, rilevazione dopo rilevazione, tic tac tic tac… 12,8%, dice l’ultimo sondaggio Swg. Dunque più vicino al 10 che al 15. I vari sondaggi danno cifre leggermente diverse – per quel che contano i sondaggi poi – però la goccia scava e fa breccia nel partito che fece il botto nel 2018 con il 32%, il partito più votato dagli italiani. Ora siamo a due terzi in meno.
Polverizzati nelle città, distrutti al Nord, macilenti al Sud. Soprattutto evaporati nel dibattito pubblico, una volta acclarato l’esaurimento della spinta propulsiva del Movimento-contro, una favola imbevuta di antipolitica finita nel nulla, proprio come le favole, ma che funzionava. Aggiungiamo a tutto questo le spaccature interne e l’assenza anche formale di una leadership e il gioco è fatto. Il Movimento 5 stelle è una storia di ieri, Giuseppe Conte e Luigi Di Maio avranno anche «le cravatte intonate alla camicia», per continuare con Francesco De Gregori, ma l’incanto è svanito per sempre.
È molto difficile infatti che la coppia scoppiata Conte-Di Maio possa raddrizzare la situazione. Il ministro degli Esteri si è calato nei panni del grande mediatore in politica estera – astuto, corre laddove la Storia si compie, pur non incidendo minimamente – e pare che del M5s non gli importi granché, in fondo gli ha garantito e gli garantisce un’ottima vita, e poi si vedrà.
Quanto all’avvocato del populismo, in questa fase appare persino più disorientato del solito. Ormai ha dalla sua parte solo l’abito blu portato con nonchalanche tipico del personaggio inventato con abilità da Rocco Casalino, il personaggio dello statista un po’ da età giolittiana furbo e lesto a cambiare cavallo, con in più le stimmate del povero presidente del Consiglio che si è visto scoppiare in faccia la pandemia più crudele degli ultimi decenni e l’ha governata con il volto tirato delle grandi occasioni ma con non poca imperizia.
Basterà, lo statista con la pochette, a tirare su il consenso del Movimento? Beppe Grillo, che non è uno stupido, ben rendendosi conto della situazione, pur non apprezzandolo non può permettersi di perderlo, per questo è sicuro che in qualche modo si troverà il modo di restaurare la sua leadership annichilita dal Tribunale civile di Napoli, che come ha documentato ieri Sabino Cassese, aveva tutto il diritto e il dovere di intervenire sulla penosa vicenda dello Statuto.
Ma che può fare, Conte? Ci aiuta un libretto scritto da un giovane studioso del M5s, Pietro Venturini “La parabola del consenso – L’evoluzione politica e mediatica di Giuseppe Conte” (Edizioni Epokè) che ripercorre la storia di questi ultimi anni fin dalla comparsa dello sconosciuto legale di Volturara Appula: «L’avvocato è una maschera della commedia dell’arte politica in continuo riposizionamento. Dopo due anni di indugi decide di porsi a capo del Movimento 5 Stelle riformulandone la struttura organizzativa, cercando di trasformarlo in un partito. L’intera struttura pentastellata si pone quindi al suo seguito, portando all’ennesimo paradosso: il rilancio del Movimento è affidato a una figura che si trova molto in ritardo rispetto al dibattito politico nazionale».
Però lui si batte, due volte presidente del Consiglio con due maggioranze diverse, il massimo del trasformismo: «Si tratta di un uomo qualunque ma tanto astuto quanto ambizioso. A tratti una figura dal carattere ottocentesco, abile nell’apparire come un personaggio che si trova, grazie a una serie di congiunzioni astrali, a passare lì, per caso, nel caos. Si presenta bene, mette la giacca giusta, parla un italiano azzimato ma in grado di colpire chi lo ascolta: in tutto ciò risulta chiaro quello che può essere definito il Roccocasalinismo». Non è molto di più di questo, l’avvocato foggiano.
Un politico senza volto, persino «inquietante», lo definì Biagio De Giovanni, che tuttavia è incredibilmente tuttora l’uomo su cui il Partito democratico punta per creare quel Nuovo Ulivo che non esiste in natura. E a cui si aggrappa il ceto politico grillino venuto su in questa legislatura, spesso donne e uomini senza arte né parte che vedono concreto il rischio di essere espulsi dal gioco politico e dalle relative rendite.
Dopo la tragicommedia dell’annullamento della sua nomina come Presidente del M5s è sceso uno strano silenzio su un personaggio che nella vicenda del Quirinale aveva dato ancora una volta l’impressione di giocare su due tavoli, che soffre la sua marginalità politica e l’egemonia di Mario Draghi a cui cerca di dare fastidio come una zanzara ad agosto ma che non sa assolutamente cosa fare. Tutto questo è nel titolo del libro citato e si può riassumere in una sola parola: declino.