Articolo 4Le repubbliche baltiche e la Polonia temono di essere i prossimi bersagli di Putin

I Paesi Nato confinanti con la federazione russa sentono sempre più vicina Mosca e chiedono l’intervento dell’Alleanza atlantica. In questo caso possono appellarsi al Trattato, che prevede «consultazioni di emergenza se un membro è minacciato». È in programma un vertice per venerdì

AP/Lapresse

Alla fine avevano ragione gli americani. Putin ha invaso l’Ucraina (qui tutti gli aggiornamenti live), non solo la parte di Donbass che non era in mano ai separatisti, ma un’aggressione su tre lati. Non la “guerra ibrida” temuta nelle settimane di escalation, ma i carri armati. Violando la sovranità territoriale di Kiev, l’esercito russo si avvicina ancora di più alle frontiere della Nato, da cui lo separano le truppe ucraine e poche centinaia di chilometri. Se cadesse l’Ucraina, l’Occidente avrebbe il nemico in casa.

A temere sono soprattutto le repubbliche baltiche. A maggior ragione se il criterio del nuovo «zar» è quello, antistorico, di ricalcare sulla cartina i confini dell’impero zarista al suo apogeo. Ancor prima che Lenin «inventasse» l’Ucraina – almeno in questa visione allucinata di Putin – quando la Polonia non esisteva, la Russia dominava tutto il Baltico orientale e contendeva i Balcani all’Austria.

Proprio Varsavia ha chiesto l’attivazione dell’articolo 4 del Trattato Nord Atlantico, che non copre l’Ucraina. E i vertici hanno messo in programma un summit per venerdì. «

Nei prossimi giorni invieremo ulteriori forze sul fronte Est, dove già sono state inviate migliaia di truppe», ha detto il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. «Dopo l’invasione della Russia di un Paese non alleato, abbiamo attivato il piano di difesa della Nato, che dà maggior autorità ai comandanti in campo. Noi siamo pronti, ma la nostra è un Alleanza preventiva, non vogliamo un conflitto».

Se Kiev facesse parte della Nato, infatti, all’attacco russo sarebbe seguita automaticamente la risposta dei trenta Paesi alleati. Lo sancisce l’articolo 5, che è riservato agli Stati membri. Nel caso dell’Ucraina, quindi, non si può utilizzare. Per questo il governo polacco, attraverso il suo ambasciatore a Bruxelles, ha chiesto al segretario generale Jens Stoltenberg di innescare il quarto punto.

È una distinzione chiave. L’articolo 4 prevede «consultazioni di emergenza se un membro è minacciato». La Nato e i massimi vertici istituzionali delle nazioni che la compongono hanno condannato a ripetizione le mosse di Vladimir Putin, fin da quando erano solo presunte «esercitazioni militari». Un conflitto alle porte dell’Europa suona decisamente come una minaccia, e come tale verrà interpretato.

Nello scenario limite di una conquista russa le frontiere con l’autocrazia di Mosca, anche attraverso una Bielorussia ormai sua satellite, collimerebbero con quelle comunitarie – diremmo «del mondo libero», se non ricordasse una guerra fredda che non si era mai accesa così tanto, almeno nel nostro continente – per migliaia di chilometri, dalla Polonia, alla Slovacchia, all’Ungheria e alla Romania. Cioè con sette membri della Nato in totale: non a caso, la richiesta polacca è stata sottoscritta dai Paesi baltici, Estonia, Lettonia e Lituania.

 

Le tre repubbliche, nella Nato dall’allargamento a Est del 2004, pensano di essere le prossime vittime dell’espansionismo di Putin. Un territorio da tenere d’occhio potrebbe essere Kaliningrad. È più di uno strapuntino di passato: quei 15 mila chilometri quadrati di territorio russo in Europa non sono solo un’enclave sopravvissuta alla fine dell’Unione sovietica, la «tragedia» che l’ex agente del Kgb al Cremlino sta cercando in tutti i modi di invertire, ma sono anche la base navale della flotta della federazione nel Baltico.

Oggi la Russia può accedere via terra a quell’oblast (come si chiamano le regioni della Federazione) solo passando da Polonia e Lituania, che ha già dichiarato lo stato d’emergenza. Secondo analisti come Robert Kegan, ripreso oggi sul Foglio, il prossimo passo, in un futuro non troppo remoto, potrebbe essere la richiesta di un «corridoio diretto che metterebbe strisce di Paesi sotto il controllo russo». Il disegno a lungo termine è ripristinare la sfera di influenza in Europa orientale, per impedire lo stanziamento di truppe Nato nei Paesi dell’ex patto di Varsavia.

È difficile immaginare una minaccia più concreta, anche in ottica articolo 4 della Nato. Lo dice testualmente la prima ministra estone, Kaja Kallas. «L’attacco di larga scala lanciato dalla Russia contro l’Ucraina – scrive in un tweet –, una nazione sovrana dell’Europa (in senso geografico, perché non fa parte dell’Unione europea, ndr.), è una minaccia all’intero mondo libero. Devono essere convocate consultazioni Nato per rafforzare la sicurezza degli alleati e adottare ulteriori misure per assicurare la loro difesa».

Si stima che il Cremlino abbia schierato circa 200mila uomini. L’esercito ucraino ha più o meno lo stesso numero di effettivi, oltre alle milizie di civili in alcune città. In Estonia, Lettonia e Lituania c’è un presidio di 4mila soldati Nato, da Germania, Regno Unito, Italia e Canada. Truppe statunitensi sono in Polonia (9.200), Romania (1.900) e Bulgaria (2.500). Il Pentagono, nelle ultime settimane, ha spostato battaglioni, elicotteri e caccia dalle basi tedesche verso il fronte più caldo. C’è una task force di 8.500 militari pronta a venire mobilitata, però è ancora oltreoceano.

Ma questo schieramento non risponderà all’invasione. «Ci saranno conseguenze per chi interferisce», ha avvisato Putin. «Non combatteremo in Ucraina», ha chiarito l’amministrazione americana. Anzi, Washington ha richiamato gli addestratori che aveva mandato a Kiev. In Europa restano comunque 90mila soldati americani, 35mila dei quali in Germania. L’arma di deterrenza scelta dall’Occidente sono le sanzioni, minate dall’alleanza de facto tra Russia e Cina, osservatrice interessata del caos e a sua volta desiderosa di ridisegnare gli equilibri regionali in Oriente.

La Nato è un’organizzazione difensiva. Interviene – in base all’articolo 5 – solo se uno dei suoi membri viene aggredito e questo non è il caso dell’Ucraina, abbandonata a se stessa, almeno sul piano militare. Può agire fuori dai confini su mandato dell’Onu, come avvenuto in Bosnia negli anni ‘90. Per autorizzare una missione, o mobilitare le forze di risposta rapida finora solo virtuali, vanno messi d’accordo trenta nazioni. I rinforzi inviati dai membri dell’Unione europea si contano nell’ordine di grandezza delle centinaia.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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