
«Abbiamo catturato circa 200 soldati russi, molti dei quali hanno sui 19 anni. Sono mal equipaggiati e con un addestramento inesistente: abbiamo loro permesso di telefonare a casa, le famiglie appaiono completamente sorprese»: le parole pronunciate domenica di Borys Kremenetskyla, generale maggiore dell’esercito ucraino, sulla scelta di permettere ai prigionieri russi di chiamare a casa sono solo un esempio di una serie di mosse con cui l’Ucraina, e in particolar modo il suo presidente Volodymyr Zelensky, stanno riuscendo a battere Putin sul piano mediatico.
L’avanzata delle truppe russe, nel primo giorno di conflitto, è sembrata inarrestabile. Per ogni persona che osservava gli eventi da lontano, Kiev era destinata a cadere in poche ore, Zelensky un uomo il cui destinato era segnato. Nel momento in cui scrivo, però, nella capitale si continua a resistere e nonostante i bombardamenti aerei e il fuoco d’artiglieria, l’avanzata russa in Ucraina sembra procedere molto lentamente. Una situazione che rivela una dinamica altrettanto inattesa: nel corso di questa guerra, Putin sta soffrendo lì dove è tradizionalmente forte: nella propaganda.
Come ha affermato il Segretario alla Difesa britannica Ben Wallace, basandosi su rapporti della sua intelligence, l’offensiva decisa da Mosca si basava su due valutazioni: che il supporto al governo da parte degli ucraini sarebbe crollato con l’avanzare delle truppe di Mosca, e che la popolazione russa avrebbe condiviso l’operazione. In quest’ottica, nelle speranze di Putin la superiorità tecnica e numerica dei russi avrebbe garantito un conflitto rapido, con una transizione di potere in tempi brevi. Le cose, però, non stanno andando così.
Prima di tutto, la popolazione ucraina si è dimostrata molto più coriacea di quanto Putin si aspettasse. Soprattutto, già dai momenti iniziali dell’invasione, quelli più incerti e privi di punti di riferimento, si è mostrata fedele al presidente Zelensky. In questo clima, una scelta forte come quella di indire la mobilitazione generale non ha incontrato resistenze da parte della popolazione, anzi negli scorsi giorni migliaia di civili si sono arruolati volontari per provare a difendere le proprie città. Diversi media, inoltre, hanno mostrato come per le strade di Kiev molte persone comuni stiano seguendo le indicazioni del governo, preparando molotov e paracarri per rallentare l’avanzata di Mosca.
Anche in Russia le cose non vanno come sperato da Putin: nonostante la durissima repressione delle manifestazioni e il divieto per i media di chiamare «guerra» il conflitto in corso, decine di migliaia di persone sono scese in piazza per protestare contro l’intervento militare deciso da Putin, e a oggi gli arresti sono circa duemila. Se non bisogna fare l’errore di sovrastimare questa parte della popolazione, confondendola con la “Russia profonda”, non si può d’altra parte sottostimarla, non vedendola come la dimostrazione di un errore di calcolo di Putin che, alla lunga, può intaccare il supporto alla guerra oltre che trasformarsi in problema di ordine pubblico, che il governo russo si troverebbe a gestire in una fase già delicata.
A dimostrazione di queste difficoltà, nel pomeriggio di venerdì Mosca ha compiuto due mosse che stridono fra loro, ma che hanno rivelato come le cose non stessero andando come previsto. Il Cremlino infatti ha dapprima invitato il governo ucraino a Minsk per trattare (segno che la rapida vittoria, forse, non era più vista come certa), e qualche ora dopo Putin ha esortato le forze armate ucraine al colpo di Stato contro quei «neonazisti e drogati» che governano il Paese. Il fatto che a questo invito non sia seguita nessuna reazione dell’apparato militare ucraino, dimostra quanto l’assunto iniziale di Putin fosse errato, e al tempo stesso quanto per i russi l’invasione si stesse rivelando più difficile ed esosa di quanto preventivato.
Ma se l’Ucraina si è scoperta un Paese così unito e pronto al sacrificio è anche merito del suo presidente Volodymyr Zelensky, e delle sue scelte comunicative e mediatiche. Fin dalle primissime fasi dell’invasione, Zelensky ha mantenuto molto attiva la linea di comunicazione con il proprio Paese e con la comunità intenzionale, rilasciando frequentemente dichiarazioni stampa. I toni, da subito, sono stati franchi ma appassionati: il presidente non ha mai nascosto che la difesa ucraina non era in grado di tenere testa a lungo all’esercito di Mosca, ma il governo e la popolazione avrebbero fatto di tutto per difendere il Paese, facendo spesso riferimento al diritto all’autodeterminazione dei popoli.
Una linea comunicativa che ha dato motivazione alla popolazione ucraina, facendo si che si stringesse attorno al proprio presidente, e che ha presentato al mondo l’Ucraina come Davide contro Golia, stimolando subito accese simpatie e moti di sostegno nell’opinione pubblica di molti Paesi (sostegno che sarà fondamentale nel supporto politico alle sanzioni).
Con l’arrivo dei russi alle porte di Kyiv, Zelesnky ha moltiplicato le comunicazioni informali, pubblicando video e brevi dichiarazioni sui social, formati che rendevano evidenti le difficoltà che lui stesso stava vivendo, definendosi «l’obiettivo numero uno» dell’offensiva russa e affermando in un colloquio con il cancelliere austriaco di «non sapere fin quando sarà in vita», rinforzando così il legame di empatia della popolazione e dell’opinione pubblica internazionale verso di lui e l’Ucraina. Soprattutto, Zelensky è stato da subito chiarissimo nelle sue intenzioni di non abbandonare il Paese e la capitale, e di voler rimanere a fianco delle truppe e della popolazione impegnate a combattere, e lanciando appelli alla popolazione a resistere attivamente e sottolineando l’eroismo dell’esercito.
Due video, in particolare, hanno consacrato quest’immagine: quello pubblicato sabato sera, in compagnia dei suoi ministri nel quartiere governativo di Kyiv, per smentire la notizia secondo la quale era scappato dal Paese, e quello diffuso il giorno dopo, in cui mostrandosi ancora per le strade della capitale rifiuta l’offerta degli Usa, che si erano proposti di aiutarlo a fuggire, affermando «non mi serve un passaggio, mi servono munizioni»; una frase ad effetto, che comprensibilmente nelle ore seguenti è girata molto sui media e sui social e che ha confermato la sua immagine di combattente al fianco del suo popolo, rinforzata anche dalla scelta di apparire, con l’intensificarsi dell’offensiva, sempre in divisa o in abbigliamento tecnico.
Grazie alle sue scelte comunicative, Volodymyr Zelesnky, che nelle intenzioni di Putin doveva essere deposto poco dopo l’inizio dell’invasione, è apparso intransigente, irriducibile, pronto a morire a Kyiv, se necessario, al fianco del suo popolo. Non è un caso, del resto, che sulla stampa e sui social molti lo abbiano paragonato a Salvador Allende, il presidente democraticamente eletto del Cile, che nel 1973 fu deposto dal golpe di Pinochet supportato dagli USA, che rimase a combattere nel palazzo del governo contro le forze golpiste, finendo ucciso.
Zelensky, inoltre, nelle sue dichiarazioni ha sempre tenuto separati Putin e il popolo russo, e la scelta di permettere ai prigionieri di chiamare a casa, così come quella di creare un numero verde per le famiglie russe che hanno soldati al fronte, potrebbero avere un forte effetto psicologico, riuscendo ad ampliare il movimento d’opinione contro l’offensiva presente attualmente in Russia, coinvolgendo anche chi ha i propri cari direttamente impegnati nel conflitto.
L’esito dell’invasione è incerto, così come il destino personale di Zelensky. Nonostante la superiorità tattica russa, le scelte del presidente ucraino hanno avuto un ruolo centrale nel tenere in piedi la resistenza ucraina, facilitando una coesione nazionale e una solidità motivazionale che potrebbero rendere le cose molto difficili all’esercito di Mosca nel lungo periodo. La guerra si combatte anche sul fronte mediatico e propagandistico, e in questo sembra che l’ex comico diventato presidente stia davvero vincendo sull’ex agente del KGB.