Zelensky contro PutinLa metamorfosi di un presidente ex comico ora leader della resistenza ucraina

Eletto nel 2019 con una campagna populista in cui si dipingeva come «servitore del popolo», negli ultimi giorni ha mostrato un coraggio e un’autorevolezza su cui non avrebbero scommesso neppure nella sua cerchia di fedelissimi

LaPresse

«Mi viene chiesto molto spesso cosa sono pronto a fare per fermare la guerra. È una domanda strana. Cosa siete disposti a fare voi, ucraini, per le vite dei vostri cari? Vi assicuro che sono pronto a fare qualsiasi cosa perché i nostri eroi smettano di morire. Non ho certo paura delle decisioni difficili, sono disposto a perdere la mia popolarità e, se servisse, anche questo incarico, senza esitazioni, per la pace. Ma non rinuncerò mai ai nostri territori». Così parlò Zelensky. Non nelle ore dell’invasione russa, ma nel suo discorso di insediamento. Era il 20 maggio 2019. Il conflitto in corso era, ed è, quello nel Donbass.

Il virgolettato non sembra scaduto, ma oggi i fronti aperti sono tre. Kiev è accerchiata. Il governo distribuisce alla popolazione fucili e volantini con le istruzioni per confezionare le molotov. E lui, Volodymyr Zelensky, non è più solo l’ex comico diventato presidente, a metà tra una storia da film, gli scherzi del destino e il populismo che trasloca dagli studi televisivi ai palazzi di governo. È il leader di un Paese in guerra. A 44 anni, quaranta dei quali vissuti come attore, è stato costretto dal fuoco nemico a evolversi. Da istrione dell’antipolitica a statista.

L’opinione pubblica mondiale – e soprattutto americana – ha scoperto l’esistenza di Zelensky nell’estate di quell’anno, quando s’è trovato suo malgrado al centro di un ricatto telefonico di Donald Trump. Il presidente poneva come condizione per l’invio di armi l’apertura di indagini sugli affari in Ucraina del figlio di Joe Biden, all’epoca suo rivale democratico. Lo scandalo, noto come «Ucrainagate», sarebbe costato al tycoon una procedura di impeachment, bocciata dal Senato americano.

Il «servitore del popolo», dal nome del suo partito – ma soprattutto della serie che l’ha consacrato – era stato accostato anche a Trump, per la carica populista e la stessa ascesa, letta con scherno dagli avversari, cominciata come star della televisione.

Alle urne, Zelensky ha fatto meglio del suo personaggio, con un 73,2% plebiscitario. Ha cercato una specie di terza via tra un Occidente percepito come corrotto e l’invadenza di Mosca, convinto che la sorte del suo Paese non fosse quella di «sorella minore della Russia».

In quel primo discorso, quasi a tracciare un parallelismo, citava Ronald Reagan come «un attore americano che è diventato un presidente cool». L’«impero del male» oggi è quello del Cremlino. Con Vladimir Putin, Zelensky ha inizialmente cercato di dialogare. Ci ha provato, invano, anche nelle settimane dell’escalation. È stato eletto sulla promessa di riportare la pace, con voti cospicui dal sud e dall’est della nazione, le aree più esposte all’espansionismo russo, perché confinanti con la Crimea annessa dallo «zar» e con le auto-proclamate repubbliche filorusse di Donetsk e Lugansk.

In una prima fase, ci sono stati scambi di prigionieri. È sembrato che potessero funzionare gli accordi di «Minsk II»: il protocollo mai rispettato nemmeno da Mosca prevedeva più autonomia e l’autodeterminazione linguistica per i secessionisti, ma pure il ritiro delle truppe straniere e delle armi pesanti. Il conflitto nel Donbass non si è mai spento, a partire dall’aprile 2014 ha causato più di 14mila caduti, tra cui 3mila civili, e un milione di sfollati interni. Numeri che ora andranno aggiornati con quelli dell’aggressione del 24 febbraio 2022.

Rispetto agli esordi, Zelensky si è spostato verso l’Unione europea e la Nato, aumentando le frizioni con il Cremlino. Il presidente è seguito, in questo, dalla popolazione: negli ultimi sondaggi, la maggioranza degli ucraini sarebbe a favore dell’ingresso in queste due organizzazioni, rispettivamente con il 58% e il 54%, se si tenesse un referendum ormai impensabile. La «colpa» che stanno pagando a Kiev è quella di voler assomigliare e di volersi avvicinare all’Occidente. Da cui si sentono, non a torto, traditi.

La traiettoria politica di Zelensky non è stata immune da ombre. Il trionfo si è basato su una retorica anti-oligarchi e sull’impegno a smantellare la corruzione endemica. Erano già noti i legami del comico con Ihor Kolomoisky, il magnate dei media che oltre a produrre i suoi show ne ha sostenuto la campagna elettorale. Il suo nome è comparso nei «Pandora Papers», i documenti sui patrimoni nascosti all’estero dei potenti, per una rete di compagnie offshore, ma il presidente ha negato che la sua società di produzione, la Kvartal 95, fosse coinvolta nel presunto riciclaggio di denaro.

Per quanto riguarda la limitazione dello strapotere degli oligarchi, però, Zelensky ha mantenuto le promesse, con una legislazione mirata contro alcuni dei più influenti, tra cui Viktor Medvedchuk, il capo dell’opposizione filorussa messo agli arresti domiciliari. Tra le misure, il divieto di finanziare i partiti politici. Insomma, un processo di riposizionamento, se non di crescita politica, era in corso già prima della crisi geopolitica di inizio 2022.

Zelensky ha commesso anche degli errori. Come invitare alla prudenza quando l’amministrazione americana avvertiva che l’invasione russa era imminente. Ma i suoi ultimi discorsi alla nazione e quello pronunciato alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, con il monito a evitare l’«appeasement» con Putin, gli hanno conferito un’autorevolezza su cui non avrebbero scommesso forse neppure nel suo inner circle.

L’Ucraina si è stretta intorno al suo presidente, ai suoi tweet e ai suoi video su Instagram in tenuta militare. Ha dimostrato che c’era già, ed era solido, quell’orgoglio che Zelensky puntava a cementare con l’istituzione di una giornata di unità nazionale il 16 febbraio.

«Siete indomabili, siete ucraini», ha detto il leader sugli schermi dei cellulari nei bunker. È nascosto pure lui nella capitale, anche per sottrarsi a un possibile assassinio su mandato del Cremlino. Ma non ha lasciato il Paese. Finora, si è comportato da leader. «Non è stato lui a scegliere di combattere – ha riconosciuto l’analista Maria Zolkina, intervistata dal New York Times –, ma da quando l’intelligence ha capito che forma avrebbe preso l’attacco si è comportato esattamente come un presidente dovrebbe fare in tempo di guerra».

Non aveva trascorsi di governo, figuriamoci esperienza bellica. Circondato dagli amici dei tempi del successo televisivo, Zelensky si è comunque fidato degli apparati statali della Difesa. È stato al potere troppo poco per rodare le formule della diplomazia, come forse dimostra l’incomprensione con Mario Draghi. Alla Camera il premier ha espresso commozione e solidarietà per una telefonata saltata a causa della situazione a Kiev. L’uomo meno invidiato d’Europa gli ha risposto piccato su Twitter, salvo poi chiarirsi qualche ora dopo.

Zelensky usa lo smartphone con lo stesso stile della sua vita precedente. Dieci milioni di follower su Instagram sono un pacchetto di mischia che si sognano molti capi di Stato, pur nel cortocircuito di una storia con taggato il regista Sean Penn (a Kiev per un documentario) e dentro una nazione in armi che sui social condivide meme contro la Russia, rovesciando la propaganda del Cremlino. Tempi di guerra ibrida. Almeno quella su internet l’ha vinta l’Ucraina.

Genitori ebrei, suo nonno aveva servito nell’Armata rossa durante la Seconda guerra mondiale. Eppure il delirio di Putin gli rinfaccia un «nazismo» inesistente, quando è la sua aggressione a ricordare quella spirale di eventi, con l’Ucraina sacrificata come la Cecoslovacchia.

Zelensky parla in russo quando vuole rivolgersi ai cittadini della superpotenza vicina. Lo ha fatto negli appelli di queste ore e per ringraziare chi ha manifestato, spesso pagando quel dissenso con l’arresto.

Aveva alternato il russo all’ucraino anche nel primo discorso al Paese. «Nella mia vita, ho fatto del mio meglio per farvi ridere – aveva detto – sentivo che non era solo il mio lavoro, era la mia missione. Nei prossimi cinque anni, farò di tutto per non farvi piangere». Aveva indicato un modello inusuale: «Ricordate la nazionale di calcio islandese agli europei del 2016, quando un dentista, un dirigente, un pilota, uno studente e un bidello hanno combattuto per la dignità della loro nazione?».

Ci sono sicuramente anche dentisti, dirigenti, piloti, studenti e bidelli tra i cittadini a cui oggi viene messo in mano un fucile per l’ultima, eroica resistenza di Kiev.