
Da mesi si parla del giorno in cui il Sars-CoV-2 diventerà endemico, immaginando un futuro in cui saremo perfettamente abituati e la malattia Covid-19 non sarà più una preoccupazione. È quasi un auspicio, una speranza di un mondo post-pandemico. Si è diffusa l’idea che l’endemicità sia sinonimo di un ritorno alla normalità a tutti gli effetti.
«L’endemicità, in realtà, non promette niente di tutto questo». L’avviso arriva direttamente dall’Atlantic, che sottolinea un dettaglio fondamentale proprio in apertura: «Il termine a cui abbiamo appuntato le nostre speranze post-pandemiche ha così tante definizioni che non significa quasi nulla».
In altre parole, il termine endemico non aiuta ad avere un’idea chiara di come sarà la convivenza con il virus, anzi forse contribuisce a complicare l’assunto.
L’epidemiologa Emily Martin, dell’Università del Michigan ha detto all’Atlantic che «una definizione precisa di endemico non esiste davvero». Mentre Ellie Murray, della Boston University, ha spiegato che «la parola è così poco chiara e usata in modo improprio che è davvero difficile stabilire perché qualcuno la stia usando così di frequente».
Il punto di partenza, si legge sull’Atlantic, è che ci sono moltissimi modi in cui una malattia può diventare endemica. Di conseguenza l’endemicità non dice granché sul numero totale di persone infette, né su quanto potrebbero diventare gravi quelle infezioni, quanti morti o problemi gravi potrebbe causare un virus. E ovviamente le malattie endemiche possono essere innocue o gravi, comuni o rare.
In più, l’endemicità non garantisce una quotidianità più semplice e non promette un ritorno al mondo com’era nel 2019. L’unico vero vantaggio è un minimo di prevedibilità nel numero medio di persone che contraggono e trasmettono un agente patogeno in un determinato periodo di tempo – ad esempio in un anno. Tutto qui.
Un virus come l’herpes simplex 1, che causa l’herpes labiale e, meno comunemente, l’herpes genitale, è considerato endemico in tutto il mondo. Negli Stati Uniti colpisce, secondo alcune stime, almeno la metà degli americani, sebbene la maggior parte delle infezioni sia asintomatica o non gravemente grave, soprattutto tra gli adulti. Allo stesso tempo malaria fa ammalare più di 200 milioni di persone all’anno e ne uccide almeno 400mila, la maggior parte delle quali di età inferiore ai 5 anni. Anche questa è endemicità.
Poi ci sono i virus come quelli dell’influenza, spesso considerati il modello dell’endemicità. In realtà l’influenza è proprio l’esempio migliore di quanto possa diventare assurdamente confusa l’endemicità: in gran parte del mondo i virus influenzali sono stagionali, aumentano in autunno e in inverno, per poi diminuire nei mesi più caldi. Ma possono anche sfociare in pandemie, come hanno fatto nel 1918, 1968 e 2009, per poi tornare indietro.
L’endemicità, quindi, identifica solo un agente patogeno così radicato nella popolazione che questa smette di essere preoccupata dei problemi che causa, cioè ne sopporta le conseguenze.
Ora, in uno scenario ottimistico un buon livello di diffusione dei vaccini – e in generale dell’immunità – potrebbe portare il virus davvero ad essere come l’influenza o poco diverso. Ma nel peggiore dei casi, l’endemicità potrebbe significare che il livello di trasmissione della malattia rimane alto così come è stato in alcuni dei momenti peggiori della pandemia. E rimanere tale.
Al momento alcuni dati sulla diminuzione dei contagi fanno immaginare che si stia andando verso lo scenario più auspicabile. E nei fatti l’influenza stagionale potrebbe diventare un buon punto di riferimento per capire come comportarsi con il Covid in un’epoca post-pandemica. È vero che il Covid non è l’influenza e gli ultimi due anni lo testimoniano. Ma il confronto diventa più equilibrato guardando in prospettiva futura.
L’influenza è un virus respiratorio che si è intromesso in modo abbastanza disordinato nella popolazione mondiale e fatto che ormai sia diventata familiare rende tutto più confortante. Ma comunque non viene snobbata: si progettano farmaci e vaccini per combatterla, si fanno stime sui contagi stagionali, si fanno previsioni sulla diffusione in un anno e sul peso che avrà per gli ospedali.
In più, dell’influenza sappiamo che i suoi virus possono cambiare forma al punto da confondere anche i sistemi immunitari più solidi, e molti di questi ceppi e di queste varianti possono essere un bel problema. E proprio come accade per i vaccini antinfluenzali, anche quelli anticovid sembrano fornire una protezione piuttosto solida contro malattie gravi pur non riuscendo a negare del tutto la diffusione dei contagi.
Insomma, non è detto che il virus della pandemia si comporterà allo stesso modo in futuro, ma sembrano due modelli almeno parzialmente sovrapponibili. E comunque non è necessariamente una condizione del tutto positiva. Quanto è positiva la presenza di un’altra malattia che uccide migliaia e migliaia di persone ogni anno? E quanto peserebbe sui sistemi sanitari nazionali?
Potrebbero esserci alcune differenze sostanziali tra le due malattie. Il virus Sars-CoV-2 potrebbe superare i limiti della stagionalità e diventare una minaccia per quasi tutto l’anno – almeno in alcune parti del mondo – il che renderebbe più complicato capire come e quando vaccinare la popolazione.
«Non ci si può aspettare che la transizione tra pandemia e post-pandemia avvenga in un istante», scrive l’Atlantic. «Potremmo non sapere come sarà il futuro del Covid fino a quando non ci arriveremo. E dire che diventerà “come l’influenza” potrebbe essere in realtà una sottovalutazione delle possibili sorprese».
Ecco perché parlare di endemicità oggi equivale a dimenticare tutte le sfumature possibili dietro l’evoluzione della pandemia, del virus, del rapporto con l’uomo. Una semplificazione che non è di grande aiuto.
L’articolo dell’Atlantic poi evidenza un’ulteriore possibile conseguenza: «Da quel che vediamo con la distribuzione diseguale di vaccini e cure, il Covid potrebbe seguire l’esempio di altre malattie, come Hiv, malaria e tubercolosi: i Paesi meglio equipaggiati potranno dichiarare prima la crisi finita. Ma questo rischia di concentrare il Covid nelle parti del mondo meno attrezzate. Quindi affermare l’endemicità può essere un modo per trasferire la malattia ai più vulnerabili e dichiarare tollerabili queste disuguaglianze».
Anche questo dettaglio evidenzia che l’uso del termine endemico crea un falso senso di certezza in una situazione fondamentalmente incerta. Dire che la pandemia lascerà il posto all’endemicità vuol dire suggerire un unico punto di arrivo, anche se non ce n’è uno solo.
L’opportunità per eliminare definitivamente Sars-CoV-2 dal pianeta è abbondantemente sfumata: ormai il virus è troppo diffuso, troppe specie animali possono contrarlo e i nostri vaccini sono ancora scudi imperfetti. Allo stesso modo non elimineremo l’influenza endemica, ma c’è molto margine per ridurre considerevolmente il peso dell’influenza: durante la prima fase pandemica abbiamo stimato che alcuni dei virus influenzali si sono indeboliti o sono spariti grazie all’uso delle mascherine, al distanziamento, alla ventilazione dei luoghi chiusi e altre piccole attenzioni.
Conservare le strategie di controllo delle infezioni dopo la pandemia, anche in parte, potrebbe ridurre notevolmente il bilancio annuale dei contagi. «Se il nostro futuro – conclude l’Atlantic – è un accordo di convivenza con il virus, possiamo rinegoziare i termini ancora e ancora. La fase post-pandemia sarà plasmata dalle nostre scelte e dalle nostre azioni».