Ugly revolutionCome le donne si stanno ribellando alla tirannia della bellezza

Contro gli obblighi di un’estetica canonica, c’è un movimento in rete (soprattutto su Instagram) che rivendica ed esibisce il diritto di non essere perfette

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Dalle viscere della cultura dominante si è levato l’ennesimo urlo di rabbia finora contenuta, tollerata in virtù di una società che non l’avrebbe presa in considerazione o del tutto impreparata a riceverla: la rivendicazione del diritto a essere brutti.

Ne parlava già Giulia Blasi in “Brutta. Storia di un corpo come tanti“, uscito per Rizzoli a settembre del 2021. Il giogo della bellezza e della adesione a certi codici estetici viene imposto alle donne fin da quando sono bambine e sedimenta nei loro corpi, nella percezione che hanno di se stesse, nei rapporti che intrattengono con l’ambiente esterno.
«Essere brutta è un peccato mortale, una tara, un crimine a cui bisogna porre rimedio con ogni mezzo», ha detto Blasi in un’intervista a Repubblica dello scorso 28 novembre. «Se nasci donna non puoi mai dimenticare di avercelo, un corpo».

Mercoledì 9 marzo al Circolo dei lettori di Torino si è tenuto un incontro dal titolo «Brutte in serie», poi diventato un podcast, a cura di Giulia Muscatelli, giornalista e divulgatrice di questioni femminili.

Prendendo come punti di riferimento alcuni dei personaggi più celebri delle serie televisive, da Ugly Betty a Kat di Euphoria, alcune donne, tra cui Ilaria Gaspari, Domitilla Pirro e Serena Bongiovanni, hanno rivendicato il diritto alla bruttezza, all’essere non conformi a un prototipo estetico.

«È brutto ciò che ci hanno insegnato essere brutto. Qualcuno ha imposto un canone, che non è semplicemente estetico, ma anche caratteriale. È brutta la donna che rivendica il proprio spazio, è brutta la donna che non è donna come le altre», spiega Giulia Muscatelli a Linkiesta.

Ne ha scritto anche Margaret Atwood nel suo ultimo saggio uscito per Ponte alle Grazie il 3 marzo: “Questioni scottanti. Riflessioni sui tempi che corrono”. Che l’autrice di romanzi distopici più celebre al mondo consideri la bellezza una propaggine malata delle stesse distopie di cui scrive, spinge a riconsiderare assunti che sono dati per scontati.

In un’anticipazione rilasciata a Robinson di Repubblica nel numero del primo marzo, Atwood scrive: «Non occorre che le bambine crescano più di tanto, perché si ritrovino invischiate nella Bellezza […] In quelle fiabe c’erano altri personaggi femminili – streghe cattive, false spose, sorelle malevole – ed erano tutte quante brutte; o almeno – nel caso della malvagia matrigna di Biancaneve – meno radiose dell’eroina. Ci siamo mai soffermate a considerarne il punto di vista, a riflettere su quanto dovessero sentirsi sminuite davanti all’irritante avvenenza della protagonista? […] Che sia o meno superficiale, una benedizione o una maledizione, sdegnosa o seduttiva, realtà o illusione costruita, la Bellezza non ha perso il suo potere magico, almeno nel nostro immaginario. Ed è per questo che continuiamo a comprare tutti quei tubetti di lucidalabbra: crediamo ancora nelle fate».

In un’epoca interamente assoggettata al culto dell’immagine, all’attenzione liturgica, quasi religiosa nei confronti dei corpi, la mal sopportazione nei confronti di certi imperativi assume il fascino violento delle rivoluzioni.

(È indubbio che le pressioni in merito alla prestanza fisica vengano subite anche dagli uomini. Tuttavia, il corpo femminile è quello che tende a esibirsi di più e per questo richiama l’attenzione maggiore, soprattutto in quanto si pone al centro di un dibattito antico in seno alle tematiche sociali e di genere).

Secondo Giulia Muscatelli, l’universo delle donne è stato privato di un diritto inalienabile, che dovrebbe essere sancito a priori, quindi l’idea di “rivendicarlo” è di per sé paradossale: la libertà di fare del proprio corpo ciò che si vuole, senza che questo rischi di contraddire le intenzioni o l’identità del legittimo proprietario.

La storia ha sempre preteso dalle donne un’impeccabilità di fondo. Nonostante le pretese di inclusione, le campagne di body positivity e i tanti casi di outing in cui si ostentano le proprie imperfezioni fisiche come fossero bandiere, i disturbi alimentari e il ricorso alla chirurgia estetica sono sempre più frequenti.

Quando il confine tra realtà e finzione è stato mediato dall’avvento dei social network e modelle e influencer hanno iniziato a popolare le home con foto e video di ciò che mangiano, dicono e pensano, dei loro corpi in vacanza, appena svegli, struccati e in pigiama, ben presto il bello ha iniziato a invadere il quotidiano bombardandolo di aspirazioni via via più frustrate.

Già, che l’acne di Matilda De Angelis o le pose in cui Sara Sampaio mette in evidenza pancia e cellulite possano normalizzare il concetto di bellezza è una mera illusione.
Come ha scritto Clara Mazzoleni in un articolo su Rivista Studio, «i messaggi contraddittori implicitamente veicolati dalle star che si mostrano vulnerabili e dalle paladine della bellezza “non convenzionale” (sempre stupende e super fotogeniche nonostante i loro presunti “difetti”), riescono a farmi sentire ancora più brutta e malata e impotente».

Il bello non ha affatto diminuito o abbassato i propri criteri di valutazione, anzi.

Avendo un occhio perpetuamente puntato sulle esistenze degli altri, tutti sono informati di dettagli che una volta appartenevano alla sfera delle relazioni più intime. Ci si fotografa in palestra, al ristorante, in sala parto, mentre si balla scalzi nel proprio salotto. Questa iper-esibizione, psichica ma soprattutto fisica, pretende una ricerca sempre più ossessiva di perfezione. Già decine di esperti hanno parlato di come sui social sembrano tutti felici, ma la verità è che sembrano anche tutti bellissimi. Che la parabola innescata sia la stessa (e dunque finta) in ambo i casi, non sembra condizionare granché la reazione dell’utente.

Conosciamo trucchi e metodi per risultare ammantati di una bellezza soave, trasandata ma non per questo meno sensuale, oltre alla gamma di applicazioni e filtri pronti a smagrire, correggere, ringiovanire, ingrandire gli occhi, rimpolpare le labbra, sfinare colli e cosce. Eppure non ci si smuove dall’implicita convinzione che gli altri siano proprio come appaiono nella vita virtuale.

«Non mi aiuta affatto sentirmi dire da altre donne che anche loro hanno la cellulite. La cultura così non si sposta», aggiunge ancora Giulia Muscatelli. «Mi aiuterebbe se Intimissimi postasse una gigantografia in piazza del Duomo in cui pubblicizza una taglia 50».

Il brutto si pone dunque alla pari di un ideale che rivendica la normalità dei corpi, di tutti i corpi, restituendoli alla loro condizione originaria: essere né più né meno quello che sono, mezzi e non fini ultimi, sformati o massicci, gracili o longilinei, ciò che insomma ci limitiamo a portare in giro perché ci è toccato in sorte e non ci definisce in alcun modo.

Si punta a sovvertire un ordine, un pregiudizio. Se dovesse attecchire, l’eco avrebbe una portata enorme.

Cosa succederebbe se le donne smettessero in massa di depilarsi, di prestare attenzione a come si vestono, al loro regime alimentare, alle diete, al fitness, alla piega di ciglia e sopracciglia, rinunciassero al parrucchiere e il make up e iniziassero a presentarsi per ciò che sono nel loro stato più arcaico e autentico, cosa che agli uomini è di fatto concessa in misura molto maggiore?

Un hashtag lanciato nel 2009 e diventato virale solo negli ultimi giorni è #goblinmode, la modalità goblin: uno stato d’animo o meglio, un’esigenza, in cui ci si arrende alla trascuratezza morale ed estetica per buttarsi a letto, in pigiama o in tuta, a viziarsi con schifezze ordinate sulle app di delivery.

La modalità goblin ricorderebbe il più comune degli stati depressivi, tranne che viene vissuta con gioia. Con senso di libertà e sollievo. Forse l’atto più trasgressivo per le ragazze al giorno d’oggi, effettivamente, consiste nel boicottare la skin care per un paio di giorni, esibire i brufoli e i capelli tenuti insieme dalla pinza, e ammettere, anzi, gridare una volta per tutte che si sono stancate di essere fiche.

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