Donetsk e LuganskLe pseudo-repubbliche nate nel 2014 e l’Occidente che ha fatto di tutto per non vedere

Come raccontano Andrea Sceresini e Lorenzo Giroffi nel loro reportage “La guerra che non c’era” (Baldini + Castoldi) quello è l’inizio di un conflitto a bassa intensità tra trincee, diritti calpestati, false democrazie e morti veri che a lungo si è scelto di ignorare

Il 2 novembre è una giornata storica per il Donbass: per la prima volta gli abitanti delle Repubbliche di Donetsk e Lugansk sono chiamati alle urne per eleggere i loro parlamenti.

La comunità internazionale ha severamente condannato l’iniziativa definendola illegittima. «Si tratta di una vergognosa farsa», ha annunciato il presidente Poroshenko. «Una farsa molto pericolosa, perché mette seriamente a rischio il processo di pace e viola gli accordi di Minsk». Solo la Russia di Putin ha dichiarato che riconoscerà come valida la kermesse elettorale. Il resto del pianeta ha preferito voltarsi dall’altra parte.

Siamo riusciti a discuterne con uno dei massimi dirigenti separatisti, il presidente del Consiglio supremo della Repubblica di Donetsk, Boris Litvinov. Intervistarlo non è per nulla facile: non perché lui non sia disponibile – lo è al cento per cento – ma, molto più banalmente, per la drammatica assenza di una lingua in comune. Noi non parliamo russo e lui non parla inglese, così come tutti i membri della sua segreteria. Potremmo procurarci un interprete ma il problema è che non ne abbiamo il tempo: il via libera per l’intervista giunge praticamente all’improvviso. La convocazione è di lì a un’ora ed è impossibile ottenere rinvii.

Decidiamo di arrangiarci: aiutandoci col traduttore di Google, buttiamo giù una mezza dozzina di domande in caratteri cirillici. Salviamo il file sul cellulare che mostreremo poi a una delle segretarie di Litvinov, chiedendole di leggere per noi i vari quesiti. Una volta registrate le risposte invieremo via mail il file audio al nostro amico Molotov, il quale procederà alla traduzione dal russo all’italiano. È un sistema arrangiatissimo, al limite del bislacco, ma dovrebbe funzionare. Certo, non potremo replicare in diretta, dovremo limitarci ad annuire in silenzio qualunque siano le risposte. Ma perlomeno non resteremo a mani vuote.

Boris Litvinov è un uomo alto e curvo. È membro del partito comunista locale. Scopriamo che aderì al Pcus nel 1979: da allora non ha mai cambiato bandiera. Ci accoglie sorridendo con un timido «My name is Boris», che suona moscio come il lamento di un convalescente: il suo inglese si interrompe qui. Fisicamente assomiglia all’attore Toni Servillo nel film “Il divo”. Tra i due vi è una sola differenza: oltre agli occhiali a montatura spessa, il nostro uomo sfoggia anche una vasta collezione di tic.

Non capendo una parola di ciò che ci dice finiamo per concentrarci sulle sue smorfie. Scopriremo poi – leggendo le traduzioni di Molotov – che Litvinov non è per nulla uno sciocco: al contrario, sa decisamente il fatto suo. È un teorico puro, un ideologo convinto della supremazia filorussa.

«Queste elezioni», dice, «rappresenteranno la prova definitiva della nostra totale indipendenza. Fino a oggi il potere era in mano ai rivoluzionari: ora tocca ai rappresentanti eletti dal popolo che a partire da domani reggeranno le sorti del Paese». Una delle nostre traballanti domande riguardava l’annosa questione del riconoscimento internazionale. Litvinov risponde così: «Anche la Russia bolscevica faticò anni prima di essere riconosciuta. Lo stesso vale per noi: ci vorrà del tempo, certo, dovremo vincere la guerra. Ma statene pur certi: i fatti hanno la testa dura. Presto o tardi anche gli altri Paesi dovranno fare i conti con la nostra esistenza. Il primo passo è già fatto: siamo passati dalla rivoluzione alla democrazia. Vedrete: tutto il resto verrà da sé». È un’ottimista il compagno Litvinov: forse fin troppo.

Parlare di liste e candidati nella neonata federazione della Novarossia appare a dir poco eufemistico. Gli aspiranti leader sono sostanzialmente due, uno per Repubblica. Sono entrambi già al potere, semplicemente dovranno essere riconfermati. A Lugansk c’è Igor Plotnitsky, un ex militare di carriera dal volto grasso contornato da imponenti sopracciglia nere. Non è considerato granché, neppure dai suoi stessi compagni: la sua azione più significativa, pochi giorni dopo il voto, consisterà nello sfidare a duello Petro Poroshenko precisando che l’evento verrebbe trasmesso in diretta dalla Tv locale.

A Donetsk c’è invece Aleksandr Zakharchenko, il cui spessore politico è indubbiamente maggiore rispetto a quello del collega. Zakharchenko, i cui cartelloni elettorali sorridono su tutti i muri della capitale, è il leader indiscusso del battaglione Oplot, una delle più potenti formazioni dell’esercito miliziano. Ex elettricista in una miniera locale, il rampante leader ha solo 38 anni, ama indossare la divisa ed è celebre per il suo carisma aggressivo. Degli sfidanti – che pure esistono, almeno sulla carta – si conosce a malapena il nome.

Il proselitismo elettorale è ovviamente a senso unico: Zakharchenko parla in piazza, Zakharchenko incontra i lavoratori, Zakharchenko viene intervistato dalla Tv separatista. In quanto giornalisti con accredito veniamo invitati a seguire l’onnipresente leader durante uno dei suoi tour propagandistici. È la vigilia dell’election day: l’occasione è di quelle ghiotte da non farsi scappare. Veniamo convocati alle sette di mattina nel centro di Donetsk, a ploshchad Lenina, piazza Lenin. Verremo caricati su un pulmino insieme agli altri cronisti; viaggeremo in direzione sud verso le linee del fronte, quindi raggiungeremo una località non meglio specificata dove il presidente parlerà ai soldati e agli uomini del popolo, in quello che sarà l’ultimo grande comizio della sua campagna. A che ora faremo ritorno in città? Visiteremo le trincee? Verso quali villaggi ci dirigeremo? Mistero.

Il tragitto si rivela molto più lungo del previsto. Gli altri giornalisti sono quasi tutti russi a parte un paio di francesi. Sono anche loro all’oscuro di tutto e la cosa non sembra rallegrarli. Puntiamo verso il meridione attraversando a sbuffi e sobbalzi l’intero Donbass centrale. Superiamo località dal nome sconosciuto, miseri villaggi che sembrano usciti dall’Ottocento, immense miniere a cielo aperto, laghetti dalle acque stagnanti e infiniti campi dall’aspetto incolto.

A un certo punto, dopo aver percorso una curva a gomito, costeggiamo una grande colonna di carri armati fermi: i serventi ci osservano con curiosità mentre un fotografo d’Oltralpe – con mossa tutt’altro che saggia – fa il gesto di immortalarli con la sua Reflex. Sono le undici passate: con stupore improvviso ci rendiamo conto di essere finiti così a sud che ormai siamo in riva al mare.

L’Azov si apre maestoso di fronte a noi ed è la seconda volta che lo fronteggiamo nel giro di una manciata di giorni. Mariupol deve trovarsi sulla nostra destra, a poca distanza in direzione ovest. È strano: abbiamo percorso centinaia di chilometri, attraversando in lungo e in largo l’intero Donbass.
Veniamo fatti smontare accanto a una casupola in mezzo alla campagna. Il cortiletto è affollato di militari e civili. I nostri accompagnatori ci fanno cenno di restare uniti in disparte all’ombra di un grande albero.

Restiamo fermi per una decina di minuti, poi improvvisamente avvistiamo una piccola colonna di Suv: sono quattro o cinque mezzi in tutto e procedono nella nostra direzione. A bordo c’è lui, Aleksandr Zakharchenko, accompagnato dagli uomini della sua scorta armata. Il presidente si mette in posa per i fotografi: indossa una divisa mimetica e fuma infinite sigarette. Appesi al cinturone ha un coltello e una pistola. Militari e civili gli si fanno incontro applaudendo ma il vento è molto forte e la claque si disperde.

La cerimonia è fulminea e festosa. Un’orchestrina comincia a suonare inni patriottici mentre un paio di vecchietti – visibilmente ubriachi – si scatenano nella danza del cosacco, ginocchia piegate e piedi saltellanti. I miliziani li osservano ridacchiando. Zakharchenko improvvisa un breve discorso del quale ovviamente non cogliamo che il significato generale. I termini «poboda», vittoria, «voina», guerra e «raboti», lavoratori, sono particolarmente ricorrenti.

Uno dei soldati parla qualche parola di spagnolo. Gli chiediamo di tradurci i punti salienti dell’orazione: «Il nostro presidente si è rivolto ai contadini che vivono in queste case», ci spiega il miliziano. «Ha detto che molto presto arriverà la vittoria e tutto ciò che è stato distrutto verrà ricostruito. Allora il Donbass vivrà in pace e il fascismo sarà finalmente sconfitto.»

La dialettica, purtroppo, è quasi esclusivamente a senso unico. Un cronista francese prova ad avvicinarsi a Zakharchenko per rivolgergli qualche breve domanda: come si fa avanti viene abbrancato dalla scorta e spintonato da parte. La stessa sorte tocca a un cineoperatore finlandese che si era avventurato con la sua telecamera in mezzo a un campo. L’orchestrina nel frattempo continua a suonare. Tre vecchine in lacrime chiedono di poter abbracciare il giovane leader: il loro gesto appare autentico, di una spontaneità quasi commovente.

La kermesse si conclude in modo brusco esattamente come era iniziata. Senza troppe cerimonie veniamo fatti risalire sul nostro autobus e condotti alla nuova destinazione: un misero villaggio a qualche chilometro di distanza. Anche questa volta bisogna fare tutto in fretta: smontare a terra, infilarsi in un piccolo teatro in mezzo agli alberi e prendere posto nelle ultime file. La sala è colma di gente: anziani, giovani, bambini. L’ingresso di Zakharchenko è accolto da una grande esplosione di applausi. Il presidente sale sul palco e, senza nemmeno sedersi, inizia ad arringare la folla. Lo fa gridando, agitando le mani, picchiando i pugni sul tavolo. Sembra quasi un ossesso.

Il pubblico, tuttavia, non gli è completamente favorevole. Qualcuno alza la mano, si fa portare un microfono e attacca con una breve contro-filippica. Altri cittadini seguono lo stesso esempio mentre il resto della platea, a mezza bocca, commenta l’appassionante dibattito. I contenuti ci verranno riferiti in seguito. Sono tutti di questo tenore: «I supermercati sono praticamente vuoti. Quando arriveranno le nuove provviste?» «Molte aree sono rimaste senza né luce né gas. Quando riavremo l’elettricità?» «Sono mesi che non riceviamo più le pensioni. Quando ricomincerete a versarcele?»

Ma Aleksandr Zakharchenko è un uomo con la stoffa del leader: non rifiuta il dibattito, lo affronta di petto. Urla promesse, bercia raccomandazioni, sibila impegni. Quando si avvia verso l’uscita, la folla lo saluta con un secondo, fragoroso applauso.

Il 2 novembre è una giornata gelida. Un vento umido sferza le case di Donetsk trascinando con sé qualche timido fiocco di neve. Siamo curiosi di vedere che accadrà e vogliamo vederlo da vicino. Dal momento che il tour della vigilia è andato tutto sommato bene, l’ufficio stampa governativo ha deciso di organizzarne un altro: questa volta i giornalisti verranno accompagnati a visitare i seggi. La partenza è fissata la mattina presto: si comincerà da Donetsk per poi spostarsi nei villaggi vicini.

Anche qui, come in Ucraina, la vera posta in gioco è l’affluenza. Più persone si recheranno alle urne, più il Paese risulterà legittimato. È un gioco molto semplice, che con la democrazia – intesa in senso stretto – ha decisamente ben poco a che vedere. La vera lotta non è tra Zakharchenko e i suoi misteriosi sfidanti: la vera lotta, ancora una volta, è tra il governo del Donbass e il governo di Kiev. Che si combatta con cannoni e fucili piuttosto che con le schede elettorali in fondo poco importa. Non contano i mezzi, conta solo la vittoria.

Partiamo per il nostro tour che fin da subito si rivela per quello che è: molto noioso e molto ripetitivo. Visitiamo una lunga serie di seggi ma in fondo potrebbe bastarne uno solo. La scena a cui assistiamo, infatti, è più o meno sempre la stessa. Anche qui le urne sono trasparenti. L’unica diffe- renza è che al posto del tridente di Kiev c’è il tricolore nero, blu e rosso della Novarossia. Fuori dalle sezioni elettorali si snodano lunghe colonne di persone. La folla viene allietata da piccoli concerti di musica patriottica mentre proprio di fronte alle urne vengono venduti pasticcini, dolcetti e altre goloserie.

Lo spettacolo più interessante si svolge però all’esterno dove diversi camion scaricano grosse quantità di patate, cipolle, carote e altre verdure. Dopo aver votato i cittadini si mettono in fila per fare provviste: è un affresco che ci si presenta innanzi identico a ogni tappa del nostro percorso. Proviamo a chiedere spiegazioni: «Il governo distribuisce cibo a prezzo simbolico», ci viene detto, «una grivna ogni cassetta». Il fatto che ciò avvenga proprio davanti ai seggi e proprio nel giorno delle elezioni non sembra turbare nessuno. L’atmosfera, nonostante tutto, appare serena e rilassata: la gente sorride.

Gli unici a non potersi distendere siamo proprio noi. I nostri accompagnatori – rigorosamente in borghese – non ci perdono di vista un attimo. Il programma della gita è tassativo e serrato: bisogna entrare laddove previsto, osservare per qualche minuto, uscire e ripartire, tutto ciò senza mai indugiare più del dovuto. Meno domande si fanno meglio è. Buona parte dei giornalisti – avendo intuito l’antifona – hanno preferito dare forfait. Agli altri, noi compresi, non resta che mugugnare qualche inutile protesta ma i membri della scorta sono irremovibili: ci sono ordini ben precisi, guai a sgarrare. «Davai, davai», ripetono: «Su, forza, avanti».

L’ultima tappa del tour è la cittadina di Ilovaisk, teatro – a fine estate – della più clamorosa vittoria dell’esercito separatista. Ne abbiamo sentito parlare molte volte e siamo decisamente curiosi di visitarla. Fuori dai finestrini della marshrutka sfilano le drammatiche vestigia del campo di battaglia: case distrutte, muri traforati da proiettili, intrichi di trincee e camminamenti, carri armati bruciati, elmetti arrugginiti, distese di bossoli e schegge di granata. Tutto appare triste, smorto. Anche qui il seggio è affollato di gente ma sono uomini e donne senza sorriso, dallo sguardo vuoto. Hanno in mano grandi sacchetti di plastica: si accalcano silenziosi attorno ai camion e con le dita tremanti raccolgono piccoli pugni di verdura.

«No electricity», annuncia una ragazza minuta indicando le case vicine. Ilovaisk è un deserto di gelo e di disperazione: di tanto in tanto, dai campi attorno al villaggio, emergono ancora i resti di qualche soldato ucciso. Oggi il fronte si trova a parecchi chilometri di distanza ma in un certo senso è come se non fosse mai stato spostato. Parliamo con un giovane scrutatore che si dice più che soddisfatto per come stanno andando le cose: «Good affluence», esclama. «Ottima affluenza.» Vorremmo chiedergli conto delle patate e delle carote ma in fondo non ci sembra il caso. In un certo senso ci fa quasi tenerezza. Il suo volto ricorda un po’ quello di Pavel, la nostra guida di Mariupol. L’età più o meno è la stessa: l’entusiasmo pure.

I risultati arrivano in serata e sono esattamente quelli che dovevano essere. Oltre un milione e mezzo di persone si sono recate alle urne. Zakharchenko ha ottenuto l’81,4% dei consensi, Igor Plotnitsky il 63,8%. «Coloro che sono stati eletti», si è affrettato a dichiarare il ministro degli Esteri della Federazione Russa, «hanno ottenuto un mandato per risolvere vari problemi pratici e ripristinare la normalità nelle due regioni.»

Nella capitale si festeggia: ai piedi del monumento di Lenin in piazza è stato organizzato un piccolo concerto di festeggiamento. La folla non è numerosissima ma in fondo fa freddo e si continuano a sentire colpi di cannone: gli assenti sono più che giustificati. Qualche volontario distribuisce bandierine rosse col nome di Zakharchenko. La sua icona – stilizzata alla Andy Warhol – è stata persino stampata su alcune magliette: non potendo restare all’aperto in maniche corte, i supporter indossano le t-shirt sopra le giacche. L’effetto è piuttosto grottesco ma poco importa.

Ci viene raccontata una storia interessante: per dare maggior credibilità al voto, il governo separatista ha deciso di mettere in piedi una commissione di controllo internazionale convocata «ad hoc» per l’occasione. Il suo nome è «Asce», da non confondere – o forse sì – con la quasi omonima Osce che ovviamente ha disertato l’appuntamento. La compongono una ventina di personaggi dal curriculum piuttosto bizzarro: c’è Marton Gyongyosi, numero due del partito neofascista ungherese Jobbik, ci sono due rappresentanti dell’estrema destra belga, un membro del partito ultranazionalista bulgaro Ataka, due dirigenti ultraconservatori serbi e via dicendo.

Le logiche politiche che hanno determinato le varie convocazioni ci risultano piuttosto oscure: quel che è certo è che l’Asce ha svolto con perizia il proprio dovere proclamando – a urne appena chiuse – che «le elezioni a Donetsk si sono svolte in modo regolare e con un’ampia partecipazione della cittadinanza».

Della bizzarra commissione fanno parte anche quattro italiani, tutti incredibilmente di Forza Italia. Li guida il senatore Lucio Malan, per dieci anni portavoce della propaganda berlusconiana. La cosa ci sembra a dir poco incredibile: tramite un complesso giro di contatti riusciamo a ottenere un’intervista con un membro del curioso quartetto, l’ex europarlamentare Fabrizio Bertot, già sindaco del comune di Rivarolo Canavese in provincia di Torino. Lo incontriamo a tarda serata nella hall dell’hotel Ramada dove i componenti dell’Asce sono stati generosamente alloggiati. Fuori fa sempre più freddo ma oltre le porte girevoli del lussuoso albergo si respira un’atmosfera di satolla abbondanza: camerieri in abito scuro, hostess vestite di bianco, manicaretti di alta cucina, calici di spumante, musica, donne.

Bertot ci viene incontro sorridendo. È arrivato in città da meno di ventiquattr’ore e farà ritorno in Italia già domani mattina. Della guerra non ha visto quasi nulla: solo qualche cratere, un paio di tank carbonizzati, le solite case distrutte. Tuttavia appare nervoso: «Ma vi rendete conto che qui si ammazzano come bestie?» sbotta di punto in bianco. «È incredibile, questa è gente come noi, gente cristiana che va in chiesa.» Il suo è un orrore naïf, da perfetto neofita. Non riesce a concepire il concetto di guerra: a maggior ragione, quando questa gli si scatena proprio nel cortile di casa.

«Ma vi rendete conto?» ripete con furore. «Posso capire i massacri in Africa, lì le cose funzionano così. Ma qui? In Europa? In un Paese cristiano?» La drammaticità del colloquio va via via scemando quando si comincia a parlare di affari. Bertot è apertamente filorusso: come tanti imprenditori del Nord Italia anche lui si è opposto con tutte le forze all’embargo economico nei confronti del Cremlino. Mosca è un partner prezioso al di là delle questioni politiche, del fascismo e dell’antifascismo. Solo questo conta: perciò ha deciso di fare le valige, salire su un aereo e venire a Donetsk. Chissà se chi lo ha invitato ha mai sentito parlare di Silvio Berlusconi.

Esauriti i convenevoli, Bertot prende a scalpitare. La prospettiva di un’intervista lo rallegra molto: «Vogliamo cominciare?» domanda impaziente sfregandosi le mani. Cominciamo. Domanda: «Esattamente, da quanti membri è composta la commissione?» Risposta: «Esattamente non lo so, sono più o meno alcuni di questi signori che vedete qui in giro». Domanda: «L’Asce è per caso collegata a qualche organizzazione internazionale?» Risposta: «Ah, guardate, non ne ho proprio idea». Domanda: «Chi l’ha invitata?» Risposta: «Be’, la commissione elettorale del Donbass».

Domanda: «Come giudica queste elezioni?» Risposta: «Be’, ovviamente tutto si è svolto in modo regolare, da quello che ho potuto vedere». Domanda: «Può dirci qual è il nome preciso della commissione?» Risposta: «Ecco, il nome preciso sta scritto qui, su questa targhetta che ho sulla giacca. Però è in russo, e io il russo non lo capisco: voi siete in grado di leggerlo?»

La notte cala implacabile sulle strade gelate di Donetsk.

daLa guerra che non c’era”, di Andrea Sceresini, Lorenzo Giroffi, Baldini + Castoldi, 2022, pp. 272, euro 18