In fieriPetrolio è un grande libro mancato di un grande scrittore mancato

L’inedito postumo di Pier Paolo Pasolini è l’opera di un uomo d’ingegno divorato da un’ossessione sessuale (non erotica) che è disperazione. Ed è anche un ipertrofico preludio a una disperata vitalità a cui non poteva più attingere. Il récit di un’ossessione, un testo terminale

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Pier Paolo Pasolini: pare difficile dirne senza entrare in questioni che esulano dal valore letterario dell’opera. Tanto per cominciare c’è tutta la mitologia pasoliniana, con sacerdoti e sacerdotesse dedite al culto che vigilano; poi c’è tutta la retorica del complotto e dell’assassinio di Stato o quasi, dove folklore de sinistra e paranoia gauchiste producono tomi su tomi; e infine l’immaginetta omosessuale da taschino. Bene, di tutto questo non solo non mi importa nulla: lo considero dannoso, in molti casi oltraggioso sia dell’opera sia dell’avventura terrena di un uomo d’eccezione. Credo che il rispetto dovuto stia nel dire della sua opera e basta.

Credevo non ci fosse molto da aggiungere al gran lavoro fatto da Walter Siti e Silvia De Laude per l’edizione delle opere nei Meridiani – ben dieci volumi, con materiale inedito e disperso e scartafacci in gran copia – ma mi sbagliavo. Rimaneva aperta la questione di Petrolio, l’opera postuma pubblicata a cura di Maria Careri e Graziella Chiarcossi con l’ausilio di Aurelio Roncaglia: ed è questione fondamentale per più di una ragione. Petrolio infatti continuava a girare come un nero e scabroso cetaceo letterario da cui tutti si tenevano alla larga, per varie e pittoresche ragioni. (Le celebrazioni acritiche e le ebbrezze esoteriche sono modi per tenersi alla larga). Io l’ho letto allora, con grande fatica e non per la scabrosità: mi pareva da un lato un testo terminale, dall’altro un tentativo disperato: da qualunque parte lo prendessi non si definiva in opera, rimaneva una congerie di quadri narrativi dai registri più disparati e i più cerebrali – tali mi parevano le celebrate o vituperate scene erotiche, che non erano per nulla erotiche. Pure Petrolio continuava a girare nei discorsi e ogni volta mi sorprendevo curioso ad ascoltare. Niente di urgente e di urticante: solo la curiosità di intendere tanto interesse e l’origine di quello.

Ora, la meritoria pubblicazione da parte di Garzanti di una nuova edizione a cura di Maria Careri e Walter Siti, ricca di materiali inediti e documenti utili a chi volesse approfondire – più un saggio di Walter Siti che è il vero punto d’interesse – non poteva che risvegliare la curiosità e la voglia di capirne l’origine.

Lo dico subito, per chiarezza: la rilettura del testo non sposta il giudizio sull’opera: un grande libro mancato. (Così come riprendendo la formula di Alfonso Berardinelli ritengo Pasolini un grande scrittore mancato). Pure ogni volta provo imbarazzo nel dirlo e per una buona ragione. Si continua a sorvolare su un fatto decisivo: Petrolio è stato pubblicato postumo, quindi non per volontà dell’autore, e diciassette anni dopo la sua morte. Se si aggiunge che, come ha rivelato Maria Careri, il lavoro al testo si interrompe un anno prima della morte e non ci sono documenti a dire il motivo e le ragioni della interruzione, ecco che i motivi dell’imbarazzo diventano chiari e evidenti. Stiamo parlando di un’opera in fieri interrotta.

Facciamo un passo indietro. Nel 2012 Emanuele Trevi pubblica Qualcosa di scritto, saggio narrativo dove si dice del lavoro dell’autore al Fondo Pier Paolo Pasolini, inventato e governato da Laura Betti e allora in quel di Roma. Il libro si regge su due figure, Laura Betti e il fantasma di P., ma a spiccare è la lettura che Trevi imbastisce su Petrolio, già indicato nel titolo. (Qualcosa di scritto è la locuzione con cui Pasolini indicava Petrolio:Né più, né meno – è questa la formula che in varie occasioni riaffiora in Petrolio, come la più adatta a definire l’opera che prende forma”). Segue un’apoteosi di metafore: il testo diventa “un’ombra o una secrezione appiccicosa”, passa ad essere “un essere umano, un corpo vivente”, per finire come “mostro informe” che contiene la presenza – “questo fiato che appanna ogni specchio” – di nientemeno che “lui, P.P.P., in carne ed ossa”. Una carambola di ispirate generalizzazioni esoteriche, che culminano in una di quegli sgradevoli emblemi di cui Trevi si compiace e su cui ha costruito una minuscola mitologia: “Qualcosa di scritto: significa intrattenere con le parole la stessa penosa intimità che unisce il bambino che piscia nel letto alla chiazza tiepida che si è allargata sul lenzuolo”. Ora, non ho goduto di questo problema infantile e quindi non posso dire della perspicuità della figura: pure la locuzione non lascia intravedere alcuna umida intimità di Pasolini con le parole: è evidente se mai un distacco emotivo, netto: una perdita di aderenza tra lo scrittore e le sue parole. Una distanza.

Trevi arrivava presto al punto: “Qualcosa di scritto [Petrolio], fin dal momento della prima concezione è un libro sacro, un annuncio, una rivelazione”: insomma un testo iniziatico: Pasolini letto tra Ernesto De Martino e Roberto Calasso. È anche un libro unico, per la gioia postuma di Bobi Bazlen: “La sua natura di oggetto misterioso, la sua inconfondibile vibrazione di messaggio supremo [il corsivo è mio: di irritazione] lo rendevano diverso da ogni altro libro in cui mi fossi imbattuto”. Affranto, acconsentivo. Non era finita: ora arrivava il punto saliente (per me, poco ricettivo agli entusiasmi misterici), che era il sottolineare la scelta pasoliniana, “che è quella del rifiuto dell’opera compiuta. Quando invece – suprema intuizione realista – non c’è niente che inizia e niente, meno che mai, che finisca”. Eccolo, il punto: l’estetica dell’incompiuto, dell’opera che cresce e non si chiude: l’iperbole del frammento. Le bianche poetiche dell’avanguardia si univano nel talamo all’esoterismo dalle bande nere. Ma lasciamo gli entusiasmi misterici e diciamo dell’incompiuto.

Tutto ha origine dai dieci-volumi-dieci dell’opera omnia di Pasolini ideata e così realizzata da Walter Siti: un lavoro ciclopico sul filo di un paradigma tautologico: “la vera opera di Pasolini è l’insieme delle sue opere, dai cui interstizi figurali traspare il volto stesso di Pasolini”. Nei fatti, le singole opere pubblicate sono parte di un unico libro che contiene anche gli abbozzi, le varianti, le riscritture: tutto in un unico flusso – o in unico gorgo: dipende dal giudizio. È una sorte di epitome della variantistica: l’opera letteraria come un unico, pantagruelico scartafaccio.

(Qui c’è da discorrere a far notte: non è il luogo e non è l’ora: e necessitano generi di conforto. Rimane il fatto che questa bulimia variantistica è una delle malattie della modernità: la clausola del testo come metastasi ben si attaglia al paradigma novecentesco della malattia. Sarebbe l’ora di andare oltre).

Trevi benediceva l’ipotesi di Siti e l’abbracciava con trasporto: “Personalmente [sic], sono totalmente d’accordo con Siti. Mi interessa solo il disordine, ciò che è instabile e approssimativo. I metodi e i processi, molto più che i cosiddetti risultati. La pari dignità dell’abbozzo e del prodotto rifinito”. Non avevo e non ho dubbi: è evidente. Quel che della lettura di Trevi rimaneva, e spostava, era che indirizzava oltre la trita tiritera di Petrolio come allegoria del Potere: il cetaceo era ben altro e chiedeva una nuova lettura: non mi convinceva quella di Trevi, troppo esposta agli entusiasmi misterici, ma una strada si apriva. Serviva un’occasione.

Ecco spiegato il motivo dell’accoglienza alla nuova edizione garzantiana di Petrolio, soprattutto del saggio di Walter Siti: è l’occasione giusta. (Devo risparmiare spazio, così non dirò dei criteri della edizione: non me ne voglia Maria Careri). L’intuizione geniale di Siti è quella di anteporre al testo e a far da prologo la lettera di Pasolini a Alberto (Moravia), dove lo scrittore dice dell’opera allo stato dell’arte del momento. È un documento fondamentale: in qualche modo contiene tutti i motivi che agitano l’autore, l’intento che lo muove e l’interrogativo che lo angustia non poco e decisivo. Tutto meno quel che sta all’origine della disperazione ben dissimulata e lo sconforto che l’accompagna – non ce n’era bisogno: l’amico e scrittore sapeva e lo intendeva Decisivo più che l’interrogativo che pone è però l’affermazione dell’ultimo paragrafo: lascio al lettore il gusto di scoprirlo. Dirò soltanto che nella espressione “preambolo di un testamento” si cela la verità della condizione dell’uomo, prima che lo scrittore. Ma non corriamo. Nel saggio messo a postfazione Siti accoglie entrambe le letture accreditate – Petrolio come allegoria del potere e come libro iniziatico (“Hanno ragione tutti e due”), dirime alcune questioni non proprio capitali e viene al punto: la centralità del tema della scissione (il protagonista si scinde in due Carli: Carlo di Polis e Carlo di Tetis), lo sdoppiamento. Niente di nuovo o di strepitoso: chiunque abbia letto Pasolini intende come lo sdoppiamento frutto di una contraddizione sia la bestia che nutre l’immaginario e distrugge la salute dell’autore. “Al fondo della scissione dei due Carlo c’è il disagio di Pasolini nell’accettarsi in quanto borghese: integrazione e ribellione lottano dentro di lui in una tesi/antitesi che non può mai essere superata in una sintesi”, scrive Siti, e va bene: è un fatto evidente. Passa poi a una lettura a base freudiana (Siti è frutto della temperie pisana: Marx e Freud) del tutto esornativa che molto ecciterà i cultori del genere, si accosta al tema della iniziazione esoterica rilevando in nota come P. si mostri pigro nell’indagine relativa, così come per l’investigazione giornalistica: non è un caso: non è quello il punto. Entrambi sono magazzini di materiale di scena e cartapesta.

Poi, finalmente, si gioca: “Il Pasolini che la sera del 1° novembre 1975 si avvia all’appuntamento fatale è un uomo disperato ma pieno di progetti”: e fa seguire un elenco dettagliato, più una frase: “E poi quel romanzo [Petrolio] che sembra volersi estendere all’infinito perché non sa come chiuderlo”. Fermiamoci qui. Pasolini è “un uomo disperato ma pieno di progetti”, infatti ha abbandonato da un anno Petrolio; Siti dice il libro un “romanzo”, e già questo meriterebbe un discorso; quel romanzo “che sembra estendersi all’infinito perché non sa come chiuderlo”. Non è finita qui. “Pier Paolo vuole e insieme non vuole scrivere il libro che sta scrivendo, ne vive la genesi e pretenderebbe una trasformazione di sé che gli risulta impossibile”. Certo: Pasolini era troppo intelligente per non sapere che l’iniziazione misterica non era cosa per lui (andava di fretta: il patetico e non il sublime era cosa sua: e la stizza): può darsi se ne sia doluto ma non credo: certo sapeva di fare un uso retorico di tutta la paraphernalia esoterica. C’era ben altro e non certo la politica: “L’ansiosa percezione del «“nulla” sociale» proietta in disperazione sociologica e politica la propria privata sessualità ormai diventata perversa: le due strade dei due Carli si riuniscono in un unico smarrimento”. Eccolo, il punto che mi è sempre parso lampante: ci voleva la forza cognitiva e lo sprezzo della statuaria di Siti per dirlo. Petrolio, come peraltro Salò o le 120 giornate di Sodoma, è l’opera di un uomo d’ingegno divorato da un’ossessione sessuale (non erotica) che è disperazione. Concepito come “edizione critica di un testo inedito” di cui sarebbe stato il curatore, è un ipertrofico preludio: non a un testamento: a una “disperata vitalità” a cui non poteva più attingere. Il récit di un’ossessione – e un testo terminale.   

Per concludere: ho sempre pensato che Pasolini avesse più occhio che orecchio – ma non fino al punto di esser stato il più geniale allievo di Roberto Longhi, come pretenderebbe Giovanni Agosti. Non è un caso se il meglio della sua opera, oltre al dittico Saggi corsari e Lettere luterane, stia nelle opere cinematografiche (le prime). Pasolini ambiva a essere un grande manierista, un Pontormo oppure un Rosso Fiorentino, inizia come un bambocciante da suburra con Ragazzi di vita e Una vita violenta, e finisce col delineare crudeli manichini degni di Johann Heinrich Füssli. (Fin dalla prima lettura di Petrolio mi sono venuti a mente i disegni erotici di Füssli). Non saprei dir meglio la traiettoria letteraria di Pier Paolo Pasolini.

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