Quinta colonnaA chi pensava Putin quando prometteva «purghe» ai traditori

Il capo del Cremlino ha pronunciato un discorso diretto ai suoi concittadini, puntando il dito contro un nemico interno: si rivolgeva a quei membri dell’alta società che perlopiù vive nel Paese ma «mentalmente si sente occidentale». Ci sono già almeno 180 fascicoli amministrativi o penali contro chi scredita le forze armate

AP/Lapresse

Nel suo primo discorso alla nazione, a quasi tre settimane dall’inizio dell’invasione Ucraina, Vladimir Putin ha infarcito di bugie i cittadini russi all’ascolto. Ha detto che «l’operazione si sta sviluppando con successo, in conformità con i nostri piani», poi ha detto che un attacco da parte di Kiev sarebbe arrivato nel giro di poco tempo per giustificare l’aggressione. E ovviamente non poteva non ricordare che il «genocidio» in atto nel Donbass andava fermato.

È stato l’ennesimo discorso carico di retorica nazionalista, dai tratti quasi stalinisti: Putin ha paragonato l’Occidente alla Germania nazista accusandola di aver iniziato una guerra economica contro la Russia con l’obiettivo di «demoralizzare la nostra società»; ha aggiunto anche un paragone tra una campagna d’informazione mediatica e via social – in atto in occidente – e i pogrom antisemiti compiuti dai nazisti in Germania negli anni ’30.

Ancor più dei suoi nemici esterni, però, l’autocrate russo ha parlato al suo Paese, ha rivolto lo sguardo in patria e parlato ai suoi connazionali. Il suo bersaglio principale sono i «traditori della nazione», quella quinta colonna che opera contro il Cremlino e protesta contro la guerra.

«Non sto giudicando chi ha ville a Miami o in Costa Azzurra, i russi che non possono vivere senza foie gras e ostriche o i cosiddetti diritti di genere, perché pensano che questo li collochi in una casta superiore», ha detto Putin. «Il problema sono quelle persone che vivono qui in Russia ma mentalmente sono distanti, vivono in occidente». Poi ci ha infilato un’altra bella dose di populismo: «L’Occidente usa i nostri traditori per distruggere la Russia, ma il nostro popolo sarà sempre in grado di distinguere i patrioti dalla feccia e dai traditori, e sputarli fuori come una mosca che gli è volata accidentalmente in bocca».

È stato un discorso dai tratti tipici della tradizionale narrazione nazionalista. Lo spiega a Linkiesta Anna Zafesova, giornalista esperta di Russia e autrice del libro “Navalny contro Putin”: «Non è niente di nuovo rispetto ai discorsi di matrice sovietica, anzi l’impianto sembra proprio lo stesso. La follia sta nel fatto che lui accusa i russi che sono nel Paese ma mentalmente sono con la testa in Occidente: è andato perfino oltre il reato d’opinione, siamo al reato di pensiero».

Nella nuova dimensione della narrazione “noi contro loro”, la forza ostile è costituita dai russi contrari alle scelte del Cremlino. È per questo che Putin parla di «depurazione» naturale e necessaria della società. È un avvertimento al suo stesso popolo più che al resto del mondo: è la conferma che il suo governo autoritario, e sempre più rigido dal 24 febbraio in poi, possa diventare ancora più repressivo.

Non è un caso che le forze dell’ordine, come scrive l’Associated Press, «hanno già individuato i primi reati dovuti a una nuova legge introdotta lo scorso 4 marzo, che stabilisce una pena detentiva di 15 anni per aver pubblicato quelle “informazioni false” sulla guerra in Ucraina».

Tra gli accusati c’è, ad esempio, Veronika Belotserkovskaya – nota ai suoi 900mila follower come Belonika – influencer, autrice di libri di cucina in lingua russa e blogger (lei però vive all’estero). Tra i suoi post si possono leggere contenuti in cui condanna le azioni di quelli che chiama «cannibali con le fauci insanguinate», e prova «vergogna» verso il proprio Paese.

Ovviamente Belonika non è sola: sono almeno 180 i fascicoli amministrativi o penali aperti contro chi «scredita le forze armate russe».

Lo sfoggio di aggressività di Putin contro i suoi concittadini distoglie l’attenzione dalle cronache dell’invasione, dal momento che l’armata russa non riesce a ottenere i risultati sperati. Ma serve anche a compattare il fronte interno, e intimare all’alta società russa di non cercare fughe all’estero.

«Ormai è noto che l’élite putiniana è contraria alla guerra», sottolinea Zafesova. «Ci sono molte testimonianze private di russi che vanno via dal Paese, ovviamente quelli che possono permetterselo. La maggioranza delle persone che oggi fuggono, fino al 24 febbraio riteneva che il compromesso tra posizione sociale, ricchezza e libertà, per quanto limitata, fosse quanto meno accettabile. Nelle ultime settimane invece ritengono che tutto questo non ci sia più: quel po’ di libertà era comunque legata a economia, consumi, viaggi e altri agi che non ci sono più o che spariranno presto».

Nei giorni scorsi un sondaggio demoscopico – di un istituto russo con legami governativi – rivelava che almeno un quinto della popolazione russa è contro la guerra, e va aggiunto anche un ulteriore 10% di persone che si nascondono dietro l’interlocutorio «non so». Insomma, anche i dati ufficiali dicono che almeno un quinto della popolazione non è soddisfatta del conflitto, ed è una quota altissima per un Paese autoritario come la Russia.

È quello che aveva detto – o predetto – la giornalista Marina Ovsyannikova nel video registrato prima della sua irruzione al telegiornale con tanto di cartellone tra le mani: non è possibile raccogliere tutti i russi con la propaganda, la popolazione è troppo numerosa per pensare di riuscire a reprimere tutti i contrari all’invasione dell’Ucraina.

Attenzione però a considerare questa fase come il preludio alla caduta del regime. La propaganda serve appunto per compattare il fronte attorno al leader, e nelle dinamiche di potere della Russia putiniana i vuoti vengono colmati molto presto. «Putin forse non potrà operare purghe su grandissima scala come promette – dice Zafesova – ma a Mosca c’è sempre qualcuno pronto ad accettare un posto alla corte dello zar, per quanto in questo momento sia meno stabile e ricca e appetibile del solito».