La libertà sopra l’utilitàFinalmente l’Europa ha la forza politica di imporre sanzioni efficaci

Fino a pochi giorni fa i provvedimenti contro la Russia erano limitati e non danneggiavano davvero né Putin né gli oligarchi. Adesso, con la disconnessione dal circuito Swift e il congelamento delle riserve valutarie la volontà di mettere in difficoltà Mosca è reale

di Gr Stocks, da Unsplash

Saranno efficaci le eque sanzioni che l’Europa ha imposto alla Russia?

Prima di provare a rispondere al quesito è utile una premessa. L’Unione europea si è formata gradualmente a partire dagli anni ’50 come insieme di istituzioni finalizzate alla cooperazione economica tra i Paesi dell’Europa occidentale continentale.

Ormai sono quasi dimenticate sigle dell’epoca come la CECA, per il carbone e l’acciaio, o l’Euratom, per lo sviluppo delle tecnologie atomiche ad uso civile. Nel 1957 questa cooperazione fa sorgere la CEE, Comunità economica europea, che nel 1992 col trattato di Masastricht perde l’aggettivo “economica” e nel 2009, col trattato di Lisbona, cambia infine il suo nome in Unione Europea.

A questa evoluzione semantica, che è stata accompagnata da una impetuosa crescita dei membri aderenti, dai sei fondatori sino ai 28 ante-Brexit e ai 27 attuali, non ha tuttavia corrisposto un’evoluzione di contenuti della cooperazione, che non è mai pervenuta al livello di un’effettiva unione di Stati, con una politica estera comune, una diplomazia comune e una difesa comune. Il trattato del 2009 ha anche istituito la figura dell’Alto rappresentante per la politica estera e la sicurezza, che ha finalmente dato una risposta alla vecchia e famosa domanda, tutt’altro che disinteressata, di Henry Kissinger: «Qual è il numero di telefono per parlare con l’Europa?».

Il problema è che questo nuovo numero di telefono si è solo aggiunto ai preesistenti 27 che campeggiavano nelle pagine della rubrica dei titolari degli affari esteri dei diversi Paesi dei cinque continenti e non ha consentito, invece, di rimuoverli. In sostanza, nonostante la caduta dell’aggettivo “economica” dal nome, l’Unione europea è rimasta di fatto una comunità economica senza mai riuscire a fare un salto netto verso la comunità politica.

Questa analisi è veritiera sino a una data precisa: venerdì 25 febbraio 2022. Sino a quella data, solo pochi giorni fa, le contromisure economiche adottate dall’Europa per contrastare l’assurda invasione russa dell’Ucraina sono risultate piuttosto blande, molto attente a non creare troppi costi per i Paesi sanzionatori e in conseguenza neppure in grado di generare costi significativi per il Paese sanzionato. Concentrandosi principalmente sul divieto all’export di mezzi e software per l’industria petrolifera e dell’aviazione e di tecnologie rilevanti per scopi militari inclusi i semiconduttori, erano tutt’altro che «massicce» e «devastanti», come invece era stato promesso e minacciato nei mesi scorsi nel caso che l’intento di Putin di invadere si fosse avverato.

Non erano state poste, inoltre, misure drastiche di divieto delle transazioni finanziarie con la Russia ma solo di limitazione dell’accesso ai mercati dei capitali europei, dunque divieto di acquisto di asset finanziari russi, di depositi bancari oltre un certo limite da parte di soggetti russi e divieto di concedere finanziamenti a imprese di quel Paese. Restava però totalmente al di fuori delle restrizioni l’import europeo di gas, particolarmente rilevante per l’Italia così come per gli introiti dei big russi del settore, e l’export di beni di lusso, dal made in Italy al lusso francese, significativi invece per il tenore di vita della classe agiata russa, particolarmente numerosa e considerabile come la sola ‘opinione pubblica’ in grado di condizionare le scelte del regime.

Inoltre il congelamento degli asset personali di Putin, del suo ministro degli esteri Lavrov e di altri personaggi di primo piano della nomenklatura, ammesso che ve ne possano essere di non schermati da fiduciarie o prestanome, appariva più scenografico che sostanziale, dato che non venivano alcun modo toccate le abbondanti ricchezze detenute in Europa dall’oligarchia russa.

Uno studio del 2017 sugli oligarchi pubblicato negli Stati Uniti ha stimato che sino a 800 miliardi di dollari, pari a 720 miliardi di euro e a oltre la metà del Pil russo, siano detenuti da poche centinaia di personaggi ricchissimi in Paesi quali Regno Unito, Svizzera, Cipro e altri paradisi fiscali offshore, un valore simile e probabilmente maggiore della ricchezza dell’intero resto della popolazione russa, composto da quasi 150 milioni di persone. Alcuni oligarchi hanno però ottenuto la doppia cittadinanza, soprattutto in Gran Bretagna ma anche in altri Paesi occidentali, aggiungendo dunque un potente muro legale di fronte all’eventualità di un congelamento dei loro beni. Stime più recenti rispetto alla precedente parlano infine di mille miliardi totali portati all’estero dagli oligarchi.

Riguardo alle decisioni europee prese sino a venerdì scorso esse, in sostanza, più che massimizzare l’impatto delle sanzioni sul Paese sanzionato, ne hanno minimizzato l’impatto sui Paesi sanzionatori, dimostrando come quell’aggettivo “economica” riferito all’Europa, e cancellato solo formalmente nel lontano 1992, restasse in realtà vivo e continuasse a lottare contro di noi, che invece desideriamo un’Europa politica, la sola in grado di assicurare le libertà dei cittadini prima e sopra la libertà dei mercati.

L’Europa solo economica è tuttavia morta domenica 27 e dalle sue ceneri è improvvisamente nata l’Europa politica, un evento atteso da un tempo immemorabile. L’autore del miracolo è Putin ed esso è un effetto secondario e collaterale del suo delirio di onnipotenza. Domenica egli ha evocato l’incubo della distruzione nucleare e domenica è contemporaneamente nata l’Europa politica. Quattro eventi lo dimostrano:

  1. Le nuove sanzioni adottate, finalmente tra le più ampie possibili;
  2. Le decisione dell’UE di fornire direttamente aiuti militari all’Ucraina invasa;
  3. La decisione della Svizzera di applicare le stesse sanzioni dell’Unione;
  4. Il notevole avvicinamento di Svezia e Finlandia all’adesione alla Nato e la decisione della stessa Svezia, da sempre neutrale, di aiutare militarmente l’Ucraina.

La Storia di cui era stata annunciata troppo prematuramente la fine ha ripreso a muoversi, e con una velocità che non si vedeva dal cruciale 1989. L’Europa si è svegliata dal letargo. Putin ha rovesciato la trama di Biancaneve, che cadde addormentata per la mela avvelenata della matrigna cattiva e si risvegliò col bacio del principe azzurro. Invece Europa, la bella addormentata nel mercato, si è risvegliata grazie alla mela avvelenata che lo stregone cattivo le ha somministrato con la guerra all’Ucraina.

Ma qui ci occupiamo solo degli aspetti più strettamente economici e dunque delle sole sanzioni tra le tante cose interessanti accadute domenica. Prima di valutare i cambiamenti rispetto a venerdì è tuttavia utile porre la domanda: quali sanzioni si possono considerare eque dopo un evento del genere?

Ricordiamo che è la prima volta dall’invasione nazista della Polonia, il 1 settembre del 1939, che un Paese in condizioni pacifiche e non allineato col suo vicino viene da esso invaso senza ragione alcuna. A mio avviso di fonte a un evento di tale portata la risposta è l’opzione zero, il distacco economico totale: se tu mi fai violenza io non avrò più alcuna relazione economica con te; se tu oggi fai violenza a un mio amico fraterno, e domani potresti farla a me, io inizio a tagliare tutte le relazioni economiche con te sino a farle cessare quanto prima possibile.

Queste regole appaiono ovvie nei rapporti interpersonali e da un punto di vista etico reggono perfettamente nei rapporti internazionali.

Vediamo allora le tipologie di relazioni economiche:

  1. interscambio commerciale;
  2. relazioni finanziarie: pagamenti per scambi commerciali, flussi finanziari d’investimento e di impiego del risparmio
  3. relazioni patrimoniali: asset posseduti da soggetti del Paese sanzionato presso di noi e da soggetti interni in quel Paese.

L’opzione zero prevede di tagliarle tutte nel più breve tempo possibile ma non per sempre, solo sino a quando il sanzionato cesserà la sua violenza.

È accaduto qualcosa del genere domenica? La risposta è che si è iniziato con convinzione a farlo. La misura più importante tra quelle adottate è il congelamento delle riserve valutarie della banca centrale russa, pari a circa 650 miliardi di dollari (gigantesche ma comunque inferiori al patrimonio complessivo degli oligarchi), nella parte che è detenuta presso istituzioni finanziarie dei Paesi sanzionatori.

È un provvedimento analogo al congelamento delle riserve della banca centrale afghana deciso dagli Usa dopo la presa del potere da parte dei talebani. Può sembrare strano al lettore non esperto, ma le riserve in valuta estera di una banca centrale hanno solitamente la forma di crediti presso istituzioni finanziarie e non quella a cui si sarebbe portati a pensare di contante nei forzieri, una modalità che funziona per le riserve auree ma sarebbe alquanto scomoda per quelle valutarie. Se le istituzioni finanziarie debitrici si trovano nei Paesi sanzionatori allora quegli impieghi sono aggredibili e possono essere congelati.

Si tratta di un provvedimento molto drastico ed efficace perché limita la possibilità di utilizzare queste riserve per approvvigionarsi sui mercati internazionali (i Paesi che non boicottano vogliono comunque farsi pagare in valuta pregiata) o semplicemente per sostenere la quotazione della moneta nazionale attraverso la loro vendita sul mercato aperto.

Un secondo rilevante provvedimento sanzionatorio di carattere finanziario è l’esclusione di diverse banche russe, non tutte, dal sistema SWIFT che renderà molto difficile se non impossibile effettuare pagamenti internazionali e dunque anche ottenere l’importazione delle merci che li richiedono. Per ora sono stati salvaguardati i pagamenti relativi all’energia, al fine di non bloccare immediatamente i flussi di gas dalla Russia, ma è evidente che bisognerà trovare rapidamente soluzioni alternative alla nostra dipendenza energetica da essi, anche a costo di introdurre forme di razionamento del gas.

Come conseguenza di questi provvedimenti lunedì 28 il rublo è crollato sino al 30% sul dollaro e la borsa di Mosca non ha neppure avviato le contrattazioni per non mostrare il crollo delle quotazioni che si sarebbe inevitabilmente verificato.

Il crollo del rublo si è verificato nonostante la banca centrale russa abbia più che raddoppiato il tasso di sconto, portandolo in un solo colpo all’incredibile 20%. Questa scelta avrà rilevanti effetti recessivi sul Pil, dato l’aumento nel costo di finanziamento delle imprese, impossibilitate d’altra parte a prendere a prestito in valuta a causa delle sanzioni internazionali.

Ovviamente l’insieme delle sanzioni genererà dei costi anche per i Paesi che le stabiliscono ma questo sacrificio coloro che si oppongono alla follia di Putin debbono essere disponibili a sopportarlo senza esitazione: per i nostri valori, nel nostro vocabolario occidentale, la libertà dei popoli e dei singoli deve essere sempre lessicograficamente sovraordinata all’utilità.