L’Europa che evaporaStoria di un lago morente

Il lago d’Aral, situato al confine fra Kazakistan e Uzbekistan, è ormai quasi scomparso. Ecco che cosa ha provocato questo disastro ecologico, e quali sono le prospettive per il futuro dell’area

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Il  lago d’Aral, situato al confine tra Kazakistan settentrionale e Uzbekistan sud-occidentale, è il simbolo di uno dei più gravi disastri ecologici della storia contemporanea. La sua superficie, pari a 68mila chilometri quadrati, lo rendeva il quarto lago più grande del mondo per estensione ma per ricordare queste caratteristiche bisogna purtroppo usare il tempo imperfetto. La grandezza del lago  salato si è ridotta del 75 per cento a causa della diminuzione della portata d’acqua dei suoi due immissari: l’Amu Darya e il Syr Darya.

Il corso dei due fiumi è stato deviato negli anni ’70 dal regime sovietico, che allora governava la regione, per irrigare le piantagioni di cotone create nei territori circostanti e la quantità d’acqua rimanente non è più stata in grado di compensare l’evaporazione naturale del lago, che si trova in uno dei territori più aridi del mondo. I canali per l’irrigazione e le dighe vennero costruiti in maniera approssimativa e inefficiente con tassi di dispersione dell’acqua pari al 30-70 per cento del volume idrico circolante. Le residue acque del lago sono inquinate da molti anni di uso indiscriminato di pesticidi e diserbanti impiegati dagli agricoltori per risparmiare tempo e massimizzare i profitti evitando l’applicazione di metodi di tipo biologico. La folle ambizione di volersi sostituire alla natura e la bramosia di volersi arricchire sfruttando oltremodo la terra con monocolture come il cotone sono il frutto diretto di una cecità che ha annebbiato le coscienze ai tempi della vecchia Urss.

Il collasso del Lago d’Aral ha provocato un significativo cambiamento climatico nelle regioni che lo circondano dato che l’essiccazione ha favorito l’esposizione del fondale e dei suoi sedimenti. La circolazione dei venti tende a sollevarli e a provocare forti tempeste di sabbia che hanno reso gli inverni più freddi, le estati più calde e peggiorato la qualità dell’aria respirata dai residenti della zona. Il ritiro dell’acqua ha dato vita a paesaggi apocalittici, degni di un film sulla fine del mondo, contornati da cimiteri di barche arrugginite, impossibilitate a muoversi dato che ora si trovano in pieno deserto. La cittadina di Moynaq, che una volta sorgeva sulle sponde dell’Aral, si trova a oltre 150 chilometri dall’acqua e ha dovuto reinventarsi per sopravvivere. Il centro prosperava grazie alla pesca ma l’aumento dei livelli di salinità ha ucciso le possibili prede e le barche sono state lasciate nel mezzo del deserto. La città si è spopolata fino a trasformarsi in un insediamento fantasma ed è tornata a nuova vita grazie alla scoperta di giacimenti di petrolio e gas in quello che resta del fondo del lago. L’attività estrattiva inquinante ha aiutato Moynaq a riprendersi ma il tessuto sociale originario è stato comunque compromesso.

Il cambiamento climatico in rapida accelerazione, gli impedimenti burocratici e la concorrenza trasnfrontaliera per l’acqua ostacolano qualsiasi speranza di ripresa. A confermarlo è il Professor Anson Mackay dello University College di Londra, specializzato nell’impatto del cambiamento climatico sui sistemi acquatici. «La gestione del bacino idrografico del lago» ha dichiarato a Emerging Europe «contribuisce sicuramente alla continua scomparsa dell’Aral. Poiché le piantagioni di cotone persistono, specialmente in Uzbekistan, è indubbio che l’afflusso attraverso l’Amu Darya non sarà mai sufficiente per ricostituire il lago». La costruzione di raffinerie di gas sul lato uzbeko è, secondo Mackay, un’ulteriore prova di come non ci siano molte speranze per un futuro radioso. 

Le nazioni dell’Asia Centrale hanno manifestato l’intenzione, nei primi anni Novanta, di riportare il Lago d’Aral vicino ai suoi livelli originali e per farlo hanno lanciato l’Aral Sea Basin Program. Gli sforzi regionali non hanno prodotto risultati significativi se si esclude la stesura di alcuni studi e rapporti. In Kazakistan le cose sono andate leggermente meglio grazie a un progetto portato avanti dal governo locale con il supporto della Banca mondiale. Nel 2005 è stata completata la diga Kok-Aral e in questo modo il Lago è stato tagliato a metà. La parte settentrionale, denominata Piccolo Lago, può beneficiare dei 29 chilometri cubici di acqua che vengono accumulati dalla diga e poi rilasciati al suo interno consentendo agli ecosistemi rivieraschi di proliferare. I livelli dell’acqua sono cresciuti di 4 metri e il volume del 50 per cento con benefici agricoli e ittici. La città di Aral, che nei primi anni 2000 si trovava a 100 chilometri dalle acque, ha visto questa distanza ridursi in maniera significativa fino a scendere a 20 chilometri e ci sono possibilità di un ulteriore miglioramento. L’avvicinamento di Aral all’acqua può essere letto in chiave concreta ma anche essere analizzato da un punto di vista metaforico. Persino le città, dotate di rigide fondamenta, non sono inamovibili.