In nome della concorrenzaCome l’Europa sta cercando di vincere la battaglia antitrust contro le Big Tech

Il nuovo Digital Markets Act è il primo passo del percorso disegnato da Bruxelles per smantellare i monopoli delle grandi aziende della Silicon Valley, che soffocano l’emergere di nuovi player europei

di Kai Pilger, da Unsplash

Le grandi aziende del settore informatico hanno dominato il mercato troppo a lungo. Per anni hanno abusato della loro posizione dominante e attuato pratiche sleali, anticoncorrenziali, difficili da contrastare per i competitor.

Già a febbraio Linkiesta riportava il segnale dall’allarme lanciato dalle 41 società del Cispe – l’associazione europea che riunisce chi offre servizi cloud – che hanno deciso di fare squadra contro i colossi dell’informatica.

Le politiche di colossi come Microsoft e Google hanno frenato la crescita di piccole imprese e start-up innovative, che di fatto è come se fossero state escluse dal mercato. Anzi, in alcuni casi le Big Tech si comportano come se dispensassero a piacimento spazi sul mercato alla concorrenza, nascondendo così la loro condizione monopolistica.

Nel 2014 ad esempio è nato ProtonMail, un servizio di posta elettronica con sede a Ginevra fondato da Andy Yen – oggi conta 50 milioni di utenti in tutto il mondo. L’ambizione è poter competere con un colosso come Gmail, di proprietà di Google, che oggi ha 1,5 miliardi di utenti.

Intervistato dal Financial Times, Yen ha spiegato che Proton non potrà mai essere un vero concorrente di Google fin quando internet sarà un luogo simile a Far West, senza regole: «Cresciamo grazie alla buona volontà dei giganti della tecnologia. Anzi, i giganti potrebbero farci sparire da internet da un momento all’altro, praticamente senza ripercussioni legali o finanziarie».

Quello di Andy Yen e la sua Proton è solo uno dei tanti casi di aziende europee che non riescono a colmare il gap rispetto a Big Tech. È per questo che l’Unione europea negli ultimi tempi si è mossa per dare un ordine e un criterio al mercato in questo settore, provando a regolamentarlo per cancellare le condizioni di monopolio di Google, Meta, Microsoft e altri.

La speranza è in una sigla, Dma. È il Digital Markets Act, il primo intervento in materia di concorrenza da vent’anni a questa parte. Proprio ieri, dopo tre mesi di trattative, il Consiglio e il Parlamento europeo hanno trovato un significativo accordo sulla proposta legislativa che regolamenterà le attività delle grandi piattaforme internet.

Il Dma andrà a riequilibrare i rapporti di forza con le Big Tech: include principalmente divieti o restrizioni nell’esecuzione di specifiche pratiche commerciali, e obblighi da far rispettare alle piattaforme per modificarne le pratiche commerciali e facilitare la concorrenza. Per le più grandi piattaforme digitali ci sono una ventina di regole da rispettare per evitare abusi di posizione dominante.

Il Dma è affiancato dal Digital Services Act (Dsa), che dovrà operare in aree come la privacy e l’utilizzo dei dati, in funzione di un maggior pluralismo e di un’offerta più diffusa in materia di servizi digitali, a prezzi più bassi, facilitando così le startup e semplificando il panorama normativo europeo.

Così Bruxelles sta provando a creare una via europea alla regolamentazione digitale: oggi l’Unione rappresenta la più grande minaccia per gli imperi digitali messi in piedi dai cosiddetti gatekeeper come Google, Facebook, Amazon e Microsoft. Una minaccia che ha il volto di Margrethe Vestager, Vicepresidente esecutiva della Commissione europea, nonché Commissaria Antitrust.

Inizialmente le sanzioni consistevano in multe che, per quanto salate, non potevano scalfire gli imperi digitali. Google, ad esempio, ha ricevuto circa 10 miliardi di euro di multe in un decennio, decisioni che l’azienda americana ha già impugnato più volte e che di certo non ne hanno modificato le modalità d’azione sul mercato.

Negli ultimi anni, però, la musica è cambiata. «La legislazione antitrust sta iniziando scoprire la sua capacità di trasformare completamente il modo in cui queste grandi aziende fanno affari, disabilitando la loro strategia fondamentale di integrazione che ha permesso loro di legare utenti, dominare i mercati e catturare miliardi di euro di ricavi», scrive il Financial Times.

Secondo il Corporate Europe Observatory ci sono stati più di 150 incontri tra Big Tech e i funzionari dell’Unione europea dall’inizio dell’attuale Commissione (fine 2019).

L’arrivo del Dma, il cui bersaglio sono le imprese con una capitalizzazione di mercato individuale superiore a 65 miliardi di euro, è un segnale particolarmente significativo: per la prima volta ci saranno regole su come le grandi piattaforme online devono competere nel mercato europeo. Il Digital Markets Act potrebbe, ad esempio, costringere Google a offrire agli utenti la scelta di provider di posta elettronica alternativi durante l’avvio di un nuovo smartphone, oppure obbligare Apple ad aprire il suo app store a servizi concorrenti.

«Le principali aziende stanno ora spostando la loro attenzione su come potrebbero conformarsi alla legislazione, piuttosto che farla deragliare», si legge sul Financial Times. «Perché non c’è modo di fermare questo cambiamento: le grandi aziende tecnologiche hanno perso la battaglia legislativa».

Il quotidiano economico spiega però che Google e le sue sorelle del settore hanno provato per anni a contrastare le nuove politiche europee con attività di lobbying, consapevoli che i nuovi strumenti messi in campo da Bruxelles avrebbero cambiato lo scenario: «Google, in particolare, si è distinto per il modo in cui ha preso di mira alti funzionari per cercare di orientare il regolamento a modo suo. L’azienda ha pianificato una campagna aggressiva direttamente rivolta a Thierry Breton, il commissario per i mercati interni che è stato determinante nell’elaborazione delle nuove dure regole contro le grandi aziende tecnologiche».

Ci ha provato anche Facebook – oggi ribattezzata Meta – accusando una minaccia ai danni dell’innovazione tecnologica. Nick Clegg, presidente degli affari globali della società, aveva detto che il Digital Markets Act avrebbe rischiato «di fossilizzare il funzionamento dei prodotti e di impedire la costante iterazione e sperimentazione che guida il progresso tecnologico». Niente da fare, accuse cadute nel vuoto.

La grande forza delle politiche europee ha dato slancio anche agli Stati Uniti: non è un mistero che l’amministrazione di Joe Biden sia molto favorevole a ciò che sta facendo Bruxelles. Ha segnalato misure di applicazione più severe negli Stati Uniti che rispecchiano le iniziative di Bruxelles e ha messo i critici della grande tecnologia in posizioni influenti, come ad esempio Lina Khan, a capo della Federal Trade Commission – una che si è fatta un nome sostenendo che Amazon vada smantellata.

Il Digital Markets Act potrebbe essere emulato a Washington. Il Congresso ha introdotto delle discussioni, grazie al senatore repubblicano Chuck Grassley e alla democratica Amy Klobuchar, sull’American Innovation and Choice Online Act, una legge con ambizioni simili a quella dell’Unione europea. Ma è altamente improbabile che ci siano sviluppi significativi in tempi brevi in una fase di crisi e conflitto come questa, e con le elezioni di midterm a novembre.

«In Europa, tra le aziende tecnologiche c’è la sensazione che la battaglia sia già persa. I team legali di Google, Apple e Amazon stanno già valutando i modi per implementare le nuove regole nell’ambito delle loro attività commerciali», conclude il Financial Times. «I politici stanno cercando di fare ciò che è bene per i consumatori, perché quello he fanno le grandi aziende tecnologiche è anticoncorrenziale. Alla fine le persone si sono svegliate».

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