Le camicie gialloverdiLa fermezza del governo Draghi contro il partito unico dei putiniani italiani

La sinistra neutralista e i reduci del governo Conte, ecco quelli che si dissociano dalle scelte atlantiste e antitotalitarie di Palazzo Chigi e rischiano la figuraccia mondiale con Zelensky

Unsplash

Il cortocircuito tra il giallo dei russi a Bergamo all’inizio della pandemia e i dissensi gialloverdi sul discorso che stamattina il presidente ucraino Volodymyr Zelensky terrà, ovviamente in videoconferenza, alla Camera fa brillare una luce sinistra sul partito putiniano italiano, un partito che in qualche modo è stato incoraggiato se non sostenuto materialmente da Mosca per incunearsi in un Paese già di suo giudicato debole e dunque potenzialmente ostile alla unità europea. 

Dopo l’iniziale silenzio dei primi giorni post-invasione dell’Ucraina il partito putiniano italiano anche grazie alle comparsate mediatiche di vari personaggi ha rialzato la testa e in questo quadro la cosa inquietante è che sia Giuseppe Conte che Matteo Salvini lascino senza battere ciglio che diversi loro parlamentari prendano le distanze dall’appuntamento con Zelensky facendo persino temere qualche contestazione in aula (ipotesi cui non vogliamo credere, pena una figuraccia planetaria). 

Più passano i giorni e più crescono varie forme di dissociazione dalla linea della fermezza del governo Draghi: nulla di irreparabile, s’intende, ma come al solito rischiamo sempre di farci riconoscere. Fuori dal mondo gialloverde c’è la sinistra neutralista pronta a dare battaglia contro l’aumento delle spese militari, una sinistra guidata ancora una volta da Maurizio Landini con aficionados nella sinistra del Partito democratico. Ma è sempre Conte il problema. 

La Russia utilizza questi aiuti come leva per ammorbidire le sanzioni? Di fronte alla inattesa domanda della Bbc, Giuseppe Conte si irrigidì: «Il solo sospetto è una grave offesa per me e per il governo italiano. Pensate che questo aiuto sia usato per determinare una diversa collocazione geopolitica dell’Italia è una grave offesa non solo a me ma anche a Vladimir Putin col quale ho avuto un intenso scambio, non si permetterebbe mai di pensare di utilizzare questa leva, non è stato assolutamente chiesto, non è stato assolutamente immaginato».

Era il 9 aprile 2020, in piena éra gialloverde. La storia è nota. Adesso gli uomini di Putin minacciano di tirare fuori cosa realmente concordarono l’allora presidente del Consiglio italiano e il capo del Cremlino. E non pare una voce dal sen fuggita, quella dell’alto funzionario russo Alexei Paramonov, già console a Milano, bensì una minaccia a rilascio lento, una pistola pronta a sparare, un pizzino potenzialmente distruttivo.

Anche per gli equilibri di governo, dato che si sta parlando di un possibile pasticciaccio che coinvolgerebbe il leader (sub iudice) del Movimento 5 stelle, partito di governo, senza dimenticare che Paramonov ha anche alluso a colloqui con i ministri della Salute e dello Sviluppo economico di quel governo, cioè Roberto Speranza, leader di Articolo Uno, e Stefano Patuanelli, anch’egli del M5s. 

Il giallo della presenza di soldati, medici e funzionari russi in Lombardia nella prima fase della pandemia non è mai stato chiarito sino in fondo, se persino un uomo prudente come Enrico Letta ha adombrato dubbi sulle finalità vere di quella missione. 

Così che Italia Viva ha ritirato fuori l’idea difficilissima da concretizzare di una Commissione d’inchiesta su tutta la vicenda della lotta alla pandemia: «Penso che la domanda sul senso ultimo della missione, domanda che si è posto Giorgio Gori, sindaco della città più colpita dal Covid, Bergamo, sia una domanda cui può rispondere solo l’ex premier Conte», ha detto Matteo Renzi. 

Strada quasi impraticabile, perché è evidente che i grillini (e forse i leghisti, l’altra costola del putinismo italiano) non consentiranno mai l’istituzione di uno strumento parlamentare che potrebbe distruggere l’avvocato del populismo. Il quale ieri ha cercato di contrattaccare: «Mi sembra che, al di là dei complottismi e delle situazioni di chi fa dietrologia – ha spiegato il leader del M5S -, sia il ministro della Difesa che i direttori dei servizi di intelligence, davanti al Copasir, abbiano chiarito che questa missione ha avuto solo uno sviluppo in ambito sanitario. Direi che tutte le insinuazioni, le allusioni, le preoccupazioni che oggi sorgono non hanno alcun fondamento, stando a tutti i dati raccolti». 

Ma anche un uomo vicinissimo a Mario Draghi, il sottosegretario con deleghe alla sicurezza nazionale Franco Gabrielli ha detto che «non ci sono assolutamente segreti», un altolà di Palazzo Chigi per evitare nuovi e potenzialmente deflagranti problemi. Ma al di là del giallo della missione “Dalla Russia con amore”, il problema politico del partito putiniano italiano e di una sua insidiosa presenza resta. Facciamoci sempre riconoscere.