Il diritto di esistereLa lezione dei lavoratori Amazon che sfidano Jeff Bezos

Il primo sindacato è un piccolo passo per gli Stati Uniti, un grande passo per i dipendenti del colosso aziendale. Chi consegna le merci accusa condizioni di lavoro che vanno dall’assenza di pause alla censura

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«Non è stata una vittoria schiacciante, 2.654 voti contro 2.131, ma da domani circa 8.000 lavoratori del magazzino di Staten Island potranno iscriversi alla prima Amazon Labour Union» scriveva l’agenzia di stampa Ansa lo scorso 4 aprile diffondendo la notizia della creazione del primo sindacato dei lavoratori Amazon a New York.

La notizia è stata applaudita anche dalla Casa Bianca e dal presidente Biden il quale, secondo quanto detto dalla sua portavoce Jen Psaki «è contento che i dipendenti possano essere ascoltati. È sempre stato un sostenitore del diritto dei lavoratori di organizzarsi per un lavoro migliore e una vita migliore».

In pochi avrebbero scommesso sull’esito positivo di questa battaglia avviata nel marzo del 2020 da un impiegato licenziato in tronco da Amazon per aver organizzato una protesta contro l’assenza di misure anti-Covid nel magazzino di Staten Island. Pur in presenza di casi simili come quello degli impiegati di un caffè Starbucks a Buffalo che dopo 50 anni di storia dell’azienda nel dicembre scorso hanno dato vita alla prima confederazione, nella realtà dei fatti, la lettura entusiasta di chi vede avviarsi negli USA una stagione di battaglie per la sindacalizzazione è eccessiva poiché, come ha recentemente evidenziato il New York Times, il numero di lavoratori rappresentati da un sindacato diminuisce quasi ogni anno. E il minimo storico è stato toccato proprio nel 2021.

Se anche dovesse superare il tentativo già avviato da Amazon di ribaltare la vittoria, il colosso fondato da Jeff Bezos ha tempestivamente chiesto nuove elezioni e contestualmente ha mosso contro gli organizzatori l’accusa di avere intimidito i lavoratori costringendoli a votare per il sindacato, l’Amazon Labour Union, il primo sindacato dei dipendenti statunitensi di un’azienda che con i suoi 1,1 milioni di dipendenti è il secondo datore di lavoro privato del paese e tra le aziende più potenti al mondo, si troverebbe comunque a giocare una partita in un contesto dove le regole del gioco sono inadeguate a livello federale e spesso inapplicabili grazie alla collaborazione del governo a favore dei datori di lavoro. Nel 2021, afferma sempre il quotidiano statunitense, la camera ha approvato una legge sostenuta dall’amministrazione Biden per risolvere alcuni di questi problemi ma il testo è stato affossato in senato.

Dunque, non è un atteggiamento sporadico e isolato quello adottato da Amazon nell’opporsi alla sindacalizzazione dei suoi stabilimenti, anche se è giusto ricordare che solo l’anno scorso per consulenze volte in tal senso ha speso 4,3 milioni di dollari. La tesi sino a qui addotta è quella che i sindacati si configurano come una reale minaccia al modello di business dell’azienda. Chi compra da Amazon, dicono, si aspetta una consegna pressocché immediata e gratuita, aspettativa che può essere garantita solo mediante un controllo millimetrico e costante della lunga catena di lavoro manuale sottostante.

Nel nostro Paese, Amazon gode di una certa reputazione avendo creato il maggior numero di posti di lavoro nel periodo 2011-2020. Solo l’anno scorso ha assunto più di 4.500 lavoratori a tempo indeterminato arrivando a contarne oggi 14 mila. C’è anche da aggiungere che gli stipendi e i benefit le sono valsi anche la certificazione Top Employer Italia dal Top Employers Institute nel 2021 e nel 2022. Certificazione data in base alla qualità dell’ambiente di lavoro, alle opportunità di formazione e ai piani di carriera offerti ai dipendenti.

Questo mentre scoppia una nuova polemica sulle condizioni “non umane” riservate dall’azienda ai propri lavoratori ai quali oltre a turni di 12 ore passate prevalentemente in piedi, alle limitazioni del numero delle pause e all’uso delle tecnologie per il controllo costante, presto si andrà ad aggiungere anche una lista di parole proibite che non dovranno mai comparire nelle chat tra dipendenti in questa applicazione di messaggistica interna che sarà resa disponibile per favorire l’interazione dei lavoratori. L’azienda dice che ci saranno ovviamente termini non permessi ma solo per scongiurare il diffondersi dell’uso della violenza verbale e delle molestie di qualsiasi tipo. C’è tuttavia da domandarsi se sia lecito, e fino a quale punto, che un modello di business che ha generato un certo tipo di consumatore esigente, attribuisca allo stesso consumatore le responsabilità e le colpe del proprio sistema di controllo del lavoratore tanto capillare e invadente da limitarlo nelle più essenziali delle libertà qual è quello lessicale.