Live HardIl funerale da vivo di Bruce Willis e la tristezza di assistere al proprio declino

Alla notizia del suo ritiro per malattia tutti ci siamo ricordati di quanto abbiamo amato i suoi film. Una dimostrazione di affetto che forse gli farà piacere, ma forse è uno strazio capire che tutti sanno che non sei più in te, e magari ti compatiscono perfino

Charles Sykes/Invision/AP, File

Dieci anni e mezzo fa, qualche settimana prima che Christopher Hitchens morisse, andai al suo funerale da vivo. Doveva essere un’intervista che gli faceva Stephen Fry davanti al pubblico d’un teatro, poi Hitch stava troppo male, e avevano ripiegato sui suoi amici che parlavano di lui. I suoi amici erano gente come Martin Amis e Salman Rushdie, e quindi quella era la realizzazione del sogno perverso di molti di noi: sentire cose brillantissime dette di noi come fossimo morti ma quando siamo ancora abbastanza vivi da ascoltarle.

A Bruce Willis sta succedendo un po’ la stessa cosa. Da quando la sua famiglia ha annunciato che Willis non farà più film perché non è più in grado di parlare (non sono stati resi noti i dettagli, ma è ragionevole pensare alle conseguenze d’un ictus), ci siamo tutti ricordati di quanto ci piaceva.

Che eravamo piccoli quando la tv non era ancora prestigiosa e l’internet non esisteva, e quindi potevamo guardare “Moonlighting” senza sapere che lui e Cybill Shepherd in realtà si odiavano, senza sapere che era difficile mettere insieme le puntate perché non si volevano incontrare, senza sapere niente, cioè l’unico modo in cui ci si possa godere quel che si legge e si guarda.

Che eravamo piccoli anche quando portava a cena Kim Basinger, e lei si ubriacava tantissimo e lo metteva in imbarazzissimo, e “Appuntamento al buio” fu una grande scuola nella disciplina del rovinare la vita agli uomini, anche se nessuno di quelli che poi abbiamo incontrato aveva quella smorfia di Bruce, quella che riusciva a dire al tempo stesso «ti amo» e «ti detesto», «perché proprio a me» e «adesso ti rovino».

Nel 2018 Comedy Central ha organizzato il roast di Bruce Willis. Un roast è quel formato americano che prende la serata d’onore e la ribalta: sei al centro dell’attenzione, ma tutti gli ospiti sono lì per insultarti, e tu devi fare la faccia di chi sta al gioco, altrimenti sembri un qualunque Will Smith che perde la trebisonda per una battuta. Alcuni ci riescono peggio: al roast di Alec Baldwin, che molti anni fa fu molto famoso per un messaggio d’insulti lasciato nella segreteria telefonica della figlia avuta da Kim Basinger, la faccia di Alec alla prima battuta su quel messaggio era quella di chi è sul punto di alzarsi e prendere a smatafloni il battutista.

Bruce Willis no. Bruce Willis rideva come un pazzo, rideva come uno che non sta recitando una risata, quando Demi Moore diceva che avevano divorziato dopo i primi tre “Die Hard” e infatti gli ultimi due facevano schifo; o quando Edward Norton raccontava di averlo incontrato per chiedergli cosa pensasse del copione di “Motherless Brooklyn” in cui l’avrebbe diretto, e che Willis il copione non solo non l’aveva letto, ma a domande professionali rispondeva con cose tipo «Provaci tu a far durare un matrimonio quando le ventiduenni ancora te la danno»; o quando tutti, ma proprio tutti, dicevano che era un attore incapace di cambiare espressione.

La settimana scorsa Denzel Washington ha consegnato un Oscar alla carriera a Samuel L. Jackson, che ha una filmografia sterminata ma io quando lo vedo penso sempre e solo a quel “Die Hard” (il terzo, prima che Bruce e Demi e le ventiduenni eccetera) in cui Bruce Willis, sotto minaccia dei cattivi, sta in mezzo a una strada di Harlem con addosso un cartello che dice «Odio i negri», e Jackson è il proprietario d’un negozio che va a salvarlo dai ragazzi neri che stanno per pestarlo assai più forte di quanto farebbe Will Smith.

Lo so che voi, se vi dicono «Jackson e Willis», pensate a “Pulp Fiction”, ma volete mettere John McClane e Zeus? (A proposito di John McClane: siamo tutti d’accordo, spero, che il più natalizio e antinatalizio dei film di Natale sia il primo “Die Hard”, sì?).

Adesso che ci hanno detto che sta troppo male per continuare a lavorare, il sito di riferimento per le uscite cinematografiche, imdb, dà otto suoi film finiti e che ancora devono uscire. Pare stia male da un bel po’: il Los Angeles Times racconta d’almeno un paio d’anni di set pasticciati, Bruce che non si ricorda le battute, Bruce che bisogna accorciargli i dialoghi perché non ce la fa, Bruce che nelle scene d’azione sbaglia il momento in cui deve sparare (per fortuna non sono successi disastri come quello che accadde ad Alec Baldwin con una pallottola non a salve). Eppure, in questi anni ha girato film a un ritmo che neanche Totò.

Forse sapeva di non stare bene e stava raccattando gli ultimi ingaggi possibili; forse – come accade a volte alla gente famosa, sebbene amata – aveva dei collaboratori che lo spremevano più del dovuto; o forse non voleva rassegnarsi al proprio declino cognitivo, che mi pare la cosa più atroce che possa capitare a un essere umano dotato di senso dell’umore.

Molti anni fa, un’attrice che non stava bene doveva consegnare un premio a un regista. Nessuno ancora sapeva avesse un disturbo neurodegenerativo, ma tutta la platea se ne accorse quando, sul palco, la signora non si ricordò dov’era. Il terrore più grande che attanagli molti non è morire, ma è rincoglionire senza accorgersene. O forse è peggio accorgendosene. Forse è bello sapere che tutti ti amano e si precipitano sui social a dire quanto siano nel loro cuore “Il sesto senso” o “Il quinto elemento”. Ma forse è uno strazio sapere che tutti sanno che non sei più in te, e magari ti compatiscono perfino. A te, che un Natale del secolo scorso sgominavi i terroristi a mani nude senza mai perdere il ghigno, e senza mai smettere di guardare il culo alle ventiduenni.

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