La mia vita a BuchaI russi ci uccidono e ci negano il diritto di provare dolore

La loro crudeltà li spinge oltre il massacro, perché negano le loro colpe e ci accusano perfino di avere inscenato il nostro lutto

AP/Lapresse

Leggere i nomi delle città liberate è premere i punti dolenti sulla pelle della memoria. Bucha è la città dove vivono i miei zii Lisa e Paša, dove piangevo in cucina perché avevo diciassette anni e dovevo iniziare l’università in una grande città di tre milioni di abitanti e prima avevo vissuto soltanto in un paesino di 200 persone. Avevo paura. Guardavo Bucha dal settimo piano dell’appartamento di mia zia, una città che si stava allargando per diventare a misura d’uomo e di famiglie, vicina alla capitale e con parchi e villette, con scuole e stadi.

L’altra mia zia Tanya, la moglie dello zio Vasja, era incinta di mio cugino e ci stava preparando il caffè. Dopo poco è nato Bòhdan Bohdàn, per distinguere il nome dal cognome si doveva solo spostare l’accento. Li salutai e presi il treno verso la capitale. Condividere la paura mi fece sentire più tranquilla, coccolata da mia zia che ha solo nove anni più di me.

Come chiamare il sentimento che hanno provato tutti loro in quel mese passato sotto occupazione? Paura? Non lo so. Come non so neanche come siano riusciti a sopravvivere.

Zia Tanya e zio Vasja, insieme con il cugino Bohdàn, sono fuggiti da Bucha. Zia Lisa è rimasta col marito e il figlio Stas in carrozzina. Hanno deciso di non rischiare? A leggere le testimonianze spostarsi in macchina era impossibile. Spingere la carrozzina di mio cugino che ha 25 anni forse ancora più impossibile. I soldati russi hanno sequestrato e rotto il cellulare di mio zio e non hanno fatto niente di più. Hanno provato pietà per mio cugino in carrozzina? Ma non hanno provato pietà per tanti adolescenti trovati con le mani legate.

Come chiamare questa selezione? Fortuna? Grazia di Dio? Allora la fortuna è razzista, perché evidentemente 410 vittime di Bucha non l’hanno meritata. Che colpa avevano loro? Hanno pregato un Dio sbagliato?

Non ho le risposte a queste domande, perché le uniche notizie che mi giungono sono che sono vivi e che per campare hanno cucinato un mese il cibo in cortile sul fuoco vivo, mentre per scaldarsi in casa portavano dentro i mattoni riscaldati nel fuoco del cortile. Nel cortile di quella villetta che hanno costruito da poco mattone su mattone. Mia zia aveva una piccola agenzia di eventi, organizzava le feste a Bucha insieme con un gruppo di ragazze che cantavano e ballavano. Ci saranno ancora feste a Bucha dopo questo massacro? Sono vive le ragazze di mia zia?

A Velyka Dymerka hanno trovato i corpi di donne nude per strada. È il paese originario di mia nonna, quella che è ancora viva. Quella che stava con il figlio, fratello di mia mamma, mentre i soldati russi bussavano alla sua porta e volevano sparare perché nessuno gli apriva. La voce del vicino è arrivata da oltre il recinto, dove abita una signora anziana, magari non ha sentito e quelli hanno deciso di andare via. Fortuna?

A Rahivka, il paese dove andavamo a fare i concertini scolastici, dove c’erano le discoteche più belle nella zona, dove viveva il mio primo fidanzatino, i ragazzi che portavano il pane sono saltati in aria su una mina. Perché i soldati russi, ritirandosi, hanno disseminato le strade di mine in modo che la morte possa durare a lungo, anche dopo il loro ritiro. E il trauma ancora di più.

Io non so come dovrò parlare ai miei zii, perché tutte le parole mi sembrano aver perso il senso e poi apro internet e leggo le notizie che la propaganda russa accusa gli ucraini e i loro alleati di aver orchestrato il teatro d’inferno a Bucha. Agli ucraini viene negata l’esistenza fisica e perfino il dolore, il lutto e il diritto di piangere i loro morti. Quasi cento anni fa alla nonna era stato proibito di piangere suo padre, fucilato dall’NKVD per aver cercato di sfamare la sua famiglia. L’hanno etichettata come «la figlia del nemico del popolo», era sbagliata, suo padre era sbagliato e il suo dolore era sbagliato.

Sono passati cento anni e la storia si ripete, ci fanno sentire sbagliati per il solo provare a piangere i nostri morti, per elaborare il lutto. Vogliono accertarsi se siamo stati noi a orchestrare tutto. Vogliono esaminare il nostro dolore per capire se stiamo soffrendo abbastanza e se ci si possa fidare fidare del nostro dolore, se è autentico o no, se stiamo facendo finta da più di un mese.

La rete del dolore dilaga su tutta la mappa dell’Ucraina: Mariupol’, Volnovakha,Rubizhne, Kherson…

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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