CatalangateIl caso di spionaggio di massa che agita la Spagna

Decine di politici e attivisti indipendentisti sono stati messi sotto sorveglianza con il software Pegasus e accusano i servizi segreti di Madrid. Una tegola per il fragile governo di Pedro Sánchez. «Lo sospettavo da tempo», dice a Linkiesta una delle vittime

AP/Lapresse

Per le vittime è il «caso di spionaggio di massa più grande della storia», per gli autori un’operazione legittima, realizzata sotto il controllo giudiziario. In mezzo c’è un governo che deve difendere l’operato degli uni e fornire valide giustificazioni agli altri. Il cosiddetto “Catalangate” ha scatenato il caos nella politica spagnola, e le conseguenze mettono a rischio l’esecutivo in carica.

Storia del Catalangate
Il 18 aprile scorso il New Yorker pubblica una ricerca del centro studi canadese The Citizen Lab, destinata a suscitare scalpore: 67 figure di primo piano dell’indipendentismo catalano sono state oggetto di tentativi di cyberspionaggio, la maggior parte dei quali tramite il software Pegasus della società israeliana Nso, già noto per un grande scandalo di sorveglianza illegale che ha visto coinvolti diversi governi.

In almeno 51 casi, si legge nell’indagine, alcuni dispositivi sono stati effettivamente hackerati e i loro proprietari effettivamente «controllati», grazie alla possibilità di geolocalizzarli, leggere le loro conversazioni, ascoltare le loro telefonate e sottrarre dati e fotografie. Probabilmente, le vittime reali sono molte di più, visto che l’utilizzo del software è molto più rintracciabile sui sistemi operativi iOS, ma agisce con efficacia anche su quelli Android.

Le vittime accertate sono attivisti legati al mondo del separatismo catalano, avvocati e soprattutto politici dei partiti indipendentisti. Tra loro figurano l’attuale presidente della Generalitat de Catalunya, Pere Aragonès, e quella del parlamento catalano Laura Borràs, entrambi spiati prima di assumere le rispettive cariche.

Ma anche gli altri protagonisti, passati e presenti, del procés, il tentativo di secessione culminato con la dichiarazione d’indipendenza dalla Spagna nel 2017: l’ex presidente Quim Torra, messo sotto controllo mentre era in carica, l’ex presidente del parlamento Roger Torrent e Artur Mas, storico leader catalano, ideatore del referendum sull’indipendenza.

Nella lista degli obiettivi non manca Carles Puigdemont, presidente della Generalitat al momento del tentativo di secessione e ora deputato al Parlamento europeo: in questo caso, però, a essere «infettati» dallo spyware sono stati i telefoni della moglie, del suo avvocato e di membri del suo staff. Lo stesso «spionaggio indiretto» ha colpito l’eurodeputata Clara Ponsatí, mentre i colleghi Toni Comín, Diana Riba e Jordi Solé sono stati intercettati direttamente sui propri dispositivi.

«Sapere che hanno ascoltato le mie conversazioni private mi lascia la sensazione di essere completamente indifeso. Non so fino a quale punto la mia intimità sia stata violata», racconta a Linkiesta Marcel Mauri, uno degli obiettivi dello spionaggio. Il suo telefono cellulare, secondo la ricerca, è stato colpito tre volte da Pegasus. «Era un sospetto che covavamo da tempo, ma averne la certezza è tutta un’altra cosa».

Mauri era vice-presidente di Òmnium cultural, un’associazione di difesa della lingua e della cultura catalana durante la stagione indipendentista. Il suo superiore, Jordi Cuixart è stato condannato a nove anni di prigione per sedizione, prima di beneficiare dell’indulto governativo: mentre si difendeva al processo, il telefono della moglie è stato incluso nella sorveglianza.

«È gravissimo che uno Stato spii dirigenti politici, ancor di più che lo faccia con attivisti e membri della società civile. Ma sembra che nella persecuzione degli indipendentisti valga tutto», dice Marcel Mauri, convinto che lo spionaggio possa essere ancora in corso. «Magari stanno ascoltando anche questa conversazione…».

A conti fatti, gli ultimi quattro presidenti del governo regionale e tutti gli attuali europarlamentari catalani indipendentisti sono stati, in un modo o nell’altro, sottoposti a sorveglianza. Il centro studi The Citizen Lab non identifica in maniera definitiva gli autori dell’operazione, anche se «forti indizi suggeriscono un nesso con le autorità spagnole».

«Non serve Sherlock Holmes per identificare i responsabili», ha detto il presidente Aragonès in un’intervista, accusando direttamente il Centro Nacional de Inteligencia (Cni), i Servizi segreti spagnoli. Che non possono rispondere in pubblico, ma hanno fatto filtrare alla stampa una parziale conferma: lo spionaggio è avvenuto, ma in maniera individuale e sempre sotto controllo giudiziario, monitorando i soggetti con il programma Pegasus per seguirne gli spostamenti all’estero e le comunicazioni sui social network.

Governo in crisi
Sulla stessa linea difensiva si sono mossi il Primo ministro spagnolo Pedro Sánchez e la sua ministra della Difesa Margarita Robles, nell’infuocata sessione del Congreso di Madrid del 27 aprile, in cui il governo è stato chiamato a dare spiegazioni sull’accaduto. Il primo ha assicurato che ogni operazione del Cni è stata realizzata in maniera conforme alla legge, la seconda ha persino contrattaccato: «Cosa deve fare uno Stato quando qualcuno viola la Costituzione e dichiara l’indipendenza?»

Parole sicuramente sgradite ai deputati indipendentisti che, in rappresentanza di tre diverse forze politiche, siedono nell’emiciclo. Il problema più grosso per l’esecutivo di Sánchez sono però i 13 di Esquerra Republicana de Catalunya, il partito di Pere Aragonès (il quale ha chiesto le dimissioni immediate di Robles dopo le sue affermazioni), attualmente al governo a Barcellona e decisivo negli equilibri a Madrid.

Grazie all’astensione di Esquerra Republicana de Catalunya, nel gennaio 2020, Sánchez ha ottenuto l’investitura e su questa «neutralità» si regge il suo precario governo, visto che il suo Psoe detiene insieme agli alleati di Unidas Podemos meno della metà dei seggi. In cambio di questa posizione, l’esecutivo nazionale mantiene un approccio «morbido» con l’indipendentismo: sta portando avanti a fatica un processo di riconciliazione basato su un «tavolo di dialogo» con la Generalitat e ha garantito l’indulto ai condannati per la dichiarazione d’indipendenza.

Ma ora questa fragile intesa scricchiola. Esquerra Republicana de Catalunya chiede un’indagine approfondita e indipendente sul Catalangate, altrimenti minaccia in maniera chiara di «abbattere l’agenda legislativa del Psoe», come ha dichiarato il suo portavoce al Congreso, Gabriel Rufián. Il socio di governo di Sánchez, Unidos Podemos, si associa alla richiesta di trasparenza, mentre l’opposizione chiede la testa del presidente.

«Sánchez deve dimettersi», dice a Linkiesta Aleix Sarri, responsabile degli Affari esteri del partito Junts per Catalunya, che in Catalogna governa insieme a Esquerra Republicana. A livello nazionale, sostiene, serve una riflessione profonda dei partiti indipendentisti: «Non possono approvare le leggi di un governo che ci spia».

Il primo esempio significativo delle conseguenze di questa frattura è stato il voto sul «decreto anticrisis», un pacchetto di misure volte a limitare l’impatto della guerra in Ucraina: un provvedimento cruciale, approvato con un margine molto stretto, 176 voti a favore e 172 contro. Esquerra Republicana de Catalunya si è opposta, descrivendo la sua decisione come «un primo avviso al governo spagnolo, che deve assumersi le sue responsabilità e garantire la piena trasparenza nel caso Pegasus».

È probabile che ne seguiranno altri, con gli indipendentisti pronti a fare leva sull’importanza dei propri voti, cruciali per la credibilità dell’esecutivo, ma non sufficienti a liquidarlo. In Spagna, infatti, un governo può cadere solo con le dimissioni del suo presidente o con una «mozione di censura», approvata a maggioranza relativa dei deputati, che ne prevede la sostituzione con un altro candidato specifico. Anche così, comunque, il Catalangate resta una spina nel fianco di Pedro Sánchez: difficile continuare a governare senza i numeri per approvare nemmeno le iniziative più urgenti.