SvezzamentoTutte le difficoltà dell’Europa di rinunciare all’energia russa

Nelle prossime settimane, l’Ue potrebbe mettere nero su bianco l’embargo totale al petrolio di Putin, nonostante le resistenze di alcuni Paesi. Sul gas l’idea è tagliare le importazioni di due terzi entro la fine dell’anno, ma gli ostacoli economici e logistici potrebbero rivelarsi proibitivi

AP/Lapresse

Dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina l’Unione europea ha pagato 35 miliardi di euro per fonti energetiche russe. Gli Stati membri, insomma, stanno inevitabilmente finanziando le operazioni militari del Cremlino.

È facile immaginare un piano immediato per un embargo totale dal carbone, ma non è la parte più importante: petrolio e gas sono la vera criticità. Per Vladimir Putin è «impossibile isolare la Russia», nel senso che le economie dei Paesi europei e di Mosca sono troppo interdipendenti per immaginare uno sganciamento a buon mercato.

Bruxelles ha già iniziato a riflettere sulle linee guida per le prossime sanzioni agli idrocarburi russi: l’embargo totale al petrolio non è più un’ipotesi remota – anche se il senso di urgenza di cui si parlava dopo la strage di Bucha sembra già svanito – mentre quello sul gas sembra ancora distante a causa dell’opposizione di alcuni Stati membri.

La Russia è il più grande fornitore di petrolio dell’Unione europea, vale circa un quarto delle sue importazioni di petrolio e prodotti petroliferi. Inevitabilmente alcuni Paesi sono pronti ad affrontare le conseguenze economiche della chiusura del rubinetto.

La Germania ottiene il 34% del suo petrolio dalla Russia; l’Ungheria di Viktor Orbán, altrettanto dipendente dal petrolio russo, potrebbe opporsi a una chiusura totale; l’Austria, storicamente neutrale, ha escluso sanzioni sulle importazioni di petrolio e gas dalla Russia: «Se le sanzioni colpiscono te stesso più del destinatario, penso che non sia la strada giusta da percorrere», ha detto il ministro delle Finanze Magnus Brunner.

La redazione delle nuove misure europee al momento è nelle mani di un ristretto numero di esperti della Commissione europea guidati dal capo di gabinetto della presidente Ursula von der Leyen, Björn Seibert.

Un vertice dei leader dell’Unione europea sull’Ucraina è già in programma per la fine di maggio, ma alcune indiscrezioni dicono che potrebbe esserci un incontro anticipato per discutere dell’embargo sul petrolio.

«Al momento l’approccio più probabile è un programma che distingua tra tipi di prodotti petroliferi e metodi di consegna, cercando così di mettere tutti d’accordo sulla fattibilità di un embargo più rapido sul petrolio trasportato dalle petroliere, rispetto al petrolio che arriva in Europa tramite oleodotti. Una concessione che ha lo scopo di coinvolgere la Germania», scrive il New York Times.

Raggiungere un accordo sul petrolio russo è un’operazione difficile a Bruxelles, ma appare piccolissima rispetto al grande dilemma che circonda il gas.

L’anno scorso, l’Unione europea ha importato 155 miliardi di metri cubi (bcm) di gas russo, soddisfacendo circa il 40% del consumo dei 27. E dall’inizio dell’invasione del 24 febbraio, l’Unione ha pagato alla Russia più di 20 miliardi di euro solo per le importazioni di gas.

A differenza del petrolio, la stragrande maggioranza del gas russo arriva nell’Unione attraverso una rete di gasdotti esterni o sottomarini.

«Molti Stati membri si sono dipendenti da questa grande infrastruttura. In Paesi come Germania, Austria, Finlandia, Ungheria e Bulgaria, la Russia gode di una posizione dominante come primo o unico fornitore di gas. La Germania ha accesso diretto al Nord Stream, un gasdotto che porta oltre 55 miliardi di metri cubi all’anno», si legge in un articolo di Euronews.

La Commissione europea vorrebbe ridurre la quota totale di due terzi entro la fine dell’anno, aumentando l’offerta da altre fonti e riducendo la domanda di gas da vari settori dell’economia.

Piccole forniture aggiuntive di gas – nell’ordine dei 10 miliardi di metri cubi – dovrebbero arrivare da Azerbaigian, Algeria e Norvegia. Ma ovviamente non basta

«L’Europa può limitare la sua dipendenza dall’energia russa attraverso la diversificazione in un tempo relativamente breve», ha detto il primo ministro italiano Mario Draghi nella sua intervista al Corriere della Sera. «Non vogliamo più dipendere dal gas russo, perché la dipendenza economica non deve diventare asservimento politico».

Diversificare vuol dire ad esempio puntare sul Gas Naturale Liquefatto. L’anno scorso il commercio mondiale di Gnl è stato di circa 515 miliardi di metri cubi e l’Unione ha importato poco meno di 77 miliardi di metri cubi. L’obiettivo di Bruxelles è aumentare la fornitura di 50 miliardi di metri cubi entro la fine dell’anno: significherebbe passare dal 15% a quasi il 25% della fornitura globale. È un piano certamente ambizioso, se non altro difficile da realizzare.

«Per raggiungere questo obiettivo l’Unione europea deve affrontare una serie di ostacoli: dalla solidità della sua infrastruttura del gas alla distribuzione geografica di terminali e gasdotti Gnl, fino alla possibilità di mettere effettivamente le mani su eventuali forniture di riserva», scrive il Financial Times.

Una volta acquistato, il Gnl va rigassificato in impianti chiamati – appunto – rigassificatori. La maggior parte dei rigassificatori europei, tra quelli con margine per aumentare il ritmo di lavoro, in Europa, si trova in Spagna e Portogallo, ma la capacità di ridistribuirla altrove nel continente è limitata: come collegamento c’è solo un piccolo gasdotto che attraversa la Francia.

«L’ambizione a breve termine è noleggiare navi speciali note come Unità galleggianti di stoccaggio e rigassificazione (Floating Storage and Regasification Units, Fsru), che restano ormeggiate vicino alla costa e trasformano il combustibile liquido in gas. Ma un’operazione del genere, su larga scala, richiederebbe comunque qualche anno. Gli esperti ritengono che tali carenze infrastrutturali potrebbero creare un grave collo di bottiglia a meno che i responsabili politici e i governi non agiscano rapidamente», spiega il Financial Times.

Sul Gnl pesa anche la questione delle forniture. L’Unione ripone le sue speranze sulle importazioni dal Qatar, dagli Stati Uniti, dall’Egitto e dall’Africa occidentale. Gli Stati Uniti si sono impegnati a incrementare le spedizioni di Gnl in Europa di 15 miliardi di metri cubi quest’anno. E per assicurarsi forniture aggiuntive, Bruxelles dovrà competere con Cina, Giappone e Corea del Sud, che però da tempo pagano cifre al di sopra delle tariffe di mercato.

È probabile quindi che per mettere le mani su quelle forniture ci sia bisogno di andare a spendere cifre fuori mercato, un tipo di operazione che storicamente gli Stati membri hanno sempre evitato.

«La matematica funziona solo sulla carta: pensare che l’Unione europea possa mettere le mani su ogni carico disponibile nella realtà è irreale», ha detto al Financial Times Mike Fulwood, ricercatore senior dell’Oxford Institute for Energy Studies.

Un’altra opzione per la diversificazione dal gas russo può essere il nascente mercato del biometano (o biogas). Nel 2021 la produzione di biometano in tutta l’Unione europea è stata di 2,8 miliardi di metri cubi, secondo la European Biogas Association. L’aumento di 3,5 miliardi di metri cubi o 120% della produzione di biometano previsto per quest’anno da Bruxelles supererebbe di gran lunga qualsiasi aumento precedente. L’Europa ha 18 miliardi di metri cubi di impianti di biogas e la conversione di un sito per la produzione di biometano può richiedere solo sei mesi.

Fanno parte del piano europeo anche la richiesta alle famiglie di abbassare di 1 grado la temperatura del termostato – che però avrà un impatto molto limitato – l’introduzione delle pompe di calore nelle case (ma è difficile immaginare l’installazione di milioni di macchine in pochi mesi), e un maggior utilizzo di fonti rinnovabili con un potenziamento di eolico e fotovoltaico.

Ma è quasi certo che – a dispetto dei target ambientali – aumenterà anche il consumo di carbone, così come è aumentato nel 2021 rispetto al 2020. «Facendo funzionare le centrali a carbone alla massima capacità e prolungando la vita di quelle previste per la chiusura – conclude il Financial Times – l’Unione europea potrebbe sostituire l’equivalente di 12 miliardi di metri cubi di gas naturale questo inverno».