La guaracheraLe quattro vite di Celia Cruz, la regina di Cuba

Dalle prime prove con i canti yoruba, alla scoperta della salsa, la fuga/esilio negli Stati Uniti e l’approdo, a 70 anni, all’elettronica, quando ormai è diventata un’istituzione onorata in tutto il mondo. Read & Listen

Celia Cruz “100% Azucar! – The Best of Celia Cruz con la Sonora Matancera” 1997
“Fania Anthology” 2012

Cominciamo in maniera diversa dal solito. Prima di leggere, guardate di che cosa è capace questa donna, e poi ve ne racconto la storia. Contesto: megaconcerto organizzato nel settembre 1974 da Don “capelli dritti” King a contorno del match fra Mohammed Alì e George Foreman per il titolo dei massimi a Kinshasa, Zaire (il match verrà poi rimandato di un mese). Il dittatore Mobuto ha pagato una cifra enorme pur di fare arrivare artisti e pugili nel cuore dell’Africa nera, e dare una lucidata a una fama piuttosto oscura.

Il cast prevede fra gli altri Miriam Makeba e Tabu Ley Rochereau, B.B. King e James Brown, un ponte ideale fra artisti africani e quelli della diaspora. Ci sono anche le Fania All Stars, concentrazione ad alta densità di talento del mondo della salsa newyorkese-portoricana. Davanti a questo impeccabile dispiegamento orchestrale, lei. Celia, al suo massimo splendore, la faccia nera-africana e il sorriso splendido splendente, in testa un grattacielo astratto e orecchini a tre piani, labbra da bemba colorà e inguainata in un abito a sirena con nuvole di tulle colorato che quando balla e muove le braccia il palco si illumina. Lei che canta, con quella voce forte e decisa, tagliente e potente, e il direttore/produttore Johnny Pacheco che dirige l’orchestra ma alla fine non resiste e va a ballarci insieme. “Quimbara” è pura mezcla afro-americana, lei che rappa e canta e balla e improvvisa, tutto insieme.

Guardatelo, e se non avrete fatto zapping: uno, siete amici miei; due, mi ringrazierete.

Ora ci siamo capiti.

Celia Cruz è stata la più famosa cantante di musica latino-americana dello scorso secolo, voce e apparenza leggendarie, una carriera che in più di 50 anni ha inevitabilmente attraversato diverse epoche ed epocali eventi storici, ed ha seguito e concorso al percorso di evoluzione della musica afro-cubana. Seguire la vita de La Guarachera de Cuba diventata Reina de la Salsa, è scoprire che di vite artistiche e personali ce ne sono state più d’una: prima nella sua isola di origine, a partire dal 1950, i 15 anni insieme alla conjunto Sonora Matancera. Poi sul continente, vista la proibizione a tornare nella Cuba castrista voluta dallo stesso Comandante Fidel, lei che era in Messico con la Matancera e ha preferito non tornare, esilio triste e libero insieme: prima in Messico, dove la cantante diventa diva scintillante anche nel formato in cinemascope, e poi nella New York e nella Miami della salsa di cui è diventata, per meriti acquisti sul campo, la indiscussa regina.

Ma non pensiate che Celia abbia cantato solo guarachas y salsa: ha cantato anche son montunos e boleros, mambo e cha cha cha, rumba e canti religiosi, guaguanco e bomba e persino “Rock and Roll”, brano del 1956 con la Matancera. Cantando, sempre e rigorosamente, in quella lingua spagnola piena di tronche della sua amatissima isola caraibica.

E non pensiate che nella creazione del suo mito non c’abbia messo anche tanto altro di suo: quella espressione sempre pronta a esplodere in un sorriso con gli incisivi diastemati, le pettinature alla moda e gli abiti sgargianti, la sua totale dedizione alla sua musica: «Quando la gente mi ascolta cantare, voglio che siano felici, felici, felici. Non voglio che pensino alla mancanza di soldi, o quando a casa si litiga. Il mio messaggio è sempre felicità». Grido iconico: «¡Azúcar!», che era insieme l’indicazione di quanto zucchero volesse nel caffè urlato a un cameriere («Chico, sei cubano? E allora cosa me lo chiedi a fare?»), il ricordo degli schiavi afro-cubani a raccogliere canna da zucchero, e il suo marchio di fabbrica, urlo di entusiasmo contagioso.

Celia è stata uno spettacolo: i suoi abiti da sirena giovanile, o più avanti quelli coloratissimi, o a polka dot rossi o gialli, le sue acconciature vistose, parrucche che solo Tina Turner, il suo sorriso largo come tutta Cuba, hanno lasciato il segno, il ricordo, il rimpianto.

Ha fatto commuovere, ma soprattutto ballare milioni di persone sulle piste e sotto i palchi di tutto il mondo. E ha inciso qualcosa come 75 album, centinaia e centinaia di interpretazioni, capite anche voi che non si possa restringere così tanto in così poco come un solo disco, per quanto simbolo (e ce ne sono stati). Proviamo con due best: anche volendo lasciar fuori perle che sono a volte meglio delle hit, almeno due servono. Anche perché le sue fasi sono davvero diverse, e una può piacerti decisamente più dell’altra, sebbene siano tutte punteggiate da partner o contesti orchestrali di livello stellare.

Le registrazioni di “100% Azucar! The Best of Celia Cruz con la Sonora Matancera”, risalgono alla prima fase, dal 1950 fino al ’65, su etichetta Seeco: sono i tre lustri con la Matancera, la più prestigiosa delle orquestas cubane, definiti “la Duke Ellington Orchestra” di Cuba, ed è veramente un cesto di pepite, piccole capsule del tempo che ti portano indietro.

La seconda, “Celia Cruz – The Anthology”, è la compilation doppia dei suoi anni americani dal 1965 agli ’80, contratto con la Tico, parte della scuderia Fania, e di conseguenza diva internazionale. Ha anche qualche brano del periodo precedente, e altri brani storici ri-registrati con nuovo suono, ma è quasi tutto una cavalcata al braccetto di Tito e delle icone della Fania Willie Colon e Johnny Pacheco.

Ci fermeremo a queste due, per chi volesse una selezione delle sue hit degli ultimi anni, c’è “Exitos Eternos”. Ma partiamo dall’inizio.

Úrsula Hilaria Celia de la Caridad Cruz Alfonso nasce al 47 Serrano Street nel barrio Santos Suárez, La Havana, il 21 ottobre 1925, anche se Celia di date di nascita non ne voleva sapere mai. Papà Simon lavora sui treni come fuochista, lei è la terza dei loro quattro figli, la mamma è casalinga che si occupa, fra sorellastre e fratellastri di vari altri incontri e matrimoni, di una famiglia allargata di 14, e il suo canto da bambina ne mette a letto diversi. Cresce ascoltando musica e nonostante l’opposizione del padre cattolico si appassiona alla musica della Santerìa a cui la inizia un vicino. Impara le parole dei canti Yoruba portati nell’isola dagli schiavi della west coast africana, Nigeria in particolare, dalla cantante santera Merceditas Valdes, e durante la carriera tornerà spesso a quel repertorio.

Canta a scuola e il cugino la porta a qualche concorso, il primo è a Radio Garcia-Vera dove canta un tango e il premio è una torta, il primo guadagno sono cinque dollari la domenica sera a “Estrellas Nascentes”. Contemporaneamente studia per diventare insegnante, come vorrebbe papà, si iscrive anche al Conservatorio, ma dopo essere stata in tour in Messico e Venezuela, la strada è decisa. Tanti anni dopo chioserà: «Ho soddisfatto il desiderio di mio padre di essere una insegnante: insegno a generazioni di persone la mia cultura e la felicità che è nel vivere la vita. Come performer, voglio che la gente senta cantare i propri cuori e che i loro spiriti si innalzino».

All’inizio sono proprio i tradizionali Yoruba quelli che intona, ma poi capisce che non sono affatto commerciali, non hanno grande mercato, e quindi vira – senza dimenticarli – su una musica più popolare. Il tre agosto 1950 sostituisce nell’ottetto della Sonora Matancera Myrta Silva, la Gorda de Oro, star affermata che si sta ritirando nella natìa Puerto Rico. La Sonora Matancera, fondata nel 1924 nella zona di Matanzas, da cui prende il nome, da quello che ne sarà direttore artistico per 50 anni, Rogelio Martinez, passa attraverso tanti cambi di formazione, e il suo suono lentamente si impone su tutte le altre orchestre dell’isola. Suonano in tutti i principali club de La Havana: San Souci, Bamboo, Topeka e il celebre El Tropicana. È l’epoca scintillante della Cuba cosmopolita, vita notturna ruggente, sotto il regime di Batista sono soprattutto gli americani a venirvi come turisti a godere delle spiagge e degli spettacoli nei principali locali dell’isola.

Il primo singolo insieme lo incidono nel 1958, ed è tutto grandioso fin dal primo momento: “Cao Cao Manì Picao”, costruito su un giro che riprende ogni volta dopo un break di fiati e congas, sembra un tormentone estivo che balleresti senza sosta, i cori femminili la fanno sembrare una girl band: questa è la giovane Celia, e il suo stile guarachero-pop è notevole ancora adesso. La guaracha è una forma di danza veloce che è maturata nel tempo, soprattutto in teatro, dove gli spettacoli spesso avevano tematiche picaresche e disinibite. È la forma di ballo più popolare del periodo, la parola sinonimo anche di divertimento.

Tutti i 19 pezzi della compilation sono spettacolari (anche se manca proprio “Cao Cao”): fra i più irresistibili, molti dei quali presenti sul suo secondo Lp “Mi Diario Musical”, 1959, “Ritmo, Tambo Y Flores”, la cantilena di “Burundanga2 (il suo primo disco d’oro), “Me Voy A Pinar del Rio”, “Caramelos”, che ha un tocco pop quasi contemporaneo, “Mi Soncito”, più alcuni dichiaratamente legati a temi della Santerìa, come “Elegua Quiere Tambo” e “Chango Ta’ Veni”.

All’inizio è una ventenne con la voce squillantissima, mai sopra o sotto neanche un quarto di tono, lei a condurre, con tutta la passione di aver coronato un sogno. Già fasciata in abiti a vita strettissima, così era la moda («Soy la mas cumbanchera del Belén», gli uomini impazziscono per mi cinturita, per la mia vita sottile), canta con esuberanza giovanile motivi ballabili. La Matancera, però, è uno spettacolo anch’essa. C’è naturalmente qualcosa di night club e di orchestra danzante nel loro suonare, puntuali ma rilassati, very cool diremmo 70 anni dopo. Ma c’è anche l’altro lato, la negritudine che porta Celia, ed è quello che riequilibra: una vicinanza alle radici africane, un suono compatto e fluido, sospesi fra l’incalzare della guaracha e il mondo delle Orishas. È l’essenza della ritmicità africana che si insinua sulla pista da ballo, cosa che nella cultura brasiliana e cubana è regola frequente. Ascoltandolo adesso, uno straordinario pop orchestrale ballabile anni 50 cubano, meglio di quello che ti immagini. Fase uno: giovane e gioiosa mancata insegnante cambia vita, sprizza energia e sorrisi in equilibrio fra nightclub e ancestralità.

La rivoluzione di Castro diventa un nuovo ordine politico-militare nel 1959, e il clima festaiolo di Cuba cambia per sempre. La Matancera e Celia accettano l’invito nel 1960 a suonare, ben pagati, in Messico, dove sono popolarissimi, e questo non piace al nuovo regime. Il suo rapporto con la Amministrazione si deteriora, ed essendo contraria al nuovo status dell’isola decide di rimanere all’estero. La sliding door della sua vita, di qua la rivoluzione di Fidel, di là la libertà di essere senza comandanti. All’estero ci rimarrà per sempre, visto che Castro non le darà il permesso di tornare né alla morte del padre, né a quella della madre. Commenterà con molta amarezza: «Tutti mi guardano e dicono “lei è molto felice”. Ma io non ho una madre, non ho un padre, non ho un Paese. Ho solo Pedro». Pedro Knight è uno dei due trombettisti della Matancera, e il loro amore durerà per sempre, raddoppiando il ruolo prima di manager e poi di direttore artistico della sua band.

Celia e Pedro, che ha già la cittadinanza americana, vanno a vivere nel New Jersey. Nel 1966, chiuso il rapporto con la Matancera, comincia a incidere negli Stati Uniti. Il suo secondo album solista, “Son Con Guaguanco”, prodotto da Al Santiago con la sua orchestra The Alegre All Stars, è particolarmente significativo. Celia comincia a spaziare fra generi, i cui nomi si mischiano: guaguanco diventa intercambiabile con salsa, o come la chiamano in Venezuela e Colombia, rhumba, e contiene quello che sarà uno dei suoi pezzi-simbolo, “Bemba Colorà”. Vuol dire “labbra rosse”, le sue in altre parole, ed è un tipico canto di chiamata-e-risposta nello stile africano, sul quale improvvisare ad libitum.

Nel ’66 le si affianca come partner ideale, e metà di un cielo a due stelle, Tito Puente, il riccioluto portoricano che aveva messo i suoi timbales e i suoi arrangiamenti come materia fondante di quella che sarebbe diventata la salsa, ovvero la musica latina moderna.

In pratica Puerto Rico incontra Cuba sotto il cielo di New York. Incideranno insieme otto album, una delle coppie più belle del mondo lei e Tito, uno spettacolo di vista e di spirito prima ancora di cominciare a suonare con quell’orquesta da sogno dietro. Lei che a quel punto estaba lista, 41enne matura, ad esportare nel Norte America tutto ciò che aveva da offrire, ed era proprio tanto. Fase due: trasformazione, classe, con qualche avventura sonora.

Se il successo commerciale con Tito non è arrivato subito, mai disperare: quando li vedranno insieme in quella meraviglia pa’ gozar del film “The Mambo Kings”, 1993, sarà chiaro che qualcuno qualche tempo prima si è perso qualcosa. Ma attraverso Tito, che incide per la Tico, arriva l’incontro con Johnny Pacheco, co-proprietario dell’etichetta-salsa per eccellenza, la Fania, e con il talentuoso Willie Colon che le aprono, unica donna, il tappeto rosso di entrata nel mondo della salsa newyorkeña. Fase tre: successo da superstar, tour anche nel lontano Giappone (dove c’è una comunità di salseros assatanata), in Italia tambien (una sera all’Umbria Jazz Winter a Terni ho avuto il piacere&onore a presentarla, platea ebulliente in festa e lei con vestito argento e parrucca blu).

Qui comincia la seconda compilation, etichetta Fania, che contiene molti dei brani incisi con l’orchestra di Tito Puente: “La Guarachera”, “Salsa de Tomate”, “Dile Que Por Mi No Tema”, e anche una versione (in spagnolo, ovviamente) di “Aquarius/Let The Sunshine In”. Nel 1973, esordisce su etichetta Vaya, sussidiaria della Fania, ed entra come cantante femminile nel supergruppo dell’etichetta, le Fania All Stars. Qui c’è una versione live strecciatissima di “Bemba Colorà”.

Angelique Kidjo, una delle grandi cantanti africane contemporanee, che due anni fa ha pubblicato un album con le canzoni di Celia, ricorda: «La gente diceva che Celia non era bella, che aveva grandi labbra, e allora lei le enfatizzava ancora di più. Diceva “guardate le mie labbra, posso dipingerle di qualsiasi colore. Rosso, blu. Posso tingermi i capelli di viola”. Ha creato quel personaggio per dimostrare che puoi essere un camaleonte: non essere noioso, sii sgargiante. Di questo parla “Bemba Colorà”. Rosso, blu, viola? Fatelo».

A New York Celia si trova in un ambiente nuovo, in cui le danze e i ritmi cubani stanno subendo una metamorfosi nella quale la sua voce “percussiva”, estremamente ritmica, si trova perfettamente a tuo agio:«“La salsa ha fatto qualcosa di nuovo per la musica cubana, gli strumenti elettrici la rendono più ricca. Prima, dovevi dire guaracha, rhumba, merengue, guaguanco: ora dici salsa, è tutto insieme».

L’uomo chiave della sua rinascita in profumo di salsa è Johnny Pacheco, dominicano che ha suonato a lungo le percussioni nell’orchestra di Xavier Cougat e co-fondatore della Fania. «Pacheco era un grande ammiratore della Sonora Matancera: aveva un gruppo, Pacheco Y Su Tumbao, che suonava i nostri brani. Per me era una scelta naturale». Pacheco, a sua volta, ammira il lavoro con la grande orquestra di Puente, ma pensa anche che non ci sia bisogno di così tanto suono dietro alla voce di Celia, basta quella da sola. In un album storico, “Celia and Johnny”, le crea intorno un suono di percussioni e fiati che produce due hit gigantesche: “Quimbara” e “Toro Mata”. La Kidjo è stupita dalla bravura di Celia: «Non è solo una cantante, ma una percussionista con la voce. La usa armonicamente e ritmicamente allo stesso tempo, che è pazzesco. Ascolta “Quimbara” e prova a cantarla. Finché non lo fai, non capisci quanto sia difficile: un esercizio fra la voce, il ritmo e il respiro. E fa tutto allo stesso tempo».

Sul secondo cd di “Celia Cruz -Atnhology” ci sono altre loro collaborazioni con Pacheco, da “Cucala” a un rifacimento di “Ritmo, Tambor Y Flores”, “El Guaba”, e una nuova versione con Pete “El Conde” Rodriguez di “Dicha Mia”. È quella che interpreterà nella sua più famosa presenza cinematografica, quella della madre di un santero in “The Mambo Kings”, pellicola con Armand Assante e Antonio Banderas dal libro di Oscar Hijuelos “Los Reyes del Mambo Tocan Canciones de Amor”. È la storia in rima e in sequenza di tutti i suoi incontri: la Sonora, Tito Puente, Pacheco, Colón, Pappo Lucca con la sua Sonora Ponceña e infine anche Pete El Conde:

Grazie, mio Dio, per la gioia che mi hai dato
La prima cosa che faccio quando mi sveglio
E ringraziare il Signore ogni giorno
Pregare tutti i santi e ringraziarli della mia felicità…”.

Oltre al grande conghista Ray Barretto, che suonerà in tutti i suoi album, un altra superstar della Fania con cui Celia incide diversi dischi è Willie Colón, trombonista e cantante, con cui qui riprende “Burundanga” e “Usted Abusò”, e “Berimbau”. Alex Henderson su All Music paragona la loro unione a quella che nel soul poteva essere Marvin Gaye/Tammi Terrell, o nel jazz Ella Fitzgerald/Louis Armstrong. Ma c‘è anche una canzone che sicuramente le sta molto a cuore, e che nella melodia ricorda una bella aria da canzone sanremese anni ’60: “Quando Salì de Cuba” è un pensiero lanciato sulle onde radio verso la madrepatria, chissà se arrivavano fino alla tierra prohibida:

Quando sono andata via da Cuba
Ho lasciato la mia vita, ho lasciato il mio amore
Quando sono andata via da Cuba
Ho lasciato seppellito il mio cuore”.

Chiusa l’epoca della Fania, Celia ha proseguito con l’etichetta RMM di Ralph Mercado finché con il nuovo millennio non è arrivato il mondo dei beat e dell’elettronica. Lei non ha indietreggiato di un passo (di danza): in uno degli ultimi album, “La Negra Tiene Tumbao”, 2001, la nera tiene energia, canta a 70 anni ammiccante e gongolante, è di lei che si parla, su una base tecno digitale più reggaeton che salsa. Se con la fase precedente aveva acchiappato padri e figli, qui siamo ai nipoti: miran, hay abuela Celia!.

Tutti gli anni ’90 e i primi 2000 (fino alla sua scomparsa nel 2003) sono stati quelli della Fase quattro, quella della Istituzione continentale: Grammies, onorificenze, medaglie presidenziali.

Ancora in pieno possesso della voce, della personalità e della voglia di spaziare, è andata da “Lo Homaje a Los Santos” (ritorno alle radici) ai romantici boleros, dall’omaggio a Beni Morè, uno dei più famosi crooner e innovatori cubani negli anni ’40, al classico album natalizio che non si risparmia mai a una diva.

Chiudiamo come abbiamo cominciato. In quel concerto a Kinshasa del 1974 (lo trovate sia su “Soul Power” che su “When We Were Kings”, più incentrato sul concerto il primo, sul match di pugilato il secondo), Pacheco le si avvicina e le chiede di cantare quella canzone che tutto il mondo conosce, l’archetipo della canzone cubana per eccellenza. Celia lo sa, non si fa pregare, e la sua versione è sensazionale: “Guantanamera”, la storia di una guajira, di una ragazza di campagna raccontata da “un hombre sincero / de donde crece la palma”. Guardatela come si riempie il petto e allarga le braccia, come ne scandisce le sillabe, come ondeggia, come gode del ricordo: non c’è alcun dubbio, è lei la orgogliosa reina de Cuba.

https://www.youtube.com/watch?v=W777MIR8-ko