Grande balzo indietroLa crociata di Xi Jinping contro l’inglese in Cina

Pechino vuole rafforzare la propria identità culturale respingendo in modo ottuso qualunque tipo di influenza straniera. Anche quella che aveva guidato la rinascita del gigante asiatico dalla fine del Novecento

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Quando la Cina stabilì che l’inglese sarebbe stato materia obbligatoria alla scuola primaria tutti pensarono all’inizio di una nuova apertura verso il resto del mondo. Era il 2001, nello stesso anno entrò a far parte dell’Organizzazione mondiale del commercio, non a caso. Il ministero dell’Istruzione aveva considerato che istituzionalizzare l’apprendimento di una lingua globale avrebbe guidato la strategia nazionale per «affrontare la modernizzazione, il mondo e il futuro».

Non è passato molto tempo da allora, ma quella spinta internazionale oggi sembra del tutto smarrita. «Due decenni dopo, in mezzo a un’ondata di nazionalismo, l’inglese è caduto in disgrazia», scrive l’Economist. «I passeggeri della metropolitana di Pechino, la capitale, noteranno che la lingua è stata rimossa da alcuni cartelli e mappe delle stazioni (spesso sostituiti con i pinyin, la forma di romanizzazione, cioè di trascrizione in caratteri latini, del mandarino). La provincia di Hainan ha lanciato una campagna per “ripulire e rettificare” i nomi degli asili nido eliminando una serie di parole, tra cui “mondo”, “globale”, “bilingue” e “internazionale”».

Xi Jinping è diventato segretario generale del Partito Comunista Cinese nel 2012, l’anno dopo è stato nominato presidente della Repubblica Popolare Cinese. Proprio nel 2013 ha stabilito un inasprimento dei controlli nei confronti di diplomatici, giornalisti e studenti stranieri in Cina. Un cambio di rotta indicato nel “Documento n. 9”, che avvertiva sui «pericolosi valori dell’Occidente» che vorrebbero «infiltrarsi nella sfera ideologica cinese».

Il primo decennio di Xi Jinping alla guida del Paese è stato segnato da una diffidenza prima velata, poi sempre più evidente, nei confronti dello straniero. Solo tre anni fa, il People’s Daily, portavoce ufficiale del Partito, pubblicava un’argomentazione a favore del multilinguismo: l’articolo diceva che quasi 200 milioni di studenti cinesi avevano preso lezioni di lingua straniera nel 2018, dalle scuole elementari fino alle università. La stragrande maggioranza di loro stava imparando l’inglese.

Ma gli ultimi anni hanno ribaltato lo scenario: «La pandemia ha acuito la svolta della Cina», scrive l’Economist. Il Covid ha convinto Pechino a chiudere i confini – quasi del tutto – per quasi due anni e la politica “zero Covid” è anche un segnale lanciato al mondo: la Cina può vincere qualsiasi battaglia alla sua maniera, con le sue idee e le sue forze.

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Le prime scuole missionarie in lingua inglese sono state fondate a Macao negli anni ’30 del Seicento, poco dopo i primi contatti della Cina con la lingua inglese, avvenuti tra commercianti cinesi e inglesi. Ma una lingua così diversa, così esotica e distante non sarebbe entrata davvero nel linguaggio comune in breve tempo: solamente tre secoli dopo l’inglese sarebbe diventato popolare in un territorio così vasto.

Serve un fast forward alla prima metà del Novecento per ritrovare l’insegnamento su larga scala e istituzionalizzato della lingua di Shakespeare in Cina, ancora grazie alle scuole missionarie e a tredici college cristiani sul territorio. Ma con la fondazione della Repubblica popolare cinese nel 1949 il russo è diventata la lingua straniera principale, mentre la lingua inglese è stata condannata sull’altare della Rivoluzione Culturale.

È cambiato tutto, molto rapidamente, negli anni ‘70, in particolare dopo la visita del presidente americano Richard Nixon del 1972. Nel 1978 circa 500mila persone in Cina erano abbonate alla rivista Learning English e nel 1982 il programma della Bbc “Follow Me” aveva circa 10 milioni di famiglie in Cina come telespettatori.

L’attuale Primo ministro Li Keqiang, l’ex presidente cinese Jiang Zemin e molti vertici del Partito sono cresciuti e hanno studiato in quella coda di Novecento in cui l’inglese è tornato popolare. Merito della  “politica della porta aperta” (Open door policy) decisa da Deng Xiaoping. L’apprendimento dell’inglese si è sovrapposto ed è stato identificato con le politiche di riforma e apertura della Cina, quelle che in pochi decenni hanno trasformato una nazione impoverita ed ermetica nella seconda economia più grande del mondo.

L’arrivo del terzo millennio sembrava dover spalancare le porte della Cina a un nuovo spirito internazionale e internazionalista. Ma non è andata così. L’inglese ha perso parte del suo fascino dopo la crisi finanziaria del 2008, e l’arrivo al potere di Xi Jinping ha invertito definitivamente la rotta.

«Oggi l’inglese è diventato uno dei segni di un’influenza straniera sospetta, una paura alimentata dalla propaganda nazionalista», scriveva il New York Times in un lungo articolo pubblicato lo scorso settembre.

Alcuni esperti hanno chiamato il fenomeno “inversione di marcia” o “grande balzo all’indietro”, storpiando alcune espressioni della narrazione storica cinese: un’allusione alla disastrosa campagna di industrializzazione della fine degli anni ’50, che ha provocato la peggiore carestia provocata dall’uomo nella storia umana.

Forse è la fine di un’era, frutto di una politica autoritaria e nazionalista. Il Partito Comunista sta costruendo una rete di controllo ideologico e propaganda nazionalistica che – in buona sostanza – rischia di riportare l’orologio indietro agli anni ’50 e ’60, quando il Paese era chiuso a gran parte del mondo e le campagne politiche hanno annullato la crescita economica.

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