Bye bye GiuseppiIl doppio Russiagate di Conte segna (in ritardo) la sua fine politica

Le nuove rivelazioni di Repubblica e Corriere (ma sarebbe bastato leggere quotidianamente Linkiesta degli ultimi due anni) dimostrano che l’ex presidente del Consiglio ha fatto un uso spregiudicato degli apparati, impiegati per accreditarsi presso i due principali leader reazionari del mondo

Mauro Scrobogna /LaPresse

Due storiacce, una con Donald Trump e l’altra con Vladimir Putin, i campioni della destra reazionaria mondiale: l’uno-due di Repubblica e Corriere della Sera è di quelli che in un Paese normale dovrebbero definitivamente mandare a stendere il protagonista del doppio inghippo, cioè Giuseppe Conte, all’epoca dei fatti presidente del Consiglio: è il duplice segnale che ambienti importantissimi, anche internazionali, hanno mollato l’avvocato del popolo e che nessuno crede a un suo ritorno ad alti livelli di governo.

Perché quello che balza agli occhi nei colpi dei due più importanti giornali italiani non è nemmeno il merito, anche se esiste ed è pesante, ma la tempistica e l’univocità del bersaglio, il che dimostra che il caso Conte non è chiuso, tutt’altro, e sarebbe davvero strano se per non turbare il quadro politico i partiti della maggioranza si sottraessero al dovere di incalzare l’ex presidente del Consiglio e leader del M5s a dire quel che sa, soprattutto un Pd che ormai non ha più motivo di difendere l’indifendibile ma che ieri non ha detto una parola (tranne il solito Andrea Marcucci) su un uomo politico azzoppato che oramai andrebbe abbandonato al suo destino.

Enrico Letta, così coraggioso sulla guerra di Putin, sull’alleanza con i grillini ancora vuole puntare per puro spirito di conservazione: un’intesa che non sta più in piedi, se mai lo è stata. Il “punto di riferimento fortissimo dei progressisti” è un pallido incubo lontano.

Contro “Giuseppi” non escono vicende nuove, su Linkiesta le abbiano raccontare per mesi, ma ulteriori tasselli di giochi opachi mai chiariti completamente dall’avvocato nemmeno di fronte al comitato parlamentare per i servizi di sicurezza, dove dovrà tornare di nuovo per chiarire i fatti. Si tratta nel primo caso (scoop di Repubblica) di nuovi elementi sui misteriosi colloqui che nell’estate del 2019 l’ex ministro della giustizia americano William Barr ebbe a Roma con l’allora capo dei servizi segreti Gennaro Vecchione (e non con il omologo Alfonso Bonafede come prassi avrebbe voluto) i cui contenuti non sono mai stati chiariti fino in fondo. Ma già basandosi su quello che si sa ci sono pochi dubbi sul fatto che Barr, in veste di “avvocato” di Trump, cercasse in Italia il modo per fabbricare prove ai danni del governo Renzi nell’ambito della presunta trama obamiana contro The Donald.

Un pezzo di una tela mondiale, come già un anno fa spiegò la rivista online Ytali, «che ha coinvolto l’Australia, il Regno Unito, l’Ucraina e, appunto, l’Italia. Ad Australia e Regno Unito è stata richiesta collaborazione per capire se diplomatici dei due Paesi avessero lavorato con Obama per danneggiare Trump. Con l’Ucraina è lo stesso Donald Trump a intervenire. Il presidente repubblicano chiese infatti in una famosa telefonata al presidente ucraino Zelensky non solo di aprire un’inchiesta nei confronti del principale candidato dem alle primarie Joe Biden, ma di condurre delle indagini su CrowdStrike, una società americana specializzata nelle indagini su attacchi informatici». In Italia si puntava a colpire Matteo Renzi visto come anello della catena obamiana, ma ieri lui ha detto di considerare «una follia questa ipotesi e ancora più folle mi pare chi gli ha dato credito».

È evidente che siamo ben oltre i normali rapporti fra Stati alleati di cui aveva parlato Conte al Copasir. E non è affatto chiaro – questo è il rilancio giornalistico di Repubblica – cosa abbia fatto Barr nella sua seconda visita, quella del 27 settembre, che seguiva il primo colloquio “ufficiale” con Vecchione del 15 agosto e una misteriosa cena tra i due quella sera. Conte pertanto dovrà chiarire la sua posizione anche sui nuovi dettagli emersi: che cosa successe nella visita settembrina dell’uomo di Trump?

Ma se vogliamo la seconda dirty story, sulla quale il Corriere della Sera con Fiorenza Sarzanini non molla la presa, è anche più pesante. Riguarda la nota vicenda della visita dei medici e militari russi a Bergamo nei giorni iniziali della pandemia (marzo 2020). Ebbene, il Corriere ha tirato fuori una mail dell’ambasciata russa alla Farnesina da cui emerge che i russi volevano “bonificare” le strutture pubbliche e pretendevano (ottenendolo) che l’intera missione fosse a spese dell’Italia. Dai dettagli viene il forte dubbio che altro che aiuto umanitario si trattava, ma di un’azione di vero e proprio spionaggio: questo sarebbe stato il cuore dell’intesa tra Giuseppe Conte e Vladimir Putin.

Dal doppio pasticcio prima con Trump e poi con Putin esce dunque in modo inquietante la figura di un premier per caso che a quanto pare non esitava ad adottare i metodi più spregiudicati per accreditarsi presso i due grandi leader mondiali della reazione facendosi beffe di regole e trasparenza non solo durante i fatti ma anche successivamente, omettendo la verità, tutta la verità agli organi competenti nonché al Paese.

Come ha scritto Carlo Bonini su Repubblica, «ossessionato dal suo destino, Conte ha a lungo confuso l’interesse e la sicurezza nazionale con quello della sia persona e della sua permanenza a palazzo Chigi», qualcosa di peggio dell’«annegare la politica in un pantano senza idee» di cui scrisse il filosofo Biagio de Giovanni già due anni fa. Sarà senz’altro un caso ma tutte queste vicende torbide tornano in campo con forza proprio mentre alla Farnesina siede con un peso molto superiore al passato un certo Luigi Di Maio, avversario agguerrito dell’avvocato. Mai politicamente così debole, adesso Conte sconta l’arroganza dei tempi belli del Conte uno e – meno – del Conte due. Un’epoca lontana, che non tornerà.

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