Questo è un articolo dell’ultimo numero di Linkiesta Magazine + New York Times Turning Points 2022 in edicola a Milano e Roma e ordinabile qui.
Gli Stati Uniti stanno dirigendosi verso la più grande crisi politica e costituzionale dai tempi della Guerra Civile, con una non trascurabile possibilità che nei prossimi tre o quattro anni si verifichino incidenti con episodi di violenza di massa, un collasso dell’autorità federale e la divisione del Paese in enclave rosse e blu in conflitto tra loro. I segnali di avvertimento potrebbero non essere stati tanto visibili a causa delle distrazioni offerte dalla politica, dalla pandemia, dall’economia e dalle crisi globali, nonché dal wishful thinking e dalla negazione della realtà. Ma riguardo alle seguenti cose non dovrebbe esserci dubbio.
Primo: nel 2024 il candidato Repubblicano alla presidenza sarà Donald Trump. Le speranze di chi si aspettava che la sua visibilità e la sua influenza si appannassero sono state deluse: Trump ha un mastodontico vantaggio nei sondaggi, sta accumulando enormi fondi per la campagna elettorale e al momento il ticket Democratico sembra fragile. Se non avrà problemi di salute, sarà lui a correre alle elezioni. Secondo: Trump e i suoi sostenitori Repubblicani si stanno attivamente preparando per assicurarsi la vittoria con ogni mezzo necessario.
Il principale motivo per cui Trump denuncia che vi siano stati dei brogli nelle elezioni del 2020 è la volontà di creare i presupposti per poter contestare i futuri risultati elettorali che non gli fossero favorevoli. Alcuni candidati Repubblicani hanno già iniziato a prepararsi per denunciare brogli nel 2022 – nel 2021, peraltro, ha già tentato timidamente di farlo Larry Elder in California in occasione della recall election. Nel frattempo, gli sforzi un po’ dilettanteschi del 2020 per “fermare il furto” (come diceva lo slogan di una teoria complottista, ndr) sono stati sostituiti da una campagna organizzata a livello nazionale per garantire a Trump e ai suoi sostenitori quel controllo sui funzionari elettorali statali e locali che gli era mancato nel 2020.
I recalcitranti funzionari pubblici Repubblicani, che di fatto hanno salvato l’America dalla catastrofe rifiutandosi di dichiarare il falso sui brogli o di “trovare” più voti per Trump, vengono sistematicamente rimossi o cacciati dal loro incarico. I Parlamenti statali a maggioranza Repubblicana si stanno auto-conferendo più poteri nel controllo dei procedimenti di certificazione dei risultati elettorali.
A partire dalla scorsa primavera, in almeno sedici Stati, i Repubblicani hanno proposto o approvato norme per dare ai Parlamenti locali alcuni poteri relativi al controllo delle procedure elettorali che erano in precedenza di competenza del governatore, del segretario di Stato o di altri funzionari del ramo esecutivo. In Arizona c’è un disegno di legge che prevede che il Parlamento con un semplice voto di maggioranza possa «revocare l’emissione o la certificazione da parte del segretario di Stato della dichiarazione sui risultati elettorali fatta da un grande elettore delle Presidenziali». E alcuni Parlamenti statali cercano di introdurre sanzioni penali per i funzionari locali che vengano accusati di commettere “infrazioni tecniche”, una definizione che include l’intralcio dell’attività dei rappresentanti di lista che osservano lo svolgersi del voto.
E così il palcoscenico è pronto perché possa entrare in scena il caos. Provate a immaginarvi settimane di proteste di massa contrapposte che si svolgono in molteplici Stati, mentre i deputati di entrambi i partiti rivendicano la vittoria e accusano gli avversari di aver compiuto azioni incostituzionali per assicurarsi il potere. E con i sostenitori di tutti e due gli schieramenti che probabilmente sarebbero meglio armati e più desiderosi di fare danni di quanto non lo fossero nel 2020.
I governatori richiederebbero l’intervento della Guardia nazionale? Il presidente Joe Biden nazionalizzerebbe la Guardia per porla sotto il proprio controllo, invocherebbe l’Insurrection Act e manderebbe le truppe in Pennsylvania o in Texas o in Wisconsin per domare le violente proteste? L’intervento del potere federale nei singoli Stati verrebbe denunciato come tirannia. E Biden si troverebbe, come già si sono trovati altri presidenti […], a navigare a vista, senza regole o precedenti, e a dover giudicare da sé quali siano i poteri costituzionali in suo possesso e quali invece no.
Fra tre anni, se il sistema politico americano sarà entrato in una crisi a cui neppure la Costituzione potrà offrire una soluzione, le attuali dispute intorno all’ostruzionismo sembreranno una stramberia d’altri tempi. La gran parte degli americani – e tutti i politici, tranne pochissimi – si sono rifiutati di prendere questa possibilità abbastanza sul serio da fare qualcosa per tentare di prevenire questo scenario.
Come avviene molto spesso anche in altri Paesi dove si fanno strada dei leader fascisti, quelli che vorrebbero opporsi sono paralizzati e confusi e sorpresi di fronte a questo autoritarismo carismatico. E seguono un modello standard di riconciliazione che inizia sempre da una sottovalutazione. Gli establishment politici e intellettuali di entrambi i partiti hanno sottovalutato Trump sin da quando è entrato in scena nel 2015.
Hanno sottovalutato le dimensioni della sua popolarità e quanto sia forte la presa che ha sui suoi seguaci. Hanno sottovalutato la sua capacità di assumere il controllo del Partito repubblicano. E poi hanno sottovalutato la sua volontà di mantenere il potere e non hanno capito fino a dove fosse disposto ad arrivare per farlo.
Il fatto che Trump non sia riuscito a ribaltare il risultato delle elezioni del 2020 ha rassicurato molti sulla solidità del sistema americano, anche se le cose avrebbero potuto facilmente andare in modo opposto se solo Biden non avesse avuto un robusto vantaggio in tutti e quattro gli Stati in cui il risultato era più incerto e se solo Trump fosse stato più abile e fosse riuscito ad avere un maggiore controllo su quelli che – nella sua Amministrazione, nel Congresso e negli Stati – dovevano prendere delle decisioni.
All’inizio del 2021 Trump è già stato prossimo a condurre a termine un colpo di Stato. Lo hanno impedito soltanto il grande coraggio e la notevole integrità di un gruppetto di funzionari statali e la riluttanza di due procuratori generali e di un vicepresidente a piegarsi a ordini che hanno giudicato inappropriati. I checks and balances che i Padri costituenti avevano in mente mentre scrivevano la Carta non erano certo questi, eppure Trump ha mostrato l’inadeguatezza di quelle salvaguardie. I Fondatori non avevo previsto il fenomeno Trump, e in parte questo è avvenuto perché non avevano previsto nemmeno i partiti nazionali. Avevano preso in considerazione il rischio che ci fosse qualche demagogo, ma non un culto della personalità su base nazionale. Si erano basati sul presupposto che la grande estensione della nuova Repubblica e le storiche divisioni tra i tredici Stati fieramente indipendenti avrebbero posto ostacoli insuperabili a movimenti nazionali basati sull’appartenenza a un partito o su una personalità.
Qualche «gretto» demagogo avrebbe potuto creare trambusto nel proprio Stato, dove era conosciuto e poteva esercitare la sua influenza, ma non nell’intera nazione, con le sue diverse popolazioni e i suoi interessi divergenti. Quei check and balances istituiti dai Fondatori, quindi, si basavano sulla separazione dei tre rami del governo, ognuno dei quali – così essi pensavano – avrebbe difeso con zelo il proprio potere e le proprie prerogative.
I Fondatori non crearono invece sistemi di protezione contro l’eventualità che la solidarietà interna a un partito di dimensioni nazionali potesse travalicare i confini fra gli Stati, per la semplice ragione che non credevano che questo potesse accadere. E non avevano neanche previsto che dei membri del Congresso, e forse anche dei membri del ramo giudiziario, avrebbero potuto rifiutarsi di esercitare un ruolo di controllo su un presidente appartenente al loro stesso partito. Negli ultimi decenni, tuttavia, la lealtà verso il proprio partito ha superato la lealtà verso il ramo del potere a cui si appartiene, e questo fenomeno ha avuto il suo picco nell’era di Trump.
Come hanno dimostrato le due procedure di impeachment contro di lui, se i membri del Congresso sono disposti a difendere o a ignorare le azioni del presidente semplicemente perché questi è il leader del loro partito, allora una sua condanna e una sua rimozione dalla carica diventano quasi impossibili. I Fondatori non hanno lasciato nessun altro strumento di controllo contro un’usurpazione del potere di questo tipo da parte dell’esecutivo – tranne la virtù repubblicana (con la “r” minuscola). Né i detrattori di Trump né i suoi sostenitori hanno capito quanto la sua figura sia un unicum nella storia americana. Dal momento che i suoi seguaci condividono opinioni sostanzialmente conservatrici, molti vedono Trump come la semplice continuazione, e forse persino come il culmine logico, della rivoluzione reaganiana.
E questo è un errore: anche se la maggior parte di loro era Repubblicana o lo è diventata, i sostenitori di Trump hanno un pacchetto di convinzioni che non erano necessariamente condivise da tutti i Repubblicani. Alcuni sostenitori di Trump sono ex Democratici e indipendenti. Infatti, le passioni che animano il movimento trumpiano sono antiche quanto la Repubblica e in un momento o nell’altro della storia hanno già trovato dimora in entrambi i partiti.
Il sospetto e l’ostilità verso il governo federale; l’odio razziale e la paura; il timore che una società moderna e secolarizzata mini la religione e la morale tradizionale; la preoccupazione economica in un’epoca che vede rapidi cambiamenti tecnologici; le tensioni di classe, con sottile condiscendenza da una parte e risentimento dall’altra; la sfiducia verso il resto del mondo, e in particolare verso l’Europa, e verso l’influenza subdola che essa può avere nel sovvertimento della libertà americana – queste opinioni e questi atteggiamenti hanno fatto parte del tessuto della politica statunitense fin dai tempi degli antifederalisti, della Ribellione del whiskey e di Thomas Jefferson.
Il Partito Democratico è stato la casa dei suprematisti bianchi finché questi non si sono spostati con George Wallace nel 1968 e, in seguito, con i Repubblicani. I liberal, e i Democratici in particolare, dovrebbero fare una distinzione tra la loro battaglia di lungo corso contro le politiche dei Repubblicani e la sfida portata da Trump e dai suoi seguaci.
La prima può essere combattuta attraverso i meccanismi del sistema costituzionale. L’altra è invece un assalto alla Costituzione stessa. Ciò che rende storicamente unico il movimento trumpiano non sono le sue passioni e le sue paranoie, ma è il fatto che per milioni di americani Trump stesso sia la risposta alla loro paura e ai loro rancori. Nella storia dei movimenti politici statunitensi non si era mai visto un così forte legame tra il leader e i suoi seguaci.
Anche se i Fondatori temevano l’ascesa di un re o di un cesare, per due secoli gli americani si sono dimostrati relativamente immuni a sviluppare incrollabili adorazioni per un qualche eroe politico. I personaggi che avrebbero potuto trasformarsi in un uomo forte – Theodore Roosevelt, Ulysses Grant e persino George Washington – non erano considerati infallibili. E la stessa cosa è accaduta anche nel caso dei grandi leader populisti. William Jennings Bryan, un secolo fa, era venerato perché proponeva certe idee e certe politiche, ma non godette mai di una fedeltà incondizionata da parte dei suoi seguaci.
Perfino Reagan fu criticato dai conservatori per aver svenduto i loro princìpi, per le politiche di spesa in deficit, per la sua posizione equivoca sull’aborto, per essere stato “morbido” nei confronti dell’Unione Sovietica. Trump è diverso, e questa è una delle ragioni per cui il sistema politico ha fatto fatica a capirlo e fa ancora più fatica a contenerlo. La visione del mondo dei liberal americani tende a cercare spiegazioni materiali ed economiche per tutto. Ma, anche se senz’altro un buon numero di sostenitori di Trump ha qualche buon motivo per lamentarsi delle proprie condizioni di vita, il loro legame con lui ha poco a che fare con l’economia o con altre preoccupazioni materiali. I suoi sostenitori credono che il governo e la società degli Stati Uniti siano stati sequestrati dai socialisti, dalle minoranze e dai devianti sessuali.
Ritengono che l’establishment del Partito Repubblicano sia corrotto e debole – e che quelli che ne fanno parte siano dei «perdenti», per usare un termine di Trump, e siano incapaci di contrastare l’imperante egemonia liberal. I suoi seguaci vedono Trump come un tipo forte e ribelle, uno che ha la volontà di sfidare l’establishment, i Democratici, i sedicenti Repubblicani che vengono soprannominati Rino, (Republicans in name only), i media liberal, gli antifa, la cosiddetta Squad (composta da Alexandria Ocasio-Cortez e da altri deputati Democratici di idee radicali, ndr), le Big Tech e i “Mitch McConnell Republicans” (che si riconoscono nel moderato leader della minoranza al Senato, ndr).
La sua leadership carismatica ha dato a milioni di americani la sensazione di avere uno scopo e di poter riacquistare importanza e un nuovo senso di identità. E se chi è critico nei confronti di Trump lo considera troppo narcisista per poter essere un qualsiasi tipo di leader, i suoi sostenitori ammirano il suo impudente egoismo militante. A differenza dei Repubblicani che appartengono all’establishment, Trump parla senza nessun imbarazzo per conto di un segmento di americani insoddisfatti, non esclusivamente bianchi, che sentono di aver accelerato troppo a lungo la loro situazione. E non c’è nient’altro che lui debba fare.
C’è stato un tempo in cui gli analisti politici si domandavano che cosa sarebbe accaduto quando Trump non avesse “dato” ai suoi elettori quello che si aspettavano da lui. Ma la cosa più importante che Trump dà loro è se stesso. Il suo egocentrismo fa parte del suo fascino. Nel vittimismo di Trump quando si lamenta dei media e delle élite, i suoi seguaci vedono se stessi. E questo è il motivo per cui tutti gli attacchi a Trump da parte delle élite non fanno altro che rendere più solido il suo legame con i suoi sostenitori.
E questo è il motivo per cui milioni di supporter di Trump sono stati disposti persino a rischiare la vita per dimostrare la loro solidarietà: quando gli avversari di Trump hanno parlato della sua pessima gestione della pandemia nel tentativo di screditarlo, la risposta da parte dei suoi seguaci è stata il rifiuto della pandemia. Un sostenitore di Trump non è andato all’ospedale benché avesse sviluppato i sintomi del Covid-19 perché non voleva contribuire alla campagna dei liberal contro Trump […]. Dal momento che riguarda molto più lo stesso Trump che le proposte politiche, il movimento che lo sostiene ha indebolito il ruolo tradizionale dei partiti politici americani, che è quello di assorbire nel mainstream i nuovi movimenti politici e ideologici.
Bryan non è mai diventato presidente, ma alcune delle sue politiche populiste sono state adottate da entrambi i partiti principali. I sostenitori del senatore Bernie Sanders forse non volevano Biden come presidente, ma avendo perso la battaglia per la nomination possono darsi da fare perché Biden realizzi la loro agenda. La democrazia liberale richiede che accettiamo le sconfitte elettorali e che siamo disponibili a consentire che delle persone con le quali non siamo d’accordo esercitino temporaneamente il potere. E, come ha osservato lo storico Richard Hofstadter, richiede anche che la gente «sopporti l’errore nell’interesse della pace sociale».
Una parte di questa disponibilità deriva dalla convinzione che il sistema democratico permetta di agire anche dall’opposizione, per correggere errori ed eccessi del partito al governo. I movimenti basati sulle idee e sulle proposte politiche possono cambiare rapidamente il punto di riferimento verso cui gli elettori sono leali.
Oggi il portabandiera della sinistra progressista può essere Sanders, ma domani potrebbe essere la senatrice Elizabeth Warren o la deputata Alexandria Ocasio-Cortez, o qualcun altro ancora. In un movimento costruito intorno al culto della personalità, invece, questi spostamenti non sono possibili. Per i sostenitori di Trump, l’“errore” consiste nel fatto che al loro leader è stata negata la rielezione per gli imbrogli del regime Democratico, che, come lo stesso Trump ha detto loro, è oppressivo e comunista.
Di solito la sconfitta di un presidente uscente conduce a una battaglia per la conquista della leadership del suo partito, ma finora nessun Repubblicano è stato capace di lanciare una sfida a Trump e alla sua presa sugli elettori. Non lo hanno fatto né il senatore Josh Hawley né il senatore Tom Cotton né l’anchorman di Fox News Tucker Carlson né il governatore della Florida Ron DeSantis. C’è ancora soltanto Trump.
E il fatto che lui non sia più in carica significa che gli Stati Uniti sono «un territorio controllato da tribù nemiche», ha scritto un intellettuale conservatore. Il governo, come ha detto un sostenitore di Trump, «è monopolizzato da un regime che ritiene che gli elettori di Trump non siano degni di essere rappresentati e che ricorrerà a ogni mezzo per impedire loro di ottenerla».
Se è così, teorizza l’intellettuale, quale altra scelta possono avere costoro oltre a quella di vedere il governo come un nemico e di «unirsi e di armarsi per prendersi cura di loro stessi come meglio credono»? Forse il movimento trumpiano non è stato insurrezionale fin dall’inizio, ma lo è diventato dopo che il suo leader ha sostenuto che la rielezione gli era stata scippata.
Per i sostenitori di Trump, gli eventi del 6 gennaio non sono stati una débâcle imbarazzante ma uno sforzo patriottico per salvare la nazione, anche con azioni violente se necessario. Come ha detto una donna del Michigan di 56 anni: «Non eravamo lì per rubare delle cose. Non eravamo lì per fare danni. Eravamo lì soltanto per rovesciare il governo». La banale normalità della grande maggioranza dei sostenitori di Trump, inclusi quelli che il 6 gennaio hanno marciato sul Campidoglio, ha confuso molti osservatori.
Benché in quell’attacco abbiano avuto un ruolo anche delle milizie private e dei gruppi di suprematisti bianchi, il 90 per cento di quelli che sono stati arrestati o inquisiti non ha legami con quei gruppi. Per la maggior parte si tratta di gente di mezza età appartenente alla classe media. Il 40 per cento di loro erano imprenditori o impiegati. E per lo più non provenivano da contee rosse (a forte maggioranza Repubblicana, ndr) ma da contee viola (in cui il numero di elettori dei due partiti tende a equivalersi, ndr).
I sostenitori di Trump sono per la maggior parte dei buoni genitori, dei buoni vicini e dei solidi membri delle loro comunità. Il loro fanatismo è per lo più un tipico fanatismo da bianchi americani, magari con un’ulteriore aggiunta di rabbia e un modo di esprimersi meno controllato da quando Trump ha fatto il suo ingresso sulla scena. Ma sono persone normali, nel senso che pensano e agiscono come molte persone hanno fatto per secoli. Hanno fiducia nella famiglia, nella tribù, nella religione e nella razza. Benché siano zelanti nella difesa dei propri diritti e della loro libertà, sono meno preoccupati dei diritti e della libertà di quelli che non sono come loro.
E neppure questo è un aspetto insolito. Quello che è innaturale, semmai, è attribuire ai diritti degli altri, che sono diversi da te, lo stesso valore che dai ai tuoi diritti. Si dà il caso, tuttavia, che l’esperimento americano di democrazia repubblicana richieda proprio questo, che è ciò che i Fondatori intendevano con “virtù repubblicana”. E cioè l’amore non soltanto per la propria libertà ma anche per la libertà come bene astratto e universale, l’amore per l’autogoverno come ideale, l’impegno a rispettare le leggi approvate attraverso legittimi procedimenti democratici, la sana e vigilante paura per ogni tipo di tirannia.
Persino James Madison, che pure aveva impostato la Costituzione basandosi sul presupposto secondo cui le persone avrebbero sempre perseguito i propri interessi egoistici, sostenne che sarebbe stato «illusorio» credere che una qualsiasi forma di governo potesse «garantire la libertà e la felicità se nel popolo non ci fosse stata della virtù». Al Gore e i suoi sostenitori mostrarono virtù repubblicana quando, nel 2000, accettarono il parere della Corte Suprema, nonostante la natura partigiana della decisione dei giudici (se poi anche la Corte abbia mostrato virtù repubblicana è un’altra questione).
D’altra parte, gli eventi del 6 gennaio hanno dimostrato come Trump e i suoi più irriducibili sostenitori siano pronti a sfidare le norme costituzionali e democratiche, proprio come lo hanno fatto in passato i movimenti rivoluzionari. E, anche se può essere sconvolgente apprendere che americani normali e perbene possano essere favorevoli a un assalto violento al Campidoglio, questo dimostra che gli americani come popolo non sono così eccezionali come i principi fondativi e le istituzioni del loro Paese.
Gli europei che negli anni Venti e Trenta si unirono ai movimenti fascisti provenivano anch’essi dalla classe media. E senza dubbio anche molti di loro erano buoni genitori e buoni vicini di casa. Quando prendono parte a un movimento di massa, e soprattutto se si sono convinte che ci sia qualcun altro che vuole distruggere il loro modo di vivere, le persone fanno cose che individualmente non farebbero mai.
Sarebbe stupido immaginare che la violenza del 6 gennaio sia stata un’aberrazione che non può ripetersi. Dal momento che i sostenitori di Trump considerano quello che è successo come una difesa patriottica della nazione, ci sono tutti motivi per cui possiamo aspettarci altri episodi simili.
Trump è tornato all’esplosiva retorica di quel giorno, e ha sostenuto con insistenza di aver ottenuto una «vittoria schiacciante», che il «Partito Democratico che appartiene alla sinistra radicale comunista» gli ha rubato la presidenza nelle «elezioni più corrotte, disoneste e ingiuste della storia del nostro Paese» e che quindi gliela devono restituire. E ha preso di mira anche quei Repubblicani che hanno votato per il suo impeachment – o che lo hanno criticato per il suo ruolo nella rivolta.
Sono già state registrate minacce che hanno a che fare con attacchi esplosivi ai seggi elettorali, con il rapimento di funzionari pubblici e con l’assalto ai Parlamenti degli Stati. All’inizio del 2021 la moglie del più importante funzionario elettorale della Georgia ha ricevuto questo messaggio: «Tu e la tua famiglia sarete uccisi molto lentamente». E non si può supporre che le milizie della destra estrema come i Three Percenters e gli Oath Keepers interpreteranno di nuovo un ruolo subordinato quando avverrà la prossima rivolta.
I veterani che hanno assaltato il Campidoglio hanno detto agli agenti di polizia che loro avevano già combattuto in passato per il loro Paese e che stavano ancora combattendo. Guardando verso il 2022 e il 2024, Trump insiste sul fatto che «non c’è possibilità che loro vincano le elezioni senza barare. Non c’è possibilità». Quindi, se arriverà un altro risultato che mostra una vittoria Democratica, i sostenitori di Trump sapranno che cosa fare.
Proprio come «generazioni di patrioti» hanno dato «il loro sudore, il loro sangue e perfino le loro stesse vite» per costruire l’America, dice loro Trump, così oggi «noi non abbiamo scelta. Dobbiamo combattere» per ristabilire «il nostro diritto di nascita americano». E in tutto questo dove sta il Partito Repubblicano? Il partito ha fatto nascere e ha allevato questo movimento ed è pienamente responsabile di aver creato le condizioni per cui Trump ha poi potuto conquistare la lealtà del 90 per cento degli elettori Repubblicani.
I leader repubblicani erano strafelici di cavalcare il successo di Trump perché questo significava essere ricompensati con la nomina di centinaia di giudici conservatori, compresi tre giudici della Corte suprema, con tagli alle tasse, con maggiori restrizioni per l’immigrazione e con una grande riduzione delle regolamentazioni relative alle imprese. Eppure, il trionfo di Trump aveva anche elementi propri di una conquista ostile.
La passione di chi faceva parte di questo movimento era verso Trump e non verso il partito. Gli elettori delle primarie del Grand Old Party hanno scelto Trump e non altri candidati (Jeb Bush, Marco Rubio) che rappresentavano le varie sfumature dell’establishment repubblicano e, dopo l’elezione di Trump, hanno continuato a considerare i Repubblicani dell’establishment come dei nemici.
Eroi di lungo corso del partito, come Paul Ryan, sono stati confinati nell’oblio perché hanno denigrato Trump. E anche alcuni suoi accesi sostenitori, come Jeff Sessions, alla fine, quando non hanno fatto quello che Trump aveva chiesto loro, sono stati collocati tra i cattivi. Quelli che sono sopravvissuti hanno dovuto compiere difficili acrobazie, utilizzando il fascino di Trump per realizzare l’agenda dei Repubblicani e cercando contemporaneamente di tenere sotto controllo i suoi eccessi, perché temevano che alla fine questi comportamenti avrebbero potuto minacciare gli interessi del partito.
Questo piano nel 2017 sembrava plausibile. A differenza di altri leader ribelli, Trump non ha trascorso del tempo in una landa selvaggia della politica costruendo un partito e circondandosi di fedelissimi, ma ha dovuto scegliere all’interno di un gruppo già esistente di funzionari Repubblicani, ciascuno dei quali mostrava un differente grado di disponibilità a eseguire i suoi ordini.
L’establishment del Grand Old Party sperava che la presenza di “adulti” avrebbe frenato Trump, proteggendo dai suoi peggiori istinti la loro agenda tradizionale e quelli che, dal loro punto di vista, sono gli interessi del Paese. Questo è stato un calcolo sbagliato. La presa di Trump sui suoi sostenitori non ha lasciato spazio nel partito per un centro di potere alternativo a lui. Uno dopo l’altro, gli “adulti” si sono dimessi o sono stati cacciati. Le opinioni dissenzienti che esistono in ogni partito – e che ad esempio erano rappresentate dai Repubblicani moderati del Nord-est ai tempi di Reagan e sono oggi rappresentate dai progressisti all’interno del Partito Democratico – sono invece scomparse dal Partito Repubblicano di Trump.
L’unico vero tema era la figura stessa di Trump, e su questo non ci poteva essere dissenso. Quelli che disapprovavano Trump potevano soltanto tacere. Oppure andarsene. La presa del potere da parte di Trump si è spinta oltre il livello della leadership politica. I partiti politici moderni sono un ecosistema formato da gruppi di interesse, lobby, persone in cerca di lavoro, finanziatori e intellettuali. Tutti hanno un loro interesse nella capacità di un partito di vincere le elezioni e le fortune di tutti, alla fine, dipendono dall’essere grosso modo allineati alle posizioni, quali che siano, che il partito sostiene in un dato momento.
E così tutti hanno dovuto fare la pace con Trump. La stampa conservatrice, che una volta si opponeva a lui ritenendolo inadatto al ruolo di presidente, ha dovuto invertire la rotta se non voleva perdere lettori e finanziamenti. Gli opinionisti hanno dovuto allinearsi alle richieste del loro pubblico pro Trump – e sono stati generosamente ricompensati quando l’hanno fatto. E si sono allineati anche i finanziatori che alle primarie si erano opposti a Trump, anche soltanto per poter conservare una qualche influenza sui temi che stavano loro a cuore. E i gruppi di interesse il cui ruolo, in precedenza, era stato quello di non far allontanare i Repubblicani da determinati principi – e che quindi erano spesso entrati in conflitto con la leadership del partito – o sono diventati sostenitori di Trump o hanno perso la loro influenza.
Non è stata quindi una cosa sorprendente che chi ricopriva cariche elettive abbia avuto paura di affrontare il movimento trumpiano e che i Repubblicani in cerca di un lavoro abbiano taciuto le loro opinioni o si siano scusati – come in una specie di processo-farsa – per aver mosso in passato delle critiche a Trump. L’ambizione è un potente antidoto contro le remore morali. Più rivelatore è stato invece il comportamento degli anziani statisti Repubblicani, ex segretari di Stato ottantenni o novantenni che non avevano l’ambizione di ottenere posti in vista e non avevano apparentemente nulla da perdere nel caso in cui avessero parlato liberamente.
Nonostante la loro ben nota avversione per tutto quello che Trump rappresentava, questi vecchi leoni si sono rifiutati di criticarlo. Non hanno voluto prendere posizione contro quel Partito Repubblicano al quale avevano dedicato la loro vita professionale, benché fosse guidato da qualcuno che detestavano. Inoltre, a questi big Repubblicani, quale che fosse il loro giudizio su Trump, Hillary Clinton, Barack Obama e i Democratici piacevano comunque ancora meno. E anche questa cosa non è così insolita. I conservatori tedeschi si adattarono in gran parte ad Adolf Hitler perché la loro opposizione ai socialisti era più forte della loro opposizione ai nazisti, che, dopo tutto, condividevano molti dei loro pregiudizi fondamentali.
Da parte loro, gli intellettuali conservatori, anche quelli che avevano passato anni ad affermare che Woodrow Wilson fosse un tiranno perché aveva creato la Federal Reserve e aveva sostenuto le leggi sul lavoro minorile, sembravano non avere alcuna preoccupazione rispetto all’eventualità che Trump fosse un aspirante despota. Anzi, non soltanto si sono posti a difesa di Trump, ma hanno anche elaborato teorie politiche per giustificare il suo governo colmando gli ampi buchi nella sua inesistente ideologia con un appello al “nazionalismo conservatore” e al populismo conservatore.
Forse il conservatorismo non è mai stato a suo agio con l’esperimento americano della democrazia liberale, ma certamente, da quando Trump ha preso il controllo del loro partito, molti conservatori hanno rivelato una vera ostilità nei confronti di alcune convinzioni che sono centrali per l’America. Tutto ciò ha lasciato poche voci dissenzienti all’interno dell’ecosistema del Partito Repubblicano, che oggi è un partito zombie. I suoi leader fanno le viste di perseguire alcuni tradizionali obiettivi Repubblicani e si battono contro la spesa per le infrastrutture e per la politica estera, anche se il vero potere nel partito è passato nelle mani di Trump.
Se nei quattro anni in cui è stato in carica il partito ha avuto con lui una collaborazione scomoda e a volte conflittuale, ora il principale, se non unico, ruolo del Gop è quello di volenteroso complice degli sforzi di Trump di manipolare il sistema elettorale per assicurarsi il ritorno al potere. Ora che ha il partito saldamente in pugno, Trump sta combattendo l’Amministrazione Biden su fronti diversi. Uno è la normale e legittima competizione politica, in cui i Repubblicani criticano le politiche di Biden, alimentano e combattono le battaglie culturali e, in generale, si comportano come una tipica opposizione agguerrita.
L’altro fronte è invece fuori dai limiti della competizione costituzionale e democratica e sconfina nel regno degli sforzi illegali o extralegali per danneggiare il processo elettorale. Questi due fronti sono strettamente intrecciati, perché il Partito Repubblicano ha usato il suo potere istituzionale nella sfera politica per proteggere Trump e i suoi seguaci dalle conseguenze delle loro attività illegali ed extralegali che hanno condotto al 6 gennaio. Così, i deputati Kevin McCarthy ed Elise Stefanik, nel loro ruolo di leader del partito al Congresso, sono intervenuti nella sfera della politica legittima a favore del movimento trumpiano, mentre altri Repubblicani in posizioni di minore importanza fanno il tifo per gli autori del 6 gennaio, trasformandoli in martiri ed eroi, e incoraggiando così futuri atti illegali.
Questo movimento a tenaglia offre diversi vantaggi. I politici e gli aspiranti politici Repubblicani possono interpretare il ruolo della opposizione legittima. Possono riscoprire la loro politica estera internazionalista da falchi (sospesa durante gli anni di Trump) e le loro tradizionali posizioni economiche (anch’esse sospese durante gli anni di Trump). Possono andare nei programmi televisivi della domenica e criticare l’Amministrazione Biden su argomenti come l’Afghanistan. Possono far finta che Trump non faccia più parte dell’equazione. Biden, dopotutto, è il presidente e la sua Amministrazione non è esattamente esente da difetti.
Eppure, per quanto le critiche dei Repubblicani a Biden possano essere legittime, in tutto questo c’è un’insincerità di fondo. Si tratta soltanto di uno stratagemma. I Repubblicani si concentrano su argomenti come la Cina o la cosiddetta “teoria critica della razza” ed evitano qualsiasi menzione di Trump, ma intanto il partito sta lavorando per manipolare le prossime elezioni a suo favore. La mano sinistra afferma di non sapere nulla di ciò che sta facendo la mano destra. Persino gli oppositori di Trump stanno al gioco. Alcuni Repubblicani, come il senatore Mitt Romney e il senatore Ben Sasse, hanno condannato gli eventi del 6 gennaio, hanno criticato Trump e hanno persino votato a favore del suo impeachment, ma per altri aspetti continuano a comportarsi come buoni Repubblicani e conservatori.
Su temi come l’ostruzionismo, Romney e altri chiedono di preservare l’«ordine regolare» e di condurre gli affari politici e legislativi come al solito, anche se sanno che i luogotenenti di Trump nel loro stesso partito stanno lavorando per sovvertire le prossime elezioni presidenziali. Il risultato è che anche questi Repubblicani anti Trump stanno contribuendo all’insurrezione. Di solito, i movimenti rivoluzionari operano al di fuori delle strutture di potere di una società. Il movimento trumpiano gode invece di un’influenza senza precedenti all’interno di queste strutture. Ha il dominio sulla copertura informativa di diversi network via cavo, su numerose riviste conservatrici, su centinaia di stazioni radiofoniche e su piattaforme online di ogni tipo. Ha accesso ai finanziamenti da parte di persone ricche e al pool di donatori del Comitato Nazionale Repubblicano. Inoltre, e non è la cosa meno importante, controlla uno dei due partiti nazionali del Paese.
Tutte queste considerazioni offrono un motivo sufficiente perché possiamo aspettarci nuovi tentativi: infatti, quale movimento non approfitterebbe di circostanze così favorevoli per giocarsi la partita per il potere? Oggi siamo in un momento di speranza e di illusione. Le stesse persone che dicevano che Trump non avrebbe cercato di sovvertire il risultato delle ultime elezioni ora dicono che non c’è nulla di cui dobbiamo preoccuparci in vista delle prossime. I Re- pubblicani hanno fatto questo gioco per cinque anni, prima ridicolizzando i timori sulle vere intenzioni di Trump o sulla probabilità che si realizzassero, e poi tacendo, o peggio, quando quello che sostenevano che fosse improbabile è invece avvenuto.
In questo periodo, persino i media ostili a Trump cercano di continuo segnali che indichino che la sua influenza si sta appannando e che quindi non sarà forse necessario prendere misure drastiche. Fra una decina di mesi il mondo apparirà molto diverso se, come pare probabile, il Partito zombie dei Repubblicani otterrà il controllo della Camera. Allora, con il vento politico che soffia chiaramente a suo favore, è quasi certo che Trump annuncerà la sua candidatura e a quel punto i blocchi dei social media saranno probabilmente rimossi, dal momento che Facebook e Twitter avrebbero difficoltà a giustificare una censura della sua campagna elettorale.
Di nuovo provvisto del suo megafono, Trump tornerebbe un’altra volta a dominare il panorama informativo, visto che i media, anche soltanto per ragioni finanziarie, si dimostrano incapaci di resistere alla tentazione di parlare di lui 24 ore su 24. Ma questa volta Trump avrebbe anche dei vantaggi che non aveva nel 2016 e nel 2020. Ad esempio: un maggior numero di funzionari a lui fedeli nelle strutture governative degli Stati e a livello locale; il controllo dei Repubblicani al Congresso; l’appoggio dei finanziatori del Gop, dei think tank e dei giornali d’opinione. E poi avrà il suo movimento, di cui fanno parte molte persone che sono armate e che sono pronte a entrare un’altra volta in azione. E chi lo fermerà allora?
Se continuerà a seguire la sua attuale traiettoria, il Partito Repubblicano del 2024 finirà di far sembrare che il Partito Repubblicano del 2020 sia stato efficacissimo nel tentativo di opporsi agli eccessi di Trump. Quelli che criticano Biden e i Democratici perché non hanno fatto abbastanza per prevenire questo disastro sono ingiusti. Non c’è molto che i Democratici possano fare senza la cooperazione Repubblicana, specialmente se nel 2022 perderanno il controllo di uno dei due rami del Parlamento.
È ormai diventato di moda escludere qualsiasi possibilità che un piccolo gruppo di Repubblicani possa ribellarsi per salvare la situazione. Questa capitolazione preventiva ha certamente giovato a quei Repubblicani che altrimenti potrebbero essere chiamati a rendere conto della loro codardia. E che sollievo per loro che tutti abbiano invece deciso di concentrare il fuoco sul senatore democratico Joe Manchin (che dissente su temi importanti dal suo partito, ndr). E invece è soprattutto su questi Repubblicani che poggia il destino della Repubblica. Sette senatori Repubblicani hanno votato per condannare Trump con l’accusa di aver incitato all’insurrezione e per aver tentato di sovvertire il risultato di un’elezione libera e regolare: Richard Burr, Bill Cassidy, Susan Collins, Lisa Murkowski, Mick Romney, Ben Sasse e Patrick J. Toomey. È stato un voto coraggioso e un’esibizione di virtù repubblicana, specialmente per i cinque che non si ritireranno nel 2022.
Tutti hanno dovuto affrontare delle reazioni rabbiose – Romney è stato fischiato e chiamato “traditore” alla convention repubblicana dello Utah, mentre Burr e Cassidy sono stati censurati all’unanimità dalla sezione locale del partito nei loro rispettivi Stati. Tuttavia, per quante lodi si meritino per aver preso quella posizione, si è trattato di un atto quasi esclusivamente simbolico. E quando si è posta invece la questione di compiere qualche azione concreta per prevenire una débâcle nel 2024, ecco che si sono tirati indietro. In particolare, questi Repubblicani si sono rifiutati di collaborare con i Democratici nell’approvazione di leggi per limitare la possibilità che i vari Parlamenti statali rovescino il risultato di future elezioni, di leggi per garantire che il governo federale continui ad avere un po’ di voce in capitolo quando gli Stati cercano di limitare il diritto di voto e di leggi per fornire una protezione federale agli operatori elettorali statali e locali che affrontano minacce.
E, più in generale, si sono rifiutati di collaborare con i Democratici per rendere chiaro all’intera nazione che una maggioranza bipartisan al Senato si oppone al sovvertimento della volontà popolare. Perché? Non può essere che lo facciano perché pensano di avere un futuro in un partito dominato da Trump. Anche se riuscissero a farsi rieleggere, con che tipo di governo dovrebbero svolgere il loro lavoro? E non possono neanche nutrire alcuna illusione riguardo a che cosa significherebbe un secondo mandato di Trump. Il disprezzo di Trump per lo Stato di diritto è chiaro. Il suo proscioglimento dalle accuse che gli sono state rivolte nei suoi processi di impeachment – che sono l’unica risposta ufficiale e legale alle sue azioni – di fatto ci garantisce che eserciterebbe il potere in modo ancora più aggressivo.
La sua esperienza con alcuni sottoposti recalcitranti durante il primo mandato guiderebbe probabilmente le sue scelte nella selezione delle persone per il secondo. Al vertice del Dipartimento di Giustizia, dell’Fbi, della Cia, della National Security Agency e del Pentagono potrebbero finire solo delle persone a lui incondizionatamente leali e a capo dello stato maggiore congiunto delle forze armate non ci sarà qualcuno che possa porre il proprio personale giudizio al di sopra di quello del loro commander in chief civile. Un Senato Repubblicano non farebbe altro che confermare queste persone lealissime a Trump.
In un simile contesto – in cui Trump e i suoi luogotenenti avrebbero nelle loro mani tutte le leve del potere e avrebbero inoltre un’accresciuta capacità di sorveglianza – opporsi a lui, sia per i Repubblicani sia per i Democratici, diventerebbe sempre più rischioso. Una vittoria di Trump significherebbe probabilmente la sospensione temporanea della democrazia americana così come l’abbiamo conosciuta.
Ci troviamo già in una crisi costituzionale. La distruzione della democrazia potrebbe non avvenire prima del novembre del 2024, ma sono già stati fatti passi decisivi in quella direzione. Tra poco più di un anno potrebbe diventare impossibile approvare delle leggi per proteggere il processo elettorale nel 2024. Anzi è già ora impossibile, ma solo perché i Repubblicani anti Trump, e anche alcuni Democratici, si rifiutano di trafficare con l’ostruzionismo. Ed è impossibile perché, nonostante tutto quello che è successo, alcuni desiderano ancora essere dei bravi Repubblicani anche se si oppongono a Trump.
Ma queste scelte non si porteranno più altrettanto bene quando la nazione sprofonderà in una crisi totale. Per i politici non è impossibile compiere un salto di questo tipo. Lo stesso Partito Repubblicano fu formato negli anni Cinquanta dell’Ottocento da ex Whigs, da ex Democratici e da ex Free Soilers e cioè da politici che avevano abbandonato i loro precedenti partiti: infatti, mentre alcuni politici fedeli al Partito Whig e al Partito Democratico, come Henry Clay e Stephen Douglas, si destreggiavano, scendevano a compromessi e facevano del loro meglio per assicurarsi che la questione della schiavitù non distruggesse i loro grandi partiti, altri decisero invece che quei partiti erano diventati un ostacolo alla giustizia e una minaccia per la buona salute della nazione.
Romney & C. non devono abbandonare il loro partito. Possono presentarsi come Repubblicani Costituzionali che, data l’attuale situazione di emergenza, sono disposti a formare una coalizione di unità nazionale al Senato al solo scopo di salvare la Repubblica. La loro cooperazione con i Democratici potrebbe essere strettamente limitata ai problemi relativi alla Costituzione e alle elezioni. Oppure potrebbero impegnarsi a dare un appoggio temporaneo al governo per quanto riguarda una serie di questioni critiche: la spesa pubblica, la difesa, l’immigrazione e persino la pandemia di Covid-19, mettendo effettivamente da parte le solite battaglie per concentrarsi sulla più vitale e immediata necessità di salvare gli Stati Uniti.
Bisogna essere in due, ovviamente, per formare una coalizione di unità nazionale, e i Democratici potrebbero decidere di rendere più o meno facile un’adesione dei Repubblicani anti Trump. Alcuni dichiarano di non vedere alcuna distinzione tra la minaccia posta da Trump e quella posta dal Gop. E preferiscono usare Trump come un’arma nella battaglia politica in corso, non soltanto come uno strumento per screditare e sconfiggere il Partito Repubblicano di oggi, ma anche come un modo per dipingere tutte le politiche del Gop degli ultimi trent’anni come se non fossero state altro che un’anticipazione del trumpismo.
Ma, anche se l’odierno Partito Repubblicano controllato da Trump deve assolutamente essere combattuto e sconfitto, questo tipo di partigianeria opportunistica e di stampo complottista, oltre a essere una cattiva narrazione della storia, non è una cura efficace per i mali che affliggono la nazione. I Democratici al Senato sono stati saggi a ridurre la loro lista dei desideri sui diritti di voto, che in precedenza era molto lunga, e a sostenere la meno ambiziosa misura di compromesso presentata dal senatore Joe Manchin e dalla senatrice Amy Klobuchar. Ma devono ancora riuscire ad attrarre i voti dei loro colleghi Repubblicani su questa norma.
In vista delle prossime elezioni, è fondamentale proteggere i funzionari elettorali, la possibilità di registrarsi al voto il giorno stesso in cui si va ai seggi e il voto anticipato. Altre battaglie – come rendere l’Election Day una festa federale e vietare il gerrymandering – sarebbe forse meglio rimandarle. Ma non si possono rimandare gli sforzi per evitare una débâcle nel 2024. I Democratici devono dare ai Repubblicani anti Trump una possibilità di fare la cosa giusta.
Uno si chiede se gli attuali politici americani, in entrambi i partiti, abbiano la capacità di compiere mosse così audaci, se abbiano la lungimiranza per capire in che direzione stiano andando le cose e il coraggio per fare tutto ciò che è necessario per salvare il sistema democratico. E se questo, per quel gruppetto di Repubblicani significasse un suicidio politico, non sarebbe meglio uscire di scena combattendo per la democrazia piuttosto che svignarsela silenziosamente nella notte?
Per gentile concessione dell’autore.
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