Post MoscaPerché l’Italia punta sul gas algerino

Il presidente del Consiglio Mario Draghi si è recato nel Paese subsahariano per diversificare le nostre fonti di approvvigionamento: ecco i motivi per cui è una mossa importante, e che può cambiare le regole del gioco

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In questi giorni il governo italiano, in accordo con i partner europei, sta facendo in modo che il nostro paese sia il prima possibile preparato a possibili interruzioni delle forniture di gas russo. Il problema viene, com’è evidente, dalla guerra in Ucraina, anche se in misura minore esisteva già da prima. Come abbiamo raccontato più volte qui su Linkiesta la primissima mossa dell’esecutivo italiano è stata quella di aprire un tavolo delle trattative per un aumento delle forniture con l’Algeria, paese che già nel 2021, con i suoi 21 miliardi di metri cubi di gas, è stato il secondo fornitore per l’Italia, proprio dopo la Russia che ogni anno ne ha esportato, in media, 29 miliardi.

Il premier Draghi si è recato in Algeria lunedì 11 aprile, dopo un primo viaggio preparatorio del ministro degli Esteri Di Maio accompagnato dall’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, del 28 febbraio (da notare: sono soltanto quattro giorni dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina). L’obiettivo della visita di Draghi è stato quello di firmare, e quindi sancire formalmente, un sostanzioso aumento delle forniture attraverso il gasdotto Transmed.

Il gasdotto in questione – chiamato anche “Enrico Mattei” – non ha alcun bisogno di essere ampliato: già oggi ha una capacità massima, prevista da alcune recenti stime del Financial Times, di 33 miliardi di metri cubi annui. Quindi ben 12 miliardi in più rispetto a quelli transitati nel 2021. E va tenuto conto che anche lo stesso 2021 fu un anno in cui le forniture algerine verso l’Italia avevano subito una corposa impennata: +76% rispetto al 2020.

Il motivo per cui serve fare questi accordi ora, cioè prima dell’estate, è che il periodo estivo è quello in cui al nostro Paese serve cominciare a fare scorte di materie prime energetiche. È molto diffusa la credenza secondo cui ora che arriva l’estate il nostro bisogno di gas sia in diminuzione, visto che diventa meno necessario accendere i riscaldamenti, ma è un errore. Durante l’inverno usiamo più energia di quanta riusciamo a importarne, quindi è necessario aumentare gli stoccaggi proprio nella stagione calda.

Come mai il governo punta proprio sull’Algeria? Il piano in realtà è innanzitutto quello di diversificare le fonti di approvvigionamento. Fare oggi, cioè, ciò che non si è riusciti a fare in passato, aumentare il numero di Paesi fornitori, così da non dipendere da uno in particolare e, di conseguenza, evitare di essere ricattabili. La Russia negli scorsi anni ha dimostrato infatti di usare le forniture energetiche per fare pressioni sui paesi di tutto il continente europeo, sia quelli dell’Europa dell’est che quelli dell’europa dell’ovest, come Italia e Germania.

L’Algeria è il primo e più importante pilastro del nuovo piano energetico del governo, ma non è l’unico. Come dicevamo poco fa il punto è evitare di dipendere eccessivamente da un unico attore internazionale. Così, insieme all’Algeria, la missione del governo ha incluso tra gli altri anche Tunisia, Qatar, Angola, Congo e Azerbaijan. C’è anche la Libia: che dovrebbe riuscire, nelle stime del governo e di Eni, a portare i 9 miliardi di metri cubi aggiuntivi algerini a 11 miliardi. In questo modo dalla sponda sud del Mediterraneo arriveranno non più 20 miliardi di metri cubi annui, ma oltre 30. E il tutto (qui sta il punto) avverrà nel breve periodo. Già dal prossimo inverno le forniture dovrebbero stabilirsi sul nuovo regime.

L’idea di diversificare è la stessa proposta dalle istituzioni mondiali ed europee. L’Autorità internazionale dell’Energia (IEA), per esempio, di recente ha pubblicato un piano in dieci punti utile a ridurre di circa un terzo le importazioni di gas russo già nel 2022. E per chi, giustamente, si domanda come mai a diversificare non ci avevamo pensato prima, la risposta è che in Europa fino allo scorso febbraio girava un’idea che si è rivelata sbagliata: quella secondo cui comprare dalla Russia enormi quantità di materie prime servisse a mantenere la pace. Il ragionamento, soprattutto tedesco, funzionava così: se garantiamo alla Russia un ruolo di primo piano nell’economia europea, con un flusso costante di liquidità e di conseguenti scambi commerciali, quella non potrà attaccare. Non potrà espandersi militarmente attaccando il continente europeo. Una specie di tacito accordo politico che Putin ha prima sfruttato, poi stracciato.

Oggi che l’Algeria diventa il primo partner commerciale italiano nel campo dell’energia (e accade molto velocemente: dei 10 miliardi di metri cubi di metano consumati a gennaio solo 1,7 erano russi) il problema della dipendenza dal gas russo è ridimensionato. Ma, purtroppo, non ancora risolto completamente. Il nostro paese consuma circa 76 miliardi di metri cubi di gas all’anno, e questo significa che per poter davvero prescindere completamente dalle esportazioni di Mosca mancano ancora circa 10 miliardi di metri cubi annui. In pochi anni, anche grazie alla produzione interna, la dipendenza italiana dal gas russo dovrebbe cessare definitivamente. È parte di un progetto politico e il premier Draghi lo ha detto chiaramente, i «Paesi che si sono detti disponibili ad aumentare le forniture energetiche all’Italia» renderanno il nostro «un Paese più indipendente dai ricatti».