
Ovunque si muova in casa sua, Giampiero Mughini si imbatte in una poltrona o in una lampada di Gaetano Pesce. Pin un’ala c’è una terna consolle-libreria-scrittoio di Ico Parisi, designer «degno della tribù eletta di cui facevano parte un Carlo Mollino o un Gio Ponti», sulla terrazza un albero in alluminio blu di Andrea Salvetti. E ancora: quadri e oggetti di design di Bruno Munari, libri d’artista di Enzo Mari, il portaombrelli di Antonia Campi, la chaise longue Canapo 837 di Franco Albini prodotta da Cassina, e i vasi di Guido Gambone, giusto per fare qualche esempio. Perché ci sono anche libri, prime edizioni pregiatissime, plaquette, libri d’artista che, messi insieme, occupano un intero piano di cinque stanze. È il Muggenheim, definizione scherzosa coniata dall’amico pittore Pablo Echaurren e subito fatta sua da Mughini per indicare la sua casa-studio e casa-collezione (due cose «avvinghiate assieme tanto nella mia anima che nella vita reale»). E ora è anche il titolo del suo ultimo libro, “Il Muggenheim. Quel che resta di una vita”, pubblicato da Bompiani, in cui al centro c’è la sua casa, le sue cose, i suoi ricordi.
Soprattutto, ci sono i suoi tesori – si va dai collage fotografici di Franco Vaccari alla celebre putrella di Enzo Mari, passando per quello che definisce “lo sgorbio” di Gambone, ma anche la libreria Suvretta di Ettore Sottsass, dove tiene i libri sul design – raccolti negli anni seguendo l’istinto e la passione del collezionista, mentre intrecciava storie e incontri di persone geniali e oggetti incredibili. “Muggenheim” è allora una rapsodia enciclopedica, ma anche una mappa con cui Mughini esplora (e fa esplorare) le grandezze – grafiche, di design, letterarie e musicali – del Novecento.
La geografia è vasta: c’è la Bologna di Freak Antoni e di Andrea Pazienza, cioè quella del Settantasette (anno «che meriterebbe un museo») tanto grande e creativa nel suo ribellismo tragico, ma c’è anche la New York di Andy Warhol, con la Factory fucina del pop e l’idea di unire i Velvet Underground a Nico, da cui scaturì il celebre album della banana («peel slowly and see»). C’è Parigi, tanta: quella della pubblicistica erotica, o quella anni ’50 dei lettristi, che volevano fare sfacelo di tutta la tradizione precedente (e quella malinconica dei ricordi da studente, a sogguardare vetrine), e c’è anche la Modena di Giuliano Della Casa, di Luigi Ghirri, di – appunto – Franco Vaccari, «artista totale». Il Muggenheim è la sintesi di un mondo, e di un secolo.
Con tutti i suoi tesori, è anche il rifugio (non peccatorum) dalle insidie della vita. Perché forse la bellezza può stancare (come è accaduto – racconta – con la collezione dei futuristi, che a un certo punto decise di vendere perché la passione si era consumata) ma non tradisce mai. «Invece gli amici e le amiche, anche i più cari, eccome se lo fanno». E allora, mentre «scompaiono le presenze umane di un tempo e si allentano le affinità generazionali che prima esistevano e davano calore alla tua vita reale», o «se i percorsi di ciascuno di quelli vanno per strade diverse dalle tue – com’è del tutto naturale», restano però gli oggetti cari come conforto e consolazione. «A cavallo tra i Novanta e il nuovo millennio avevo ormai poca o nessuna vita pubblica, impegnato com’ero a coltivare il culto della mia solitudine», dice. E in questa religione della bellezza ci sono libri, film, rarità da collezione.
È un distacco esistenziale, forse, anche da un intero Paese. Mughini lo esprime più volte: quest’Italia non ama la cultura, non la onora e – nonostante la sua storia – dimentica le sue stesse eccellenze. In via sistematica i pezzi rari vengono comprati da musei stranieri, soprattutto americani. Nei negozi di design (quando questi non chiudono) si impara subito che il cliente – nove su dieci – non parlerà italiano.
Fanno da contrappunto all’amarezza del declino gli attimi di gioia del collezionista. “Muggenheim” è un diario emotivo che raccoglie lo sfogo di chi avrebbe dato «la sorella in pasto ai beduini» pur di avere un capolavoro di Ico Parisi; che vibra per «i brividi» che gli dà vedere “Jazz”, gran libro illustrato di Henri Matisse, in un bunker svizzero; cui «tremavano le mani» quando scartava il pacco con uno dei 146 vetri di Marsiglia di Gaetano Pesce. Per Mughini i libri (e non solo) sono «leccornie», «prelibatezze», «delizie». E quando arrivò il falegname a montare la consolle (e relativa cornice) di Parisi, era «emozionato come immagino lo sia un padre cui sta per nascere un figlio, e spero mi perdonerete il paragone. Quella creatura in legno era di una bellezza sontuosa, invadente, sembrava potesse staccarsi dalla parete e venire accanto a noi a conversare del più e del meno. Ci portavo gli amici perché la gustassero».
La sua passione visiva, tattile, di gusto si intreccia al piacere intellettuale. In “Muggenheim” (e forse anche “nel” Muggenheim) ogni cosa è così, aggrovigliata e senza confini nitidi. Passaggi della sua vita si mescolano a episodi del Novecento (con una punta finale nell’Ottocento), ai quali si sommano storie di artisti e creazioni, considerazioni sul presente, lodi al bel tempo andato, vizi e virtù a volontà, arte, decadenza e giornali che pagano sempre meno. Ma a unire tutto questo c’è la gelosia di un amore sconfinato e personale, insieme alla generosità di volerlo raccontare.
