Tramonto euroscetticoCon la guerra in Ucraina si spacca anche il gruppo di Visegrád

Con l’attacco all’Ucraina le posizioni del riottoso gruppo dell’Europa orientale sono cambiate. Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia hanno deposto l’ostilità verso Bruxelles, distanziandosi dall’Ungheria e dalla sua politica filorussa

AP Photo/Michel Euler

Assieme alla strenua resistenza del popolo ucraino, la compattezza dell’Occidente nella risposta all’invasione russa dell’Ucraina è stata l’altro elemento sorpresa che ha determinato lo stallo dell’avanzata delle truppe di Mosca. Una delle poche defezioni è rappresentata dall’Ungheria di Viktor Orbán.

Il governo ungherese, infatti, sebbene abbia approvato tutti e quattro i pacchetti di sanzioni economiche contro il Cremlino, ha aderito solo parzialmente all’applicazione di tali sanzioni. Nello specifico, Orbán ha fatto muro contro la parte più importante, quella inerente alle importazioni di petrolio. Ma non è tutto. Il leader euroscettico si è opposto in modo fermo alla fornitura di armi alla resistenza ucraina e persino al transito sul suolo ungherese di armi sempre destinate agli Ucraini ma provenienti da altri paesi.

Questa posizione, di fatto pro Putin, viene rafforzata dall’imminente sfida elettorale. Il prossimo 3 aprile, in Ungheria si terranno le elezioni politiche. Fidesz, il partito di Orbán, è in vantaggio. Ma questa volta la partita si prospetta meno semplice del solito. Orbán non può permettersi di alienarsi nemmeno un piccolo pezzo dell’ampia base filo putiniana che lui stesso ha contribuito a consolidare nei suoi dodici anni al potere.

Un “niet” sui due elementi principali della strategia contro l’invasione significa di fatto una rottura, sebbene molto marginale, del fronte occidentale. Una rottura che però ne porta in grembo un’altra, di segno opposto, e soprattutto assai più fragorosa. A spezzarsi sulla guerra di Putin è infatti il Gruppo Visegrád, l’alleanza di origine euroscettica e sovranista formata dai quattro paesi UE Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia.

Repubblica Ceca e Polonia hanno infatti preso le distanze dalla timidezza di Budapest verso Mosca, annunciando in sequenza la loro defezione dall’incontro tra i ministri della Difesa dei quattro paesi della suddetta alleanza, che avrebbe dovuto svolgersi nei giorni 30 e 31 marzo a Budapest. Risultato: vertice saltato e rimandato a data da destinarsi. Jana Černochová, ministro della Difesa ceco, ha sottolineato la propria scelta con un’aspra condanna morale della posizione filo putiniana dell’Ungheria: «Ho sempre sostenuto Visegrád e mi dispiace molto che il petrolio russo a buon mercato sia per i politici ungheresi più importante del sangue ucraino».

Spina nel fianco di Bruxelles, nemico giurato dell’ortodossia europeista, il Gruppo Visegrád, Ungheria in testa, gioca da sempre il ruolo ambiguo di amico intimo della Russia e di antagonista interno dell’Europa. Però, follemente innamorato degli euro. Infatti, è soprattutto ai cospicui fondi europei che è legata la poderosa crescita ungherese. Dal punto di vista geopolitico, è il perfetto fiore all’occhiello del dittatore Putin. La sua rottura rappresenta un evento inedito, dalle molteplici conseguenze.

In primis, aumenta ulteriormente l’isolamento internazionale di Putin, a cui in Occidente rimane come parziale alleato solo il premier ungherese. Sul versante europeo, l’infrangersi della compattezza del Gruppo Visegrád fa venire meno una pesante zavorra che da sempre grava sul percorso di integrazione europea. Dall’economia alla politica estera, passando per l’immigrazione, i quattro Paesi euroscettici hanno sempre rappresentato ostacoli che hanno depotenziato se non addirittura contribuito ad impedire scelte unitarie. Ora, la minaccia della guerra sull’uscio di casa ha stravolto brutalmente le priorità di Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia.

Gli opportunistici vantaggi derivanti dalla pratica dell’euroscetticismo hanno ceduto all’urgenza di sicurezza. Il Gruppo, in realtà, ha iniziato a rompersi con l’inizio dell’invasione. La cancellazione del vertice dei ministri della Difesa è stato solo l’evento culminante. La Russia, mostratasi un pericolo grave e vicino, ha dato impulso a un drastico e repentino cambio di atteggiamento nei confronti di politiche europee solitamente osteggiate. In questi giorni, l’esempio più eclatante è l’incondizionata apertura verso l’accoglienza dei profughi ucraini. La lotta a ogni forma di accoglienza è sempre stata il principale cavallo di battaglia di tutti i Paesi, partiti e movimenti sovranisti.

E proprio in tema di diritti potrebbe arrivare un’implicita svolta da questo riposizionamento, soprattutto da parte della Polonia. Lo scorso 16 febbraio, la Corte di Giustizia dell’Unione europea ha respinto i ricorsi dei governi polacco e ungherese contro i meccanismi adottati dal Consiglio dell’Unione e dal Parlamento europeo nel dicembre 2020 – che legano l’attribuzione dei fondi europei e in particolare il NGEU al rispetto dello stato di diritto.

L’ulteriore allontanamento del governo di Budapest da quello di Varsavia, potrebbe isolare definitivamente il primo su questo tema centrale, portando la Polonia sulle orme degli altri Paesi Ue, facilitando in questo modo la formazione di una più solida maggioranza in sede di Consiglio.

Ma è soprattutto nel guardare con più convinzione alla Nato che si configura il vero cambio di rotta di questi paesi, da anni protesi oltremodo verso l’ingannevole benevolenza di Mosca. Le bombe e i missili russi che stanno spezzando migliaia di vite in Ucraina, che non è membro della Nato, hanno brutalmente riportato Cechi e Polacchi alla realtà, rinnovando e rafforzando la consapevolezza che la propria integrità territoriale è garantita esclusivamente dall’alleanza militare atlantica.

Da cui la calorosa accoglienza del potenziamento della presenza di forze Nato in loco, a maggiore presidio dei «confini atlantici», più volte definiti da Biden e dagli altri leader occidentali come inviolabili. Conseguentemente, è lecito aspettarsi che da questi Paesi solitamente refrattari, questa volta non ci saranno problemi, né politici né in termini di spesa, riguardo alla realizzazione di una difesa unica europea, che abbia la nascita di un esercito europeo come ultimo traguardo.

Tra gli effetti certamente non voluti della guerra di Putin, c’è infatti anche un forte impulso a questo antico progetto, sempre evocato, ma mai iniziato. E se non ora, quando?

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