Vincitori e vintiCome sarà il mondo della politica quando la guerra sarà finita

La recessione è alle porte e la fine dei combattimenti appare lontana. Il logorarsi dell’economia avrà ricadute pesanti sulla società e, di riflesso, sui partiti. In passato da situazioni simili hanno prevalso le destre. È importante che non succeda di nuovo

Claude Piché

La fine della guerra in Ucraina non è in vista. Negli Stati Uniti prevedono che i combattimenti dureranno a lungo. Washington sta rifornendo gli ucraini di armi pesanti e tecnologie, alcune delle quali, per essere usate dalle forze armate di Kiev, richiedono mesi di addestramento. È quindi difficile prevedere con quale segno politico i Paesi occidentali attraverseranno e poi usciranno da questo conflitto sanguinoso scatenato da Vladimir Putin. A cominciare dalle elezioni americane di midterm di novembre. Ci sono premesse che determineranno la situazione politica futura, cioè che condizioneranno lo scenario in cui ci “sveglieremo” dopo la guerra.

Non si tratta solo di geopolitica e di quale nuovo ordine internazionale scriveranno le superpotenze, che in queste settimane si stanno combattendo per interposta Ucraina. Stiamo parlando di quali forze politiche prevarranno nei singoli Stati, in Italia come nel resto d’Europa.

I primi sintomi preoccupanti sono la vittoria di Victor Orbán in Ungheria e quella del presidente serbo Aleksandar Vučić al primo turno delle presidenziali. C’è poi la cavalcata verso il secondo turno di Marine Le Pen in una Francia che, al primo turno, ha regalato il 22% alla sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon. Sommando tutti – sovranisti, nazionalisti e populisti di destra e di sinistra – si va sopra il 50%. Questo costringe Emmanuel Macron a una forsennata rincorsa sui temi sociali ed economici e a una torsione sull’età pensionabile, che prima voleva portare a 65 anni e ora scalare di un anno. Basterà per la sua riconferma all’Eliseo?

Attenzione, tutto questo accade quando sono passati solo 50 giorni dall’inizio della guerra, con ricadute economiche già pesanti sulle tasche degli europei e sui bilanci delle imprese. E questo non è ancora niente, in particolare se ci sarà, come tutto purtroppo lascia prevedere, un’escalation militare sul terreno, con relativo sommarsi di sanzioni alla Russia fino all’embargo del petrolio e del gas.

Dopo due anni di pandemia, quando la crescita del Pil in Europa e negli Stati Uniti nel 2022 galoppava a ritmi cinesi, adesso stiamo bordeggiando la recessione. Le tensioni sociali sono destinate a crescere, il potere d’acquisto potrebbe crollare, i comuni italiani sono in rivolta contro il governo perché i costi dell’energia, e non solo, sono schizzati alle stelle e presto i sindaci potrebbero essere costretti a tagliare i servizi sociali. La stessa ministra dell’Interno Luciana Lamorgese teme disordini sociali.

Ecco, di fronte a questo scenario presente e prossimo venturo cosa dovrebbero fare le forze politiche che si definiscono di sinistra o progressiste, comunque contrapposte alle destre? Come usciranno, appunto dalla guerra?

Dalla prima guerra mondiale l’Europa ne uscì malissimo: prevalsero i massimalisti della destra nazifascista e della sinistra comunista. Dopo la seconda guerra mondiale prevalsero per fortuna le spinte centriste, europeiste e della sinistra riformista (addirittura in Gran Bretagna il socialista Clement Attlee sconfisse uno dei vincitori del conflitto, il mitico Winston Churchill). Fu il risultato di grandi politiche sociali, di contrasto alla povertà e alle disuguaglianze e anche dei soldi del Piano per la ripresa europea annunciato dal segretario di Stato americano George Marshall il 5 giugno 1947 all’Università di Harvard (furono stanziati oltre 12,7 miliardi di dollari).

Oggi e domani ci sarà la stessa reazione atlantica oppure le destre si impossesseranno della difesa dei salariati che, nonostante uno stipendio, stentano a pagare le bollette e fare la spesa, dei precari e di chi non si sente sicuro? Sarebbe sbagliato mordere il dito dei populisti e non vedere cosa indicano, magari strumentalmente, proponendo ricette non realizzabili.

Per venire alla nostra piccola Italia, Enrico Letta accusa il centrodestra di fare “teatrino” sulle tasse e il catasto. Parla del rischio di una terza recessione in dieci anni e, incontrando sindacati e Confindustria, afferma che occorre puntare alla riduzione del cuneo fiscale. Aggiunge che è necessario mettere un tetto al prezzo del gas. E che, se non lo farà l’Europa, dovrà farlo il governo italiano: «Contro il rischio della recessione dobbiamo intervenire subito a gamba tesa per evitare uno scenario drammatico».

Il Pd, guardando anche a quello che fanno gli altri Paesi europei, chiede a Draghi di fare una manovra economica anticipata, anche con un nuovo scostamento di bilancio, per mettere in campo le risorse necessarie. «La Germania ha deciso di dare una indennità di trecento euro a tutti lavoratori dipendenti e autonomi per affrontare il caro energia e non ha solo tagliato le accise, come abbiamo fatto noi, sulla benzina», osserva Antonio Misiani, responsabile economico Dem.

Insomma, lo schieramento che dovrà affrontare il centrodestra nel 2023 e dovrà misurarsi a giugno alle comunali spera nelle capacità salvifiche di Draghi. Ma il paradosso è che ci sperano pure Matteo Salvini e Silvio Berlusconi, che hanno fatto la voce grossa sulla delega fiscale e sulla difesa della casa contro la riforma del catasto, per poi accontentarsi di un tavolo tecnico al ministero dell’Economia. Chi invece ha gioco facile, non avendo equilibri di governo da salvaguardare, è Giorgia Meloni: può permettersi di cannoneggiare Palazzo Chigi e il Pnrr. «Draghi continua ad accanirsi sull’economia reale», dice parlando delle sanzioni per esercenti e professionisti sprovvisti di Pos e dell’obbligo di fatturazione elettronica per le partite Iva in regime forfettario.

Vedremo cosa succederà al ballottaggio in Francia e cosa ci troveremo noi italiani alla fine del tornante della guerra. Vedremo in quale direzione politica si tenterà di curare le ferite vere ed economiche prodotte dal conflitto in Ucraina. La crisi economica dopo la Prima guerra mondiale ha scritto pagine di storia. Con tutte le debite differenze – non si vedono girare nelle capitali europee criminali e dittatori come Hitler e Mussolini. Ma se è vero che la storia si ripete sempre due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa, sarebbe meglio non ripeterla comunque. E la sinistra liberale, socialista, europeista e ambientalista che dir si voglia, dovrà superare se stessa per parare il colpo in canna delle destre, che ci mettono un secondo a rimettersi insieme in Italia.

A maggior ragione adesso che praticamente tutti sembrano rassegnati, per mancanza si tempo o di coraggio, ad andare alle elezioni del 2023 con l’attuale legge elettorale che spinge per le alleanze più spurie e contraddittorie. Sic transit..

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