Nuove frontiere energeticheSi può dire di no al gas russo? La risposta dei Paesi baltici

Lituania e Lettonia hanno interrotto l'importazione di metano russo nonostante dipendano da questa fonte energetica. Una scelta coraggiosa che ha richiesto sangue freddo, e che può tracciare la rotta per il prossimo futuro europeo

Unsplash

«Da oggi la Lituania non utilizzerà più gas russo». Il primo ministro Ingrida Simonyte, come riportato da France24, ha reso noto che il suo Paese è diventato, insieme a Estonia e Lettonia, il primo dell’Unione Europea «a rifiutare le importazioni dalla Russia» e ha invitato gli altri partner a fare lo stesso. La mossa è stata possibile da un lungo lavoro preparatorio. La Lituania dipendeva dalle importazioni energetiche ma la situazione è cambiata nel 2014, grazie alla costruzione di un terminale per il gas naturale liquido (LNG). «Abbiamo capito che dipendere da una sole fonte era troppo pericoloso e ci siamo costruiti un’assicurazione» ha dichiarato l’economista Zygimantas Mauricas. L’Estonia e la Lettonia non hanno un proprio terminale e dovrebbero costruirne uno a breve ma Riga ha comunque azzerato l’import e deciso di sfruttare le riserve disponibili. 

La Lituania è una piccola nazione di 2.8 milioni di abitanti e ha un’economia basata più sul terziario che sull’industria che, però, è anche la più grande tra quella degli Stati Baltici e può avvantaggiarsi della partecipazione all’eurozona. La perdita di Vilnius come cliente non dovrebbe provocare danni significativi a Gazprom, il monopolista energetico russo, ma ci sono chiavi di lettura geopolitiche di cui tenere conto. Secondo Katja Yafimava, ricercatrice presso l’Oxford Institute for Energy Studies sentita dal New York Times, la mossa della Lituania avrebbe, in ogni caso, «un valore simbolico».

Le nazioni baltiche hanno lottato duramente per ottenere l’indipendenza dall’Unione Sovietica negli anni Novanta. L’acquisizione dell’autodeterminazione politica non è andata, però, di pari passo con quella economica. Le tre repubbliche utilizzavano più energia di quanta ne producevano e i rifornimenti provenivano direttamente dalla rete centrale. Questi legami vennero considerati un segno di una vulnerabilità manifestatasi in più occasioni. Nel 1990 Mosca non diede più gas e petrolio alla Lituania dopo che quest’ultima aveva proclamato l’indipendenza. Nel 2004 i tre Stati baltici hanno aderito all’Unione Europea e da allora si è rafforzata la volontà, sostenuta da progetti europei e regionali, di affrancarsi dalle forniture russe.

La costruzione, avvenuta tra il 2012 e il 2014, di un terminale di gas naturale liquefatto a Klaipeda, la terza città più grande della Lituania, ha consentito a Vilnius di ampliare le proprie fonti di energia e di non fare più affidamento solo sulla Russia. Il terminale consiste in una nave cisterna di 290 metri, denominata Independence, che consente al porto di immagazzinare e convertire il gas naturale liquido, proveniente da Paesi produttori come Australia, Qatar e Stati Uniti, in altri combustibili fossili. Il gas importato viene stoccato e poi trasferito alla rete regionale attraverso una serie di tubature lunghe 18 chilometri. Il Primo Ministro lituano Ingrida Simonyte ha dichiarato che la capacità del terminale di Klaipeda è insufficiente per soddisfare la domanda di gas di tutti e tre i Paesi Baltici e che il problema dovrà essere affrontato con la costruzione di un secondo terminale.

L’Europa ha beneficiato del gas russo per anni e gli importatori pagano centinaia di milioni di dollari al giorno per poterne usufruire. Alcuni Paesi, come Italia e Germania, non possono rinunciarvi e un embargo energetico è molto complesso. Il Presidente francese Emmanuel Macron, come riportato da Fortune, ha auspicato che uno stop al carbone e al petrolio russo «possa diventare realtà» ma non ha fatto cenno al gas. Si tratta di un paradosso perché l’Unione Europea e gli alleati hanno sottoposto a sanzioni buona parte dell’economia russa ma non possono spingersi troppo oltre nel comparto energetico. Finanziando, indirettamente, lo sforzo bellico in Ucraina. La transizione energetica, complessa, appare inevitabile dopo che gli ultimi eventi, come la scoperta di fosse comuni nei pressi di Kiev, hanno reso le relazioni commerciali con Mosca non più sostenibili.

Chicco Testa, presidente di Fise Assoambiente, una lunga carriera ai vertici di società anche pubbliche, ha ricordato a Italia Oggi che «la realtà è che non possiamo permetterci di fare a meno delle forniture russe, soprattuto di gas. Rischiamo di mangiarci il rimbalzo di Pil post Covid e di bruciare gli investimenti del Pnrr» e che aumentare la produzione nostrana di gas per controbilanciare la chiusura dei rubinetti russi «è fattibile ma non avrà effetti nel breve periodo». Le parole, piuttosto dure, pronunciate da Testa disegnano un futuro dalle tinte incerte.