Un’invasione è per sempreLe conseguenze della guerra di Putin nel mercato dei diamanti

Alrosa, il più grande estrattore del brillante più famoso al mondo di proprietà dello stato russo, da venerdì non farà più parte del Responsible Jewellery Council dopo numerose proteste delle aziende del settore. L’ultimo esempio di quanto Mosca sia sempre più isolata, anche nel mondo della gioielleria

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Responsible Jewellery Council è un’associazione con 1.600 aderenti provenienti dal mondo della gioielleria, creata nel 2015 promuovere standard che rafforzano la fiducia dei clienti nella catena di approvvigionamento mondiale di gioielli e orologi. 

Sulla front page del suo sito si legge «Gli acquirenti di oggi si aspettano che i gioielli e gli orologi che indossano siano realizzati in modo responsabile e nel rispetto dei diritti umani e del pianeta. I membri certificati RJC sono riconosciuti per il loro impegno in un’attività responsabile. Quando scegli di costruire la tua catena di approvvigionamento con membri certificati RJC, promuovi la fiducia dei consumatori nel settore, assicurandoti un futuro che può essere apprezzato per le generazioni a venire». 

Dalla scorsa settimana qualcosa però tra gli associati di RJC ha cominciato ad andare storto. Tutto ciò a causa della guerra di Putin: si tratta di una delle infinite ricadute di quanto sta accadendo in Ucraina, forse non la più importante ma comunque significativa. 

Richemont terza conglomerata del lusso al mondo (quotata alla borsa di Zurigo) proprietaria di Cartier, Van Cleef & Arpels e Piaget ha rilasciato una dichiarazione pubblica senza precedenti e durante la fiera dell’orologeria di Ginevra. Si è dimesso dall’associazione a causa dell’incapacità di agire contro uno dei suoi membri più potenti, Alrosa di proprietà statale russa, il più grande estrattore di diamanti al mondo.

Come i diamanti insieme all’oro e alle terre rare siano un modo per aggirare le sanzioni che Stati Uniti e Unione europea hanno emesso per contrastare le attività dei generali di Putin è noto. 

Richemont ha di conseguenza ritenuto che non rimuovendo Alrosa come membro, i codici di condotta di RJC in materia di diritti umani e due diligence della catena di approvvigionamento sono stati violati. Cyrille Vigneron, il CEO di Cartier ha dichiarato all’inizio della scorsa settimana: «Non fa parte dei valori Richemont far parte di un’organizzazione in cui alcuni membri sostengono conflitti e guerre».

Immediatamente a seguire sono arrivate le dimissioni di Kering, secondo gruppo del lusso al mondo. Kering (quotato alla borsa di Parigi e Milano) ha nel suo portafoglio Boucheron, Pomellato, Qeelin e Gucci che vanta pure questo una importate sezione di gioielleria. 

Identica la posizione presa da Pandora produttore danese ha annunciato di non voler proseguire suoi 12 anni di appartenenza al Responsable Jewellery Council. 

In risposta all’invasione dell’Ucraina, i gruppi di lusso hanno in gran parte chiuso i negozi di proprietà a Mosca e San Pietroburgo. Sebbene molti gestiscano joint venture e partnership all’ingrosso che rimangono aperte hanno attivamente smesso di acquistare diamanti estratti dalle miniere russe. Richemont si è fermato il 24 febbraio, giorno dell’invasione. I diamanti russi in precedenza rappresentavano una quota significativa di quelli acquistati da Cartier.

Più sfumata la posizione Bulgari proprietà LVMH, primo gruppo del lusso al mondo (borsa di Parigi). L’AD della business unit gioielli ha rassegnato le dimissioni ma non lo ha fatto il brand complessivamente. Bulgari pare non abbia mai acquistato diamanti da Alrosa o da nessun’altra azienda russa. LVMH in ogni caso è pure  proprietario di Tiffany che a partire dal 21 marzo, ha smesso di acquistare diamanti dalla Russia, secondo una dichiarazione del marchio rilasciata via su Twitter.

Le pressioni in ogni caso hanno avuto un risultato: dallo scorso venerdì Alrosa non fa più parte di Responsible Jewellery Council.