Destino comuneLa scellerata guerra di Putin avrà conseguenze sugli autocrati di tutto il mondo

I leader sovranisti e nazionalisti seguono a distanza l’invasione russa in Ucraina, rifiutandosi di condannare le nefandezze del Cremlino. Un lungo articolo del Financial Times spiega perché l’esito di questo conflitto avrà un impatto sul futuro di un’intera generazione di dittatori, o aspiranti tali

AP/Lapresse

L’invasione dell’Ucraina è sembrata una naturale conseguenza delle politiche autoritarie di Vladimir Putin. A quasi un mese e mezzo dall’inizio del conflitto, i discorsi sulla «denazificazione» e sulla necessità urgente di interrompere un «genocidio», la venerazione della forza e della violenza, il disprezzo per il liberalismo e la legge, appaiono sempre più come deliri d’onnipotenza dell’uomo forte che non ha opposizione in patria.

Negli ultimi anni Putin è diventato l’archetipo dell’autocrate che governa con pugno di ferro. I suoi metodi sono stati emulati, o sono stati d’ispirazione, per molti altri leader autoritari. Narendra Modi in India, Jair Bolsonaro in Brasile, Viktor Orbán in Ungheria, Mohammad bin-Salman in Arabia Saudita, Xi Jinping in Cina sono entrati nel solco tracciato dal capo del Cremlino.

Sono leader nazionalisti e conservatori, con tolleranza nulla per minoranze, dissenso e immigrati. In casa loro si vantano di difendere i cittadini da presunti assalti delle élite globaliste; all’estero si presentano come l’incarnazione delle nazioni che rappresentano.

I tanti punti di contatto tra i regimi autoritari creano un fronte comune in cui i destini politici dei diversi leader sembrano tutti connessi. «È possibile che un’eventuale catastrofe russa in Ucraina screditi definitivamente lo stile politico dell’uomo forte», si legge sul Financial Times, in un lungo articolo firmato da Gideon Rachman, il quale però sottolinea che prima di decretare il fallimento su tutta la linea di questo attacco bisogna tenere a mente che questo «stile politico» ha messo radici profonde negli ultimi 20 anni.

L’età dell’uomo forte in epoca recente è iniziata il 31 dicembre 1999, quando Putin ha prestato giuramento come presidente della Russia: da quel momento è diventato il prototipo per un nuovo tipo di “sovrano” che avrebbe rimodellato la politica globale per una generazione.

Dopo di lui sarebbe arrivato, nel 2003, Recep Tayyip Erdogan, diventato primo ministro della Turchia. In poco più di un decennio hanno preso il potere nei loro Paesi anche Orbán, Modi, Bolsonaro. E ovviamente anche Xi Jinping in Cina, che è riuscito a rendere il suo mandato praticamente eterno nel 2018, quando ha rinnovato e rafforzato la sua leadership abolendo i limiti del mandato presidenziale.

«Il rifiuto di lasciare il potere è uno dei marchi di fabbrica dell’uomo forte», scrive il Financial Times. Anche Erdogan e Putin hanno anche cambiato le costituzioni dei loro Paesi per prolungare il loro periodo al vertice.

«Una caratteristica dell’uomo forte è che deve essere considerato indispensabile. L’obiettivo di questi leader è convincere le persone che solo loro possono salvare la nazione. In questo modo distinzione tra lo Stato e il leader viene erosa, rendendo pericolosa o inconcepibile la sostituzione dell’uomo forte con un mortale inferiore», si legge nell’articolo del Financial Times. Insomma, deve crearsi una distanza netta tra i leader autoritari e i cittadini comuni: Putin, Xi Jinping, Modi, Edorgan, hanno incoraggiato un culto della personalità che va ben oltre gli standard dei partiti personali che ci sono in Italia o in altri Paesi europei.

Durante la sua campagna di rielezione del 2019, Modi ha fatto leva proprio su un’immagine machista, vantandosi delle dimensioni del suo petto e della sua volontà di usare la violenza contro i nemici dell’India. Un giorno si è rivolto così agli elettori: «Quando si vota per Lotus (il suo simbolo del partito, ndr), non si preme un pulsante su una macchina, ma si preme un grilletto per sparare ai terroristi».

Sembrava una cifra stilistica estranea alle democrazie mature dell’Occidente. Invece l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca ha cambiato questo paradigma. Ha ripetuto più volte – a metà tra il serio e il faceto – che anche la più grande democrazia del mondo dovrebbe cambiare la sua costituzione per permettergli di governare più a lungo rispetto al limite dei due mandati. E nel 2015, quando era ancora solo un candidato, Trump elogiò Putin anche di fronte alle accuse di omicidio di giornalisti e oppositori: «Penso che anche il nostro Paese uccida parecchio».

Un presidente americano disposto a dire, in buona sostanza, che anche le democrazia mentono, uccidono, hanno media ingannevoli, truccano le elezioni e hanno tribunali disonesti, fa il gioco degli autocrati. «La cancellazione di una linea di separazione tra la leadership nei sistemi democratici e autoritari è stata per decenni un obiettivo chiave degli autoritari», scrive il Financial Times.

L’uomo forte di queste dittature spesso giustifica i suoi metodi spietati dipingendo la patria come una nazione in crisi così profonde da non poter più permettersi di rispettare gli ideali liberali; spesso gioca sulla paura che la maggioranza del Paese stia per essere spodestata da nuove minoranze, al costo di enormi perdite culturali ed economiche.

È quello che Gideon Rachman nel suo articolo definisce «nazionalismo nostalgico». È il “Make America Great Again” di Trump; il «rande ringiovanimento del popolo cinese» voluto da Xi Jinping; l’orgoglio indù sbandierato da Modi; la riconquista dei territori persi dall’Ungheria dopo la Prima Guerra Mondiale reclamata da Orbán; i continui richiami all’Impero Ottomano di Erdogan.

I governi autoritari hanno anche una predilezione per la violenza, la conquista e l’anarchia internazionale: l’era dell’uomo forte degli anni ’30, con Mussolini, Franco, Stalin e Hitler portò il mondo intero – o quasi – in guerra.

Putin ora sta ripetendo questo schema. La sua invasione dell’Ucraina ha finalmente spinto gli Stati Uniti e l’Unione europea a tentare di combattere l’autoritarismo degli uomini forti. L’invocazione forse sbadata ma sincera di Joe Biden in Polonia, «per l’amor di Dio quest’uomo non può rimanere al potere», è stata molto criticata. Ma riflette l’idea di un mondo che si ritrova, una volta di più, bloccato in una lotta sanguinosa autocrazia e democrazia.

Non è un caso che molti leader autoritari in tutto il mondo siano rimasti strategicamente neutrali sulla guerra, forse rifiutandosi di condannare Putin ma tenendosi alla larga dall’impegno nelle sanzioni internazionali.

«Ci sono buone ragioni per credere che il mondo democratico liberale alla fine prevarrà», scrive il Financial Times. «La regola dell’uomo forte – si legge ancora nell’articolo – è che il modello è intrinsecamente imperfetto», quindi destinato a sgretolarsi prima o poi.

Uno Stato governato da Putin o Xi Jinping o Modi non può affrontare il problema della successione, è carente in tutti quei proverbiali pesi e contrappesi che consentono alle democrazie di liberarsi di politiche e governanti fallimentari. Ed è altrettanto evidente che più a lungo un autocrate è al potere, più è probabile che sia sopraffatto dalla paranoia o alla megalomania.

«La criticità di questi giorni – è la conclusione dell’articolo – è che gli uomini forti sono molto difficili da rimuovere dal potere: questa nuova generazione di leader ha messo le radici nel corso di un ventennio e potrebbero esserci molte altre turbolenze e sofferenze prima che si chiuda questo capitolo di storia».