La Stonewall italianaCinquant’anni fa a Sanremo il movimento di liberazione omosessuale FUORI! ha fatto la storia

Nel 1972 al teatro del Casinò si è svolto il primo evento in Italia in cui si è parlato apertamente di temi Lgbti. Angelo Pezzana ricorda a Linkiesta come riuscirono a tenere nascosta la cosa fino all’ultimo per evitare censure: «C’eravamo iscritti come congressisti, facendoci passare per psichiatri e pagando anche la relativa quota, fra l’altro salata, per poter seguire i lavori dall’interno»

Ricorre oggi il 50° anniversario della manifestazione di Sanremo, che il FUORI! inscenò per protestare contro il 1° Congresso internazionale di Sessuologia organizzato dal CIS nel teatro del Casinò dal 5 all’8 aprile 1972. A scatenare l’allora reazione del neonato movimento di liberazione omosessuale, fondato nell’aprile 1971 dal dotto libraio Angelo Pezzana, il tema scelto per l’assise convegnistica: «comportamenti devianti della sessualità umana» con esclusiva attenzione all’omosessualità declinata secondo coordinate patologizzanti e terapeutiche.

Col coinvolgimento di esponenti dei gruppi inglesi e francesi Gay Liberation Front (GLF) e Front homosexuel d’action révolutionnaire (F.H.A.R.), rispettivamente rappresentati da Mario Mieli e Françoise d’Eaubonne, ma anche del belga Mouvement homosexuel d’action révolutionnaire (M.H.A.R) nonché di gruppi olandesi e norvegesi, lo sparuto drappello di attivisti e attiviste – «meno di 20», come specifica a Linkiesta Angelo Pezzana – riuscì a svolgere una tale azione di destabilizzazione e disconoscimento del Congresso quale «manifestazione in sé mistificante e, quindi, repressiva» (così ne parlò Alfredo Cohen) da portare a una chiusura anzitempo dello stesso.

Tra gli altri partecipanti anche Enzo Francone, Emma Allais, Francis Padovani, Manfredi Di Nardo, Mario Franco Tridente, Robert Payen.

Ma di più ampia portata fu l’effetto mediatico della contestazione sarnemese, che si concentrò nella giornata del 5 aprile ed ebbe il suo epilogo – stando almeno alla cronaca che ne fece Cohen sul numero 1 della rivista FUORI! – la mattina del giorno seguente con il mirabile intervento di Françoise d’Eaubonne.

Agli occhi dell’Italia d’inizi anni ’70 il FUORI! si stagliava oramai in quella fisionomia e in quel ruolo di movimento unitario per i diritti di gay e lesbiche, che avrebbe detenuto fino al 1982, anno dello scioglimento. E con esso si mostravano in tutta loro visibilità e dignità esistenziale quelle persone omosessuali, di cui «si parlava unicamente sulle pagine di nera quando avvenivano omicidi o rapine: noi eravamo gli anormali, gli invertiti, gli appartenenti al torbido mondo».

A ricordarlo ancora una volta al nostro giornale lo stesso Pezzana, che dall’alto dei suoi 82 anni è, insieme con Riccardo Rosso, l’unico sopravvissuto della manifestazione sanremese: «Costituito a Torino quasi un anno prima e con una propria sede, il FUORI! aveva già una trentina di punti di riferimento in tutta Italia. Per farci conoscere e documentare la nostra azione politica, avevamo anche avviato nel dicembre ‘71 la nostra rivista col numero 0. Ma ci mancava una visibilità esterna al nostro mondo.

Ecco perché, quando circa un mese prima abbiamo appreso del Congresso d’aprile a Sanremo, ho subito visto in esso l’occasione opportuna per realizzare un qualcosa cosa che potesse coinvolgere i media. Coinvolgerli per far sapere a tutti che da un anno era nato il movimento ma anche per denunciare il tentativo di far passare l’omosessualità come malattia in nome della scienza».

Il fondatore del FUORI! ricorda quindi la preparazione della manifestazione: «Ci confrontammo soprattutto con esponenti del F.H.A.R. Stilammo un invito per i giornalisti e stampammo manifesti, volantini, cartelloni. Il 4 aprile eravamo già a Sanremo. Io, Carlo Sismondi e Françoise d’Eaubonne c’eravamo iscritti come congressisti, facendoci passare per psichiatri e pagando anche la relativa quota, fra l’altro salata, per poter seguire i lavori dall’interno».

La mattina del 5 nel piccolo giardino antistante la Porta Teatro del Casinò ebbe così inizio la protesta. Ai singoli partecipanti del simposio e ai partecipanti furono consegnati i volantini, mentre attivisti e attiviste indossavano cartelli con scritte provocatorie o dannatorie del tipo: Psichiatri, siamo venuti a curarvi; La normalità non esiste; Psichiatri, ficcatevi i vostri elettrodi nei vostri cervelli; 1° e ultimo Congresso di Sessuofobia; Gay is Proud; Psichiatri fascisti, tornate a casa dalle vostre mamme.

La manifestazione in quanto non autorizzata fu successivamente interrotta da agenti della polizia, che, accorsi sul posto dopo essere stati allertati dagli organizzatori del Congresso, sequestrarono i cartelloni e ritirarono i documenti dei partecipanti. Le dichiarazioni di Giacomo Santori, presidente del Cis, su un intervento spontaneo delle forze dell’ordine sarebbero state poi contestate per ben due volte come false in pieno Congresso.

«Avendo saputo dell’arrivo della polizia – continua Pezzana – mi precipitai all’esterno armandomi di cartellone e partecipando alle contestazioni. Quando arrivarono gli agenti e chiesero chi fosse l’organizzatore, tutti indicarono me. Mi invitarono allora a seguirli in commissariato, dove spiegai di non sapere della necessità di un’autorizzazione per tenere una manifestazione: era per noi la prima volta. Passò circa una mezzoretta per espletare le varie formalità. Ma alla fine mai mi sarei aspettato che mi si chiedesse: Lei ha intenzione di tornare alla manifestazione? Possiamo allora darle un passaggio? Cosa che infatti avvenne».

Ricondotto al Casinò insieme con Mauro Molinari, che era stato anche lui portato in commissariato, il libraio sotto mentite spoglie di psichiatra prese nuovamente parte ai lavori. E fu allora che, secondo il suo racconto, sarebbe avvenuto il famoso intervento della poeta ed ecofemminista Françoise d’Eaubonne: «Tenne un discorso mirabile di circa quindici minuti da vera amazzone. Preso il microfono, esordì col dire: Voi non parlate a noi d’omosessualità. Ma dobbiamo insegnare noi a voi chi siamo».

Poi creammo lo scompiglio. Avevamo due scatole di fiale puzzolenti: le abbiamo pestate. A quel punto tutti i presenti si sono turati il naso, lasciando la sala. In ultima analisi, soggiunge Pezzana, «quel giorno ottenemmo l’effetto desiderato: i media nazionali parlarono di noi. Luciano Curino, ad esempio, scrisse un articolo per La Stampa, riportando le mie dichiarazioni con la parola “tabù” omosessualità. C’era anche la Rai: realizzò dei servizi orrendi ma li fece». Il riferimento è all’inchiesta di Gigi Marsico, che sarebbe stata inserita nella puntata speciale di “AZ: un fatto come e perché” mandata in onda il 6 giugno 1972.

Non meraviglia pertanto che il cinquantenario della manifestazione di Sanremo sia al centro di numerosi eventi volti non solo a commemorare ma anche ad attualizzare quanto si ricorda e celebra in un percorso di riflessione condivisa. Mentre si terrà stamani al Casinò il convegno “Sesso e Società. Il mondo Lgbt+ 50 anni dopo” su organizzazione di Agedo nazionale e del Coordinamento Liguria Rainbow, la città del festival della canzone italiana ospiterà invece sabato prossimo il suo primo Pride.

Per non parlare poi della puntata speciale del podcast “Le radici dell’orgoglio”, realizzata da Giorgio Bozzo per l’occasione. Ma un rilievo tutto particolare ha indubbiamente l’incontro di stasera a Torino presso il Circolo dei Lettori: su moderazione di Maurizio Gelatti, co-presidente della Fondazione Sandro Penna/FUORI!, Angelo Pezzana, Elena Loewenthal, Luca Beatrice, Francesco Urbano Ragazzi e Roberto Mastroianni parleranno della protesta del ’72 a partire dal catalogo della mostra del Polo del ‘900 FUORI! 1971-2021 (hopefulmonster) e della raccolta FUORI! 1971-1974 (Nero editions), che riproduce i primi tredici numeri della storica rivista.

Insomma, conclude Pezzana a Linkiesta, «senza tirare in ballo definizioni erronee del tipo “Stonewall italiana”, perché quanto avvenne a Sanremo non evoca neppure lontanamente motivi e aspetti dei moti newyorkesi, è importante ricordare un tale anniversario. Quel giorno, infatti, noi abbiamo fatto la storia, pur senza rendercene conto».

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