Stella mortaIl bipolarismo in Italia non ha più senso da anni, ma la politica non riesce a cambiare

Che l’opposizione centrodestra-centrosinistra fosse obsoleta sembrava chiaro, ma il governo gialloverde ha chiarito ogni equivoco: con l’avvento dei populismi, la più esibita diversità politico-ideologica altro non ha rappresentato che la maschera del più affaristico trasformismo

di Vitor Fontes, da Unsplash

Può succedere di tutto – la pandemia, la guerra e chissà che altro – e questo tutto dimostra, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il bipolarismo centro-destra versus centro-sinistra, inaugurato in Italia dopo la fine della Prima Repubblica, non sia molto di più del grottesco metaverso della politica retroversa: una foresta virtuale, popolata da ultimi e contrapposti giapponesi di una guerra finita.

Eppure questo bipolarismo apparente sembra destinato a rimanere la struttura di organizzazione e la sovrastruttura di comunicazione della nostra politica e la variabile indipendente della nostra democrazia, complici anche leggi elettorali imbalsamatrici, che trasformano in una mummia imperitura un trapassatissimo cadavere.

In teoria dovremmo avere compreso, in modo abbastanza clamoroso, le conseguenze di questo o di qua o di là rispetto a un confine, che aveva qualche senso rispetto alle mappe geografiche, culturali e strategiche del secolo breve, e ora non ne ha invece più nessuno, visto che su tutte le grandi sfide politiche e di governo – ordine politico internazionale, sicurezza sociale e competitività economica, crisi del welfare state e disuguaglianze, demografia e immigrazione … – le alternative in gioco sono ampiamente trasversali e questa partizione ideologica postdatata, con i suoi tribalismi e le sue mafioserie – “mai con questo, mai con quest’altro” – in realtà autorizza grandi scontri, come grandi accordi e suscita solidarietà politiche non dichiarate pure tra dichiaratissimi nemici.

Se nel ‘900 la polarizzazione destra/sinistra già non esauriva e, per certo verso, dirottava verso uno schema da prima rivoluzione industriale le divisioni e i conflitti di società avanzate in profonda trasformazione e il fascismo, molto presto, aveva rappresentato una smentita di questa astratta geometria politica, oggi la destra, il centro e la sinistra primo-repubblicane non esprimono proprio più nulla di attuale, né di rilevante. Non dicono praticamente niente delle opposizioni, delle distinzioni e dei conflitti reali che conflagrano nella crisi del sistema democratico, della società aperta, dei suoi equilibri e delle sue regole. Indicano un o di qua o di là, che non individua il vero confine della politica contemporanea, che è la trincea in cui vivono rintanati e assediati i difensori i della società aperta.

Non sono mancati, anche nel cuore del ‘900 e anche in Italia, minoranze liberali e radicali che ammonivano sull’oblio colpevole di questa alternativa fondamentale e superiore a tutte le altre: quella tra lo stato di diritto e ogni possibile ragione di Stato. Il populismo democratico, di destra come di sinistra, è il figlio naturale di questo oblio. Ma proprio su questa alternativa – la libertà come fonte e non come prodotto di qualsiasi autorità, la libertà come vincolo e come limite del potere sovrano – si affronta il problema esistenziale delle democrazie liberali, si rimescolano gli schieramenti novecenteschi e si svelano le alleanze reali.

Basta vedere con quale naturalezza sulla guerra all’Ucraina vecchi e nuovi compagni e camerati, melliflui populisti e gretti sovranisti, intellettuali “complessisti” e rossobruni faciloni fanno insieme sponda all’avvelenatore del Cremlino e fronte comune contro la cosiddetta guerra per procura americana.

Basta vedere con quale noncuranza il sinistrismo antiglobalista si specchi nel destrismo antimondialista e nel partito unico del nazionalismo glocal, in un’orgia di suggestioni autarchiche e frustrazioni isolazioniste e nel vagheggiamento di banche centrali bancomat, al servizio di ogni desiderio e a garanzia di ogni possibile scambio politico-elettorale.

Ma basterebbe, più in piccolo e su scala ancora più domestica, vedere come sui temi della giustizia ogni discussione e chiacchiera debba fermarsi di fronte ai principi non negoziabili della galera, dell’ordalia e del punitivismo a prescindere, per dare a ciascuna piazza il suo colpevole, il suo nemico da odiare e da disprezzare, il suo alibi per sentirsi “diversa”. Sono tutti d’accordo – su un lato e sull’altro dell’o di qua o di là – a considerare la giustizia una cosa politicamente troppo sensibile, un dispositivo troppo potente di mobilitazione sociale per farne solo una questione di diritto.

Sarebbe in teoria bastato il governo giallo-verde dei carissimi amici/nemici grillo-leghisti a fare piazza pulita degli equivoci e a dimostrare come la più esibita diversità politico-ideologica sia la maschera di scena del più affaristico trasformismo. Ma non è bastato e – a quanto pare – non serve neppure tutto il resto che nel frattempo è accaduto.

Anche questa democrazia senza bussola e senza meta è ovviamente un problema politico, che non ha senso limitarsi a censurare per trarne profezie infauste sul destino dell’Italia. Avere politicamente ragione, senza riuscire a farsela democraticamente riconoscere è comunque una sconfitta, non una medaglia da appuntarsi orgogliosi sul petto. Peraltro, la permanenza di questo schema bipolare alienato e alienante non è un problema che sia possibile liquidare come il sintomo di una cronica arretratezza italiana. È un problema globale della democrazia del XXI secolo e un problema interno di tutte le democrazie. Pure quella americana si spenzola, per questa ragione, da anni sull’orlo dell’abisso.

Sarebbe dunque auspicabile che quanti hanno dato mostra, almeno in parte, di capire quale sia oggi il pericolo che si corre e quale sia la guerra che si sta combattendo dentro e contro le democrazie liberali, dessero prova di coraggio, oltre che di consapevolezza, provando a fare saltare il banco del bipolarismo italiano, di cui, come di una stella morta da migliaia di anni, percepiamo la luce dalla Terra, interpretandola per errore come una prova di esistenza.