Fate prestoPutin ha dichiarato guerra alla democrazia liberale, e i nostri liberaldemocratici mangiano il gelato

I partiti costituzionali e repubblicani non si rendono conto della posta in gioco e continuano a preoccuparsi di strappare uno zerovirgola al vicino di banco, mentre i volenterosi complici del Cremlino fanno politica. A difendere la società aperta c’è l’eroica resistenza ucraina e, adesso, anche Svezia e Finlandia che si sentono più protette sotto l’ombrello della Nato (come disse Enrico Berlinguer nel 1976, in un’intervista che oggi farebbe piangere l’opinionista di Bianca Berlinguer)

di Aziz Acharki, da Unsplash

Le forze politiche costituzionali e repubblicane dell’Italia 2022 probabilmente non hanno ben capito la portata delle cose che stanno succedendo e si comportano come se la guerra al confine europeo, la resistenza commovente del popolo ucraino, la richiesta di ingresso nella Nato di due Paesi tradizionalmente neutrali come la Finlandia e la Svezia consapevoli però di cosa voglia dire vivere sotto la minaccia d’invasione di un regime autoritario, fossero eventi ordinari e non, invece, la fase finale della grande battaglia civile e purtroppo anche militare in difesa della democrazia liberale, della società aperta e della libera circolazione delle idee, delle persone e delle merci. 

Le forze politiche costituzionali e repubblicane dell’Italia 2022, quelle che vanno dal Partito democratico a Forza Italia, passando per il mondo radicale, liberal democratico e liberal socialista che va da Calenda a Bonino a Renzi, si comportano come se il nemico fosse il vicino di banco che alle elezioni del 2023 potrebbe rosicchiare qualche punto percentuale e non capiscono che in gioco non ci sono zerovirgola in più o in meno ma la fine della democrazia italiana ed europea. 

Non capiscono e quindi non fanno nulla di rilevante per organizzare la difesa della società aperta, non prendono nessuna iniziativa politica, non organizzano nessuna mobilitazione nazionale. Niente di niente. 

Enrico Letta si barcamena tra un solido e limpido atlantismo personale e la resa politica di una parte della sua classe dirigente cui ogni tanto deve dare un contentino via Twitter.

Carlo Calenda come sempre è il più attivo, ma l’invasione russa gli ha rovinato il progetto di consolidamento di Azione: presenta ottimi dossier da centro studi su vari temi, a cominciare da quello energetico, ha appena scritto un libro sui limiti del liberalismo che è condivisibile in linea teorica ma un po’ meno se consideriamo che gli avversari al momento non sono pericolosi libertini ma i sodali, se non gli agenti, dei nemici della società aperta. Ma, in generale, sulla guerra di Putin al mondo liberal democratico, Calenda si è tenuto lontano dall’assumere in Italia la leadership churchilliana a lui molto cara.

Anche Matteo Renzi ha un libro in uscita con cui denuncia il processo di mostrificazione che ha subìto dai bipopulisti politici, togati e giornalistici, ma non si vedono iniziative politiche di Italia viva come quelle con cui in questa legislatura ha salvato il paese per ben due volte, la prima da Salvini e la seconda da Conte. Anzi si nota un’inusuale timidezza ad affrontare la questione più importante della nostra epoca.

Forza Italia è ostaggio dei sovranisti di destra che promettono di garantire una manciata di seggi al circolo ristretto berlusconiano e quindi va nella direzione sbagliata, basta guardare il grottesco palinsesto informativo Mediaset. Forza Italia, poi, non fa squadra con Mara Carfagna e le buone iniziative di governo del ministro come quella sul mezzogiorno organizzata in questi giorni. 

Al contrario, invece, i bipopulisti italiani hanno bene in mente quale sia la posta in gioco e di conseguenza fanno politica sapendo che questa è la loro grande occasione. Trump è temporaneamente fuorigioco, Putin è diventato impresentabile ovunque tranne che nei talk show nostrani, Marine Le Pen ha perso. La partita va giocata senza sponde, al momento.

Così Giorgia Meloni sta provando a costruirsi un profilo nazionale e atlantico, anche per differenziarsi da Salvini, ma resta la leader dei neo, ex post fascisti italiani, alleata dell’alleato del Cremlino Viktor Orbán e il suo atlantismo è quello dei paragolpisti del giro Trump e della Conservative Political Action Conference, un’iniziativa di picchiatelli, reazionari ed eversivi.

Matteo Salvini è notoriamente il politico più incapace del panorama italiano, forse anche europeo, è costretto a rincorrere Meloni e quindi prova ad annettersi Forza Italia per aspirare al primo posto alle elezioni e rilascia grottesche interviste da statista al Corriere della Sera in apertura della sua conferenza programmatica di Roma, salvo poi dire no all’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato, rimettendosi di fatto la maglietta di Putin.

A Roma ha invitato come ospite d’onore il più screditato dei tentatogolpisti trumpiani, Rudy Giuliani, cui hanno sospeso la licenza ad esercitare la professione d’avvocato. Resta un mistero come possa essere venuto in mente a Salvini di invitare una macchietta come Giuliani, vent’anni fa l’eroe post 11 settembre e ora un personaggio caricaturale peraltro protagonista delle fetide manovre trumpiane anti Biden proprio in Ucraina. 

A proposito di aiutini ai trumpiani sulla bufala ucraina orchestrata dal Cremlino per screditare Biden, non si può non parlare di Giuseppe Conte, il cui governo mise a disposizione del ministro della Giustizia di Trump gli apparati di intelligence italiani per trovare le prove inesistenti del complotto. Con perentori penultimatum, che regolarmente rientrano, Conte sabota quotidianamente le attività del governo che, defenestrandolo da Palazzo Chigi, ha salvato l’Italia dalla catastrofe del Covid. E sull’aggressione imperialista di Putin, Conte è il primo ostacolo italiano agli aiuti militari all’Ucraina, grazie ai quali Kiev si difende, Mosca si ritira e la pace si avvicina.

Mentre le forze nemiche della società aperta si attrezzano a vincere le elezioni, si disperano fino a un certo punto per la sconfitta di Le Pen in Francia e aspettano la vittoria militare di Putin e il ritorno di Trump, i partiti costituzionali si fanno dispettucci da adolescenti senza nemmeno provare a costruire non dico una resistenza d’acciaio come quella ucraina, ma nemmeno un comitato di liberazione nazionale dal bipopulismo.

La difesa della società aperta italiana non può che passare dall’adozione della legge elettorale proporzionale per risparmiarci la macabra roulette russa del maggioritario al tempo del populismo – “o vince la libertà oppure ci arrendiamo a Putin, che bello la sera stessa del voto lo sapremo!” – e quindi scongiurare la pallottola fatale alla tempia che i francesi hanno schivato per miracolo un paio di domeniche fa.

Non è che bisognasse aspettare il 24 febbraio, giorno dell’invasione militare dell’Ucraina, per avere conferma delle mire imperialiste di Vladimir Putin, intanto perché la Russia aveva già invaso l’Ucraina, annettendo la Crimea e parti del Donbas, dopo peraltro aver invaso anche la Georgia e la Transnistria e imposto per due volte un presidente fantoccio a Kiev. 

Ma soprattutto perché da parecchio tempo ormai Putin ha dichiarato guerra all’Occidente che ha sconfitto il totalitarismo sovietico, nell’indifferenza dei volenterosi complici del Cremlino che prima prendevano in giro chi denunciava le manipolazioni dei processi democratici europei e americani, le fabbriche dei troll per eliminare i nemici, l’ingegnerizzazione delle fake news per corrompere il discorso pubblico e gli accordi politici (e non solo) con i partiti eversivi dell’ordine costituito occidentale e poi negavano che la Russia volesse attaccare l’Ucraina.

Una strategia del caos con cui Putin ha conquistato la Casa Bianca con Trump, Palazzo Chigi con i bipopulisti ed è andato due volte vicino a conquistare l’Eliseo. 

La riscossa democratica avviata da Joe Biden e da Mario Draghi, in Italia grazie alla lungimiranza di Renzi e alla saggezza di Sergio Mattarella, ha convinto Putin ad accelerare il processo di scardinamento dell’ordine internazionale cominciato con la strategia della diffusione del caos in Occidente (Brexit, referendum italiano, fake news, Trump), nella fallace convinzione che il declino americano e la debolezza dell’Occidente non potessero competere con la gloriosa avanzata dell’armata rossa in territorio ucraino. 

Putin si era dimenticato degli ucraini, però. Credeva, come gli esperti Alessandro Orsini e Lucio Caracciolo, che fossero solo pedine ininfluenti manovrate per procura da qualcun altro. Inoltre non aveva previsto la solida reazione americana né la compattezza dell’Europa e della Nato.

Per il momento ci stanno pensando gli ucraini a fermare, anche per noi, l’avanzata delle tenebre nel cuore dell’Europa e a dare slancio all’alleanza atlantica che Trump aveva sfiancato e di cui Macron aveva annunciato la «morte cerebrale». 

Slava Ukraini!, dunque, e Gloria anche alla Finlandia e alla Svezia che di fronte all’aggressione russa si sentono più protette sotto l’ombrello della Nato, come già Enrico Berlinguer nel 1976, quando prese una posizione che oggi farebbe piangere il piccolo opinionista di Bianca Berlinguer. 

Il biputinismo italiano fa il suo mestiere di apologeta del Cremlino a reti unificate, in attesa di raccogliere i frutti della propaganda illiberale, antioccidentale e antiamericana alle elezioni del prossimo anno. E noi qui con la società aperta che sta morendo, e i partiti costituzionali che mangiano il gelato.  

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