L’eredità della OstpolitikIl feroce dibattito in Germania sul filo putinismo dei politici tedeschi

In tutto il Paese si sta rivalutando il modo in cui buona parte della classe dirigente si è relazionata con il Cremlino negli ultimi decenni, in un confronto pubblico sociale e culturale che va ben oltre la questione delle forniture energetiche

AP/Lapresse

Nel dibattito sulla dipendenza energetica dei Paesi europei da Mosca, la Germania è il Paese più sotto i riflettori: non solo perché è la prima economia dell’Unione europea, ma anche perché i suoi legami con la Russia sono particolarmente problematici.

Dagli anni Settanta in poi, il Paese ha gradualmente ma costantemente aumentato i suoi scambi con la Russia, soprattutto in materia energetica: la Ostpolitik, infatti, si basava sull’assunto che i rapporti commerciali avrebbero reso impossibile il sorgere di un conflitto militare, poco conveniente per entrambe le parti.

Questo disegno è stato perseguito con costanza dalle classi dirigenti tedesche degli ultimi decenni, senza particolari distinzioni tra i due principali partiti della storia tedesca, la Spd e la Cdu. Se il padre della Ostpolitik può essere considerato il socialdemocratico Willy Brandt, una sua convinta sostenitrice è stata, in tempi recenti, Angela Merkel, cristiano-democratica.

Ora che l’invasione dell’Ucraina ha decretato il fallimento della Ostpolitik, la Germania è al banco degli imputati agli occhi di diversi partner europei e occidentali, e nel Paese come all’estero si discute sulle scelte che hanno portato alla situazione attuale e le responsabilità di esse.

A fine marzo, ad esempio, Politico, il magazine statunitense di da Axel Springer (editore tedesco che controlla anche Die Welt e Bild) ha pubblicato un pezzo con l’eloquente titolo “Gli utili idioti tedeschi di Putin”: sosteneva come le politiche energetiche tedesche degli ultimi anni abbiano messo Berlino in una posizione di debolezza alimentando il potere negoziale russo.

Due giorni fa, ancora su Politico, è apparso un articolo firmato da Matthew Karnitschnig dal titolo “12 Germans who got played by Putin”, “dodici tedeschi che sono stati fregati da Putin”, che illustra una serie di personalità «da biasimare più di altri per l’approccio errato avuto dalla Germania nei confronti della Russia».

Tra le persone menzionate da Politico, come è facile immaginare, ci sono figure di primo piano della politica tedesca. Angela Merkel, ad esempio, viene definita «la persona più responsabile per la crisi in Ucraina», a causa del suo rifiuto di accogliere Kiev nella Nato e del suo aver proseguito nella costruzione di Nord Stream 2, il gasdotto bloccato Scholz proprio dopo l’invasione.

I due gasdotti Nord Stream, del resto, sono il motivo per il quale figura nella lista anche il socialdemocratico Frank-Walter Steinmeier, attuale Presidente della Repubblica che ha di recente dichiarato di ritenere un errore il suo supporto ai legami con la Russia. Ovviamente, nell’articolo viene dedicato spazio anche a Gerhard Schröder, ex cancelliere Spd divenuto poi presidente della società a capo di Nord Stream, e sono menzionati anche Friedrich Merz, attuale segretario Cdu, e Manuela Schwesig, presidente del Mecleburgo-Pomerania.

Accanto alle figure politiche, però, nell’articolo compaiono anche persone afferenti al mondo del giornalismo o a quello delle imprese, fino ad arrivare persino a Jürgen Habermas, attualmente uno dei più influenti filosofi a livello europeo e mondiale.

In effetti, più che per stabilire una sorta di gerarchia delle responsabilità, l’articolo di Politico è utile soprattutto a prendere atto di quanto, in Germania, i rapporti con la Russia siano ramificati e trasversali, dal mondo politico-economico fino a quello più ampiamente culturale.

La dipendenza energetica da Mosca è solo una parte della questione: la Ostpolitik ha rappresentato uno dei modi in cui Berlino si è percepita per decenni, con profondi effetti sul piano generale e culturale. La guerra, pertanto, ha costretto la Germania a interrogarsi anche sull’identità che si è costruita dal ‘45 ad oggi, e su come guarda alle sue responsabilità storiche. Considerare questo piano è fondamentale per capire, ad esempio, i toni carichi di gravità con cui l’opinione pubblica tedesca ha accolto la notizia dell’invio di armi o dell’aumento delle spese militari, anche quando la maggior parte di essa era d’accordo.

Per questo, oggi, in Germania la guerra in Ucraina sta stimolando una serie più discussioni che in altri Paesi europei. In questo contesto, gran parte del dibattito attuale, culturale prima ancora che politico, si può leggere attraverso la dicotomia ben descritta qualche giorno fa proprio da Jürgen Habermas in un suo editoriale sulla Süddeutsche Zeitung.

Secondo il filosofo, in Germania attualmente si confrontano due paradigmi. Il primo, sostenuto generalmente dalle generazioni più giovani, vede nell’impegno a favore dell’Ucraina una questione valoriale, di fedeltà agli ideali occidentali ed europei. Il secondo, invece, che è proprio soprattutto delle generazioni che hanno visto la Guerra Fredda, sottolinea i rischi di una guerra nucleare, e pone l’accento sulla cautela negoziale, non negando il sostegno all’Ucraina ma subordinandolo in qualche modo alla necessità di abbandonare l’idea di “vittoria” sulla Russia (quantomeno nei termini in cui viene comunemente intesa).

Per Habermas è possibile unire le due prospettive attraverso l’impegno a far si che l’Ucraina non perda la guerra (non potendosi sconfiggere, in senso classico, una potenza nucleare). La dialettica descritta da Habermas, comunque, è ben visibile nel dibattito politico tedesco, dove non è tanto il sostegno all’Ucraina a essere in discussione, quanto i modi. Nelle scorse settimane, ad esempio, prima che si decidesse di inviare armamenti pesanti a Kiev, il dibattito interno al governo aveva al centro proprio la possibilità che la mossa fosse letta come co-belligeranza da Mosca, con tutto quello che ne sarebbe derivato (oltre che ai rischi sulle forniture del gas).

Accanto a chi teme legittimamente i rischi di un’escalation, vi sono anche settori dell’opinione pubblica più restii a supportare l’Ucraina per via dei tabù tedeschi sull’invio di armi e sulle azioni militari. Pochi giorni fa, ad esempio, ventotto figure del mondo dello spettacolo hanno inviato una lettera aperta a Scholz, in cui si criticava l’invio di armi e si sosteneva che, per quanto la resistenza a un’invasione sia legittima, quella ucraina abbia ormai superato il limite in cui le perdite subite sono ragionevolmente proporzionate all’aggressione. I firmatari della lettera sono stati accusati da più parti di presentare gli ucraini come responsabili delle loro stesse vittime, e molti di essi hanno ritrattato i toni del testo nei giorni seguenti.

Non mancano, poi, per quanto isolate, voci più solidali con la Russia: Gerhard Schröder, ad esempio, continua ad affermare la necessità di dialogare con Mosca e di allentare le sanzioni, oltre a sostenere diversi argomenti sulle responsabilità dell’Ucraina nello scoppio del conflitto, e a mettere in dubbio la responsabilità dei crimini di guerra documentati (ad esempio in riferimento a Bucha).

Il dibattito interno alla Spd sul ruolo di Schröder è aumentato esponenzialmente dopo l’invasione, con sempre più esponenti che ne chiedono l’espulsione. Schröder, in effetti, è divenuto ormai il simbolo di quella parte di Germania che non intende rinnegare i rapporti con la Russia, anche a fronte di generalizzate e profonde ammissioni di errori arrivate spesso anche da coloro che hanno sostenuto la necessità di dialogare e tutelare i rapporti tra i due Paesi.

Il dibattito sulla dipendenza energetica e sui legami con Mosca, quindi, si salda in Germania a quello sul piano più culturale, arrivando a rappresentare entro certi termini anche un conflitto generazionale, e divenendo un momento di autoriflessione dell’identità nazionale.

In questo senso, l’eredità della Ostpolitik interroga la politica ben oltre la questione delle forniture energetiche: trattandosi di una presa d’atto di una serie di errori storici, essa diviene un momento più ampio dei cambiamenti attraverso cui Berlino è chiamata a modificare il suo volto nei prossimi anni. Un processo in cui, chiaramente, non si dovranno attribuire responsabilità evidenti solo ex post, ma nemmeno cedere all’autoindulgenza.