Capolavoro ItaliaIl talento delle Kardashian di venderci il paese che amiamo

Per gli americani non siamo più il Paese delle canotte (o delle mutande) in bianchennero, ma quello dei pizzi corti e delle guepière esibite al matrimonio di Kourtney a Portofino. Al contrario delle nostalgie medio-progressiste, sono senza dubbio instagrammabili

da Instagram

Non mi ricordo chi fu, nel 1992, a dire che “Mediterraneo” aveva vinto l’Oscar perché rappresentava l’Italia come piace vederla agli americani: in mutande. Ci ripenso spesso; forse «in canotta» sarebbe stata una dicitura più corretta: cinque anni fa, nella Modena raccontata da Aziz Ansari nella sua serie su Netflix, c’erano così tante canotte che sembrava il neorealismo non fosse mai finito.

Guardando distrattamente gli Instagram di casa Kardashian, nel weekend, ho ricominciato a chiedermi che Italia vedessero trent’anni dopo gli americani, ma pure che Italia vedessero gli italiani. Quegli italiani che si lamentavano – causa discesa sulla località di villeggiatura delle Kardashian di pizzo ricoperte come madonne da un santuario ma con uso d’autoscatto – dell’involgarimento di Portofino. Ma quand’è che Portofino è stata non volgare, con quegli uomini col golf sulle spalle, con quei prezzi al metro quadro?

Il fatto è che l’Italia in mutande era un’Italia in bianchennero. Era un intero mondo in bianchennero: sembrava raffinata persino Saint Tropez, un posto in cui il locale medio apre lo schiumante sciabolandone il collo della bottiglia, orsù. La realtà è volgarissima ovunque, nei posti a prezzi popolari e in quelli in cui l’ombrellone ha un costo selettivo.

La famiglia Kardashian è talmente emblematica di questi tempi che, nello spettacolo con cui sta girando il mondo in questi mesi, Chris Rock la usa per redarguire Meghan Markle e la sua lagna sui suoceri non affettuosi: «Se voleva una famiglia acquisita inclusiva, doveva sposarsi un Kardashian».

L’Italia delle Kardashian è l’Italia dei colori saturi di Instagram, che poi sono anche i colori saturi delle stoviglie di Dolce e Gabbana (o delle loro pubblicità, o delle stampe di certi loro vestiti), e infatti il matrimonio era più sponsorizzato d’una puntata qualunque di Temptation Island.

Il matrimonio di Kourtney (ho dovuto controllare quale sorella fosse stata a sposarsi, con gran sdegno del ceto medio riflessivo che voleva conservare un ricordo anni Cinquanta di Portofino: come tutti, non sono in grado di distinguere una sorella con la K dall’altra) era l’Italia vista da Las Vegas, che è più instagrammabile dell’Italia di “Mediterraneo”. Sul velo da sposa c’è una madonna (quanta provincia italiana) e sotto le scritte «family loyalty respect» (quanti rapper, quanto New Jersey, quanti Soprano).

Il ceto medio scandalizzato lo era perché, sotto strati di velo, s’intravedeva una sposa vestita di poco più che un corsetto, ma il ceto medio scandalizzato probabilmente ha passato gli anni Novanta in camicie di flanella a scacchi, mentre noialtre compravamo guepière viste sfilare addosso a Monica Bellucci come fossero state abiti e non biancheria. Per la lingerie esposta, Dolce e Gabbana hanno fatto più della sottoveste di Liz Taylor nella “Gatta sul tetto che scotta”, più del reggiseno Gaultier di Madonna, più della canotta di Marlon Brando in “Fronte del porto”.

Il New York Times ha pubblicato una dolente conversazione in cui due giornaliste signoramiano su questi matrimoni moderni in cui tutto è in vendita, ma forse pure i divani erano D&G, che declino, che mondo, che tempi. Come fosse meglio vivere in un film di Garrone e indebitarsi con gli usurai per pagare il matrimonio, che farselo pagare dallo sponsor.

Le giornaliste rievocavano come tempi d’oro delle celebrità sobrie il matrimonio tra Jennifer Aniston e Brad Pitt di cui fu distribuita una sola foto in bianchennero (sempre la scelta da indulgenza plenaria); non rievocavano il precedente Bessette-Kennedy (pure matrimonio riservato, pure una sola foto), dando probabilmente per scontato che i lettori d’un articolo sulle Kardashian ignorino l’esistenza di Carolyn Bessette. Ma neanche citavano l’abito da sposa anch’esso con-le-scritte di Angelina Jolie, seconda moglie di Pitt e non sospettabile di vendere barrette dietetiche su Instagram: l’idea che un certo tipo di popolarità l’abbia inventata la famiglia Kardashian è quantomeno ingenua.

In “Top Five”, film di Chris Rock del 2014 (l’anno in cui Kim Kardashian sposò Kanye West), il protagonista sta per sposare una influencer che non lo bacia senza telecamere davanti, «se non ci sono telecamere non è mai successo». Passa la giornata con una intervistatrice del New York Times, e non è difficile capire che si chiederà chi glielo faccia fare di continuare a vivere in quel circo, anche perché l’intervistatrice ha l’aspetto di Rosario Dawson.

Ci ripensavo guardando il capolavoro kardashiano di trasformazione dell’evento più inutile che esista, un matrimonio, in storia della moda e del costume: Kim e la figlia sembravano uscite da un set di Pietro Germi; tutte le femmine di casa hanno indossato per giorni vestiti degli ultimi trent’anni dell’archivio D&G: è come se Dolce e Gabbana avessero avuto la loro mostra al Costume Institute, ma con la scenografia ligure; i maschi, vabbè, per i maschi tatuati pure in faccia non è che si possa fare molto, il postmoderno ne fornisce perlopiù esemplari fallati.

Pensavo alla influencer del film che a un certo punto dice al quasi marito che non può piantarle un casino sulle nozze, tassello importantissimo della di lei fama, perché «io ho solo questo: non ho un talento». Pensavo a com’è facile, pur essendo gente sveglia che con lo spirito d’osservazione si guadagna da vivere, scivolare nel moralismo e buttare lì una battuta dolente sulla consapevolezza della influencer della propria mancanza di talento. Guardavo le Kardashian che ci vendevano gli spaghetti al dente nei piatti di Dolce e Gabbana, che ci vendevano un’Italia da pagine patinate che quasi ti fa venir voglia di trasferirtici, in quel posto devoto e godurioso e antiquato e postmoderno, e pensavo: se non è talento questo.