Far ridere è un mestiere pericolosoIl delirio di questi tempi è stato già fatto a pezzi 40 anni fa dal genio di George Carlin

Il documentario Hbo di Judd Apatow esplora la figura del comico americano, il quale è vissuto nell’epoca d’oro in cui poteva fare battute devastanti e scandalose senza che orde di indignati militanti chiedessero la sua testa su Twitter

frame da Youtube

A cosa servono i comici? In “George Carlin’s American Dream” c’è Chris Rock che dice che hanno preso il posto dei filosofi: chi è che oggi si mette ad ascoltare i filosofi? Su Twitter ci sono ogni giorno militanti offesi perché un qualche comico ha mancato di rispetto al loro settore d’appartenenza: vogliamo essere rassicurati e rappresentati, due ruoli più adatti alle maestre elementari che ai filosofi e ai comici; non vogliamo essere spiazzati né irrisi, il che rende quello del comico contemporaneo un mestiere impossibile.

Gira voce che stia per uscire un nuovo monologo di Gervais, che sarebbe grandemente transfobico, ed è un’accusa che magari qualche tempo fa avremmo preso quasi sul serio, sebbene tendenzialmente scema (non tutto quello che t’irride ha una fobia nei tuoi confronti: anzi). Ma sabato un comico americano ha invitato Dave Chappelle ad aprire il suo spettacolo, e domenica Twitter era un catalogo d’accuse di transfobia. Vi ricordate del matto che l’aveva aggredito sul palco qualche settimana fa? Aveva un coltello a forma di pistola. Chappelle l’altra sera l’ha descritto come «un coltello la cui identità di genere era una pistola» (vi vedo che state ridendo), e la sobria risposta della militanza trans è stata «fa battute transfobiche perché ci vuole morti, è stata una violenza imporcelo sul palco». Capite che non solo la militanza è sempre più ottusa, è anche sempre più difficile non riderle in faccia.

Naturalmente tutto quel che sto dicendo è solo fintamente realista: attiene al modo in cui ci atteggiamo, non a quello in cui siamo. Ci atteggiamo a moralisti ma ci fanno ridere le stesse sconcezze di sempre. Gervais o Chappelle stanno su Netflix non perché è una multinazionale autolesionista che si balocca alienandosi il pubblico: ci stanno, pagati cento volte Hannah Gadsby o Michela Giraud, perché totalizzano mille volte il loro pubblico (ovviamente ho scelto due donne come esempi minori perché sono un’orrida sessista).

Quando non prendiamo i cuoricini facendo gli scandalizzati per le cause sensibili sui social, vogliamo ancora sentire qualcuno che faccia battute stronze su temi rilevanti, invece di raccontarci la poetica delle piccole cose: se non mi metti a disagio, tanto vale vada a cercarmi le repliche di Beruschi su YouTube.

Vi svelo un segreto: per ascoltare discorsi intelligenti occorre cercare interlocutori intelligenti. Che spesso non corrispondono all’insieme che più facilmente ci attrae: gli interlocutori che la pensano come noi. Nessuno è distante dal mai rassicurante George Carlin quanto Judd Apatow, rassicurante-in-chief, regista di “Questi sono i 40”, produttore di “Girls”, e uno di quelli che negli ultimi anni più si sono omologati alla sacralizzazione della suscettibilità; eppure è stato lui a mettersi a girare quattro ore di documentario per spiegare Carlin agli americani. Pressoché impossibile spiegarlo a noialtri, che abbiamo scoperto il mestiere del monologhista tre quarti d’ora fa, e i nostri dirompenti testi sono fermi a quant’è difficile montare la libreria Ikea.

(Non lo conoscevano neanche loro, il mestiere, prima; non avevano le parole per chiamarlo: Kevin Smith racconta d’una volta negli anni Ottanta in cui il padre gli disse che Carlin avrebbe fatto «una cosa su Hbo in cui dirà battute per un’ora»).

Carlin ha fatto tutto prima, e questo Apatow ce lo dice nei primi cinque minuti, senza bisogno di dircelo. Le cose che avrebbe poi detto Roberto Bolaño sulla sinistra persino più imbecille della destra? Eccole dalle teche: Carlin le aveva dette quarant’anni prima. Lo slogan ormai stracco sulla destra che è prolife fino al parto e poi come e se campi il bambino sono cazzi non suoi, oramai stracco ma ancora il più utilizzato? Eccovelo d’archivio, era un monologo di Carlin di sessant’anni fa.

Persino sulla scemenza della solidarietà dimostrativa, della segnalazione di virtù, della militanza per fare presenza era in anticipo. Il comico più famoso della giovinezza di Carlin era Lenny Bruce (sì, quello che è un personaggio fisso della “Fantastica Signora Maisel”, quello che veniva continuamente arrestato per oscenità o simili). Una sera la polizia sale sul palco su cui Bruce si sta esibendo, e già che c’è chiede i documenti a quelli in platea, tra cui Carlin. Che risponde: io non credo nei documenti. Arrestano pure lui, li caricano sulla stessa volante, Carlin dietro e Bruce davanti. «Mi sono fatto arrestare anch’io, per solidarietà» «Ma tu sei proprio scemo».

Al cui proposito. È probabile che abbiate sentito nominare Bruce e non Carlin. Ma, come dice qualcuno nel documentario, c’è una differenza non secondaria: nessuno usa mai nessuna battuta di Lenny Bruce per spiegare il presente. È che ha ragione Stewart: Carlin non era un comico, era Bach e Beethoven, era un classico da vivo, era uno storico prima che la cronaca diventasse storia. Ed era un cocainomane; interessato, su questo concordano tutti, solo alla cocaina. Non agli esseri umani, non ai rapporti, non a niente che non stesse dentro al suo cervello; alle sue idee, e alla cocaina. «Il problema della cocaina è se non hai molti impegni: se non hai niente da fare fino a marzo, stai comunque sveglio». E certo non al riscontro, lo racconta Bill Burr: decideva che voleva cambiare direzione, e non gliene fregava niente se non lo seguivano, se perdeva pezzi di pubblico, mica poteva annoiarsi.

Comunque, a metà della prima puntata arriva il miglior conduttore televisivo americano degli ultimi anni, Stephen Colbert, e dice due cose illuminanti. La prima riguarda il passaggio di Carlin da tizio che faceva il varietà – un Walter Chiari, un intrattenitore talentuoso che non voleva scandalizzare nessuno – a uomo che ruppe tutte le regole. Fu i Beatles della commedia, dice Colbert: faceva il “Love Me Do” della commedia, e a un certo punto c’è questa svolta pazzesca, e si mette a fare il White Album della commedia.

L’altra questione è che Colbert è cattolico, e Carlin della religione dice cose devastanti. In uno dei suoi monologhi più famosi, quello su che puttanata fosse l’idea di avere diritti (oggi lo inseguirebbero coi forconi, oggi che «diritti» è una parola più sacralizzata di «mamma»), ci ricordava l’imbecillità di pensare che i diritti venissero da dio, come no, la carta dei diritti americana è talmente dettato divino che l’abbiamo dovuta emendare diciassette volte: dio s’era dimenticato cosucce come lo schiavismo. E insomma Colbert, invece di offendersi come farebbe un giovane comico cattolico di oggi (come farebbe oggi un giovane di qualunque convinzione sentendo chicchessia prendere per il culo la sua convinzione), Colbert all’epoca invece lo ascolta e pensa: ma quindi posso guardare la mia religione da quest’altro punto di vista. Che tempi meravigliosi, dovevano essere.

O forse i tempi sono sempre uguali – è il 1992 quando qualcuno dice a Carlin: se fossi un comico nuovo, oggi non ti farebbero mai cominciare – e quelli che s’incomodano a pensare sono sempre una minoranza. Gli altri sono disposti a perdonarti il tuo saper fare il tuo lavoro – che non è temere che d’una battuta s’appropri la fazione politica avversa, non è non dire niente che non possa essere usato contro le buone cause: quella è militanza, tutto il contrario dell’intelletto – solo perché sei morto o venerato maestro; ma, se lo facesse un loro coetaneo, come minimo lo accuserebbero di qualcosafobia. Lo dice Jon Stewart, a un certo punto: la longevità è un’ottima cosa, da un certo punto in poi ti applaudono solo perché non sei morto. I feticci e le religioni hanno funzionato sempre nello stesso modo, e le militanze cancellette hanno semplicemente sostituito i culti tradizionali tenendo identico l’approccio dialettico. Quel meccanismo che Carlin sintetizzava in: «Il mio dio ce l’ha più grosso del tuo».