A volte ritornanoIl comizio di Lavrov e l’assurda pretesa di una par condicio dei nazismi

La campagna di un pezzo della stampa e della politica italiana – dieci invettive sul battaglione Azov per ogni riga sui massacri di Bucha – nel tentativo di affermare che alla fine tutte le vacche sono nere, cioè naziste, ha trovato infine il suo interprete più naturale: il ministro degli Esteri russo

di Piret Ilver, da Unsplash

Mi ha fatto un certo effetto ascoltare il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ripetere alla tv italiana quel che tv e giornali italiani ripetono già da mesi, a proposito dei «nazisti» ucraini e del «battaglione Azov», fino al più classico tra tutti i luoghi comuni dell’antisemitismo moderno – quello utilizzato per spiegare cosa ci farebbe un ebreo come Zelensky a capo dei nazisti – e cioè che anche Hitler sarebbe stato di origini ebraiche, a conferma del fatto che «i peggiori antisemiti sono gli ebrei».

Intendiamoci, tutto si può contestare a queste affermazioni, ma non la coerenza: se oggi sono gli ucraini che minacciano la Russia e non vogliono la pace, non stupisce che ieri, secondo la stessa logica, fossero gli ebrei a perseguitarsi da soli. È una retorica semplice, che ormai dovremmo avere imparato a riconoscere, a forza di sentirla in ogni talk show: il carnefice è sempre innocente, la vittima non lo è mai.

La campagna di un pezzo della stampa e della politica italiana per affermare una sorta di grottesca par condicio del nazismo – dieci invettive sul battaglione Azov per ogni riga sui massacri di Bucha – nel tentativo di convincerci che alla fine tutte le vacche sono nere, cioè naziste, ha trovato infine il suo interprete più naturale: il ministro degli Esteri russo.

Certo, sarebbe meglio che simili assurdità venissero almeno confutate, ma il problema, per me, non è tanto che le lasciamo dire in diretta televisiva a Lavrov. È che le ripetiamo noi, ogni giorno.

Personalmente, ogni volta che le sento, penso a Vanda Semyonovna Obiedkova, nascosta in una cantina di Mariupol quando aveva dieci anni, nel 1941, per sfuggire ai rastrellamenti dei nazisti, quelli veri, in cui morirono sua madre e tutto il ramo materno della sua famiglia (il padre non era ebreo); morta a novantuno anni in una cantina di Mariupol, senza acqua e senza riscaldamento, lo scorso 4 aprile, tentando di sfuggire alle bombe di quelli che secondo Lavrov sarebbero venuti lì per liberarli dai nazisti.

Se avessimo potuto chiederlo a lei chi sono oggi i nazisti, se glielo avessimo potuto chiedere in quello scantinato, non credo che avrebbe avuto difficoltà a rispondere.

Da quando ho letto la notizia della sua morte, non faccio che pensare a quella vecchia signora chiusa in cantina, perché non penso ci possa essere nulla di peggio che rivivere a novant’anni il più atroce incubo di quando ne avevi dieci, e morire così, senza speranza. Penso a mia nonna, che fu più fortunata, perché in paese a nessuno venne in mente di calcolare cosa convenisse fare, se non fosse più prudente denunciarla, per evitare magari rappresaglie e accuse di complicità, nel caso l’avessero scoperta. Grazie al cielo tra i vicini non dovevano esserci grandi teorici di realismo politico e geopolitico. Penso al soldato tedesco che cercando di fare colpo su di lei (da giovane non era niente male, a giudicare dalle foto), le diceva: «Io ebrei li riconosco a occhio, mio cane a odore». I nazisti veri, invece, si riconoscono sempre dall’idiozia.

Penso a mia zia, quando era piccola, mentre al ristorante i genitori le insegnavano, come fosse un loro gioco segreto, a riconoscere gli ebrei tra gli sconosciuti seduti ai tavoli vicini, nella convinzione che un domani questa presunta capacità avrebbe potuto salvarle la vita.

Penso allo zio morto negli anni ottanta, al quale trovarono indosso il passaporto e un fascio di banconote straniere che evidentemente, quarant’anni dopo, mentre io guardavo i cartoni animati di Bim Bum Bam alla televisione, non aveva perso l’abitudine di mettere in tasca prima di uscire, come ciascuno di noi al mattino controlla di aver preso le chiavi e il telefonino.

Penso a questi racconti familiari e penso all’effetto che mi hanno sempre fatto: frammenti di un passato talmente lontano da far persino sorridere. E mi chiedo cosa potesse pensare la signora Obiedkova in quella cantina.

Nulla è più straniante e doloroso dello scoprire che gli incubi della propria infanzia non erano incubi. Niente è più vile di quest’ultimo oltraggio alle vittime, di ieri e di oggi, che si ripete ogni giorno con il continuo esame dei loro presunti meriti o demeriti, nel meschino tentativo di trovare una giustificazione al nostro desiderio di liberarcene il prima possibile, per non doverci pensare più.

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