Ristrutturazioni La pasta delle Dolomiti ha una casa più grande

Un pastaio tra le montagne, una scommessa che non era scontato vincere. Un nuovo stabilimento produttivo immaginato con visione e perseveranza. Un’espansione che porta lavoro e fama in un luogo protetto, senza snaturarlo

Prendi un pastaio, mettilo sulle Dolomiti. Scopri che la sua pasta è buona appena la getti nell’acqua bollente, e immediatamente si sprigionano i profumi inconfondibili del grano. Ascolta la sua storia, e sempre più ti convinci che nulla succede per caso, e che la qualità è una conquista che si perfeziona poco a poco, con tenacia, con competenza, con convinzione. Ascoltando le parole di Riccardo Felicetti percepisci subito l’unicità di un uomo che non si nasconde, non si esalta, ma – semplicemente – lavora, tanto e bene. Perché come racconta sempre «se a Roma sei il Presidente Felicetti, a Predazzo sei “il Riccardo”, quello con cui andavi alle elementari». Pochi grilli per la testa, per un imprenditore che vive nel territorio e da qui prende l’energia necessaria per costruire la sua idea di azienda. Ma i grilli e le soddisfazioni arrivano, quando lavori sodo, e questo brand che fino a qualche dozzina di anni fa era solo un marchio da nerd della pasta, oggi è conosciuto in tutto il mondo grazie alla determinazione con cui “il Riccardo” l’ha portato in giro con sé, non risparmiando aerei, treni, auto, sfidando pregiudizi e convincendo chef.

Un marchio che partiva di sicuro non avvantaggiato, visto che le fondamenta dell’azienda di famiglia poggiano in un luogo maestoso e bellissimo, ma di sicuro non storicamente vocato o conosciuto per la produzione di pasta. Luogo che fa la differenza, e che è allo stesso tempo vincolo e artefice del successo. Perché qualche decennio fa, chi avrebbe scommesso che una pasta fatta sulle Dolomiti sarebbe diventata una delle più amate dagli chef italiani? Solo chi era in grado di ascoltare la storia, e di proseguire – rendendola contemporanea – la lunga tradizione di famiglia, che risale al 1908. Qualcuno che prima ha fatto alzare di notte i suoi compagni delle elementari, decidendo che la produzione doveva essere continua, e introducendo i turni su 24 ore in un territorio dove il concetto di ‘fabbrica’ non esisteva. E poi ha puntato sul grano, anzi, sul ‘monograno’, che ormai è diventato un marchio di riconoscimento di questo avamposto della cultura pastaia italiana verso Austria e Germania, e tutto il nord Europa.

E anche quando sceglie questa strada, lo fa in maniera etica e pulita: «Ho iniziato nel 2004 a selezionare le semole per produrre paste monograno. E cercavo prodotti buoni, prima che bio, anche se siamo uno dei primi produttori di pasta bio al mondo. Abbiamo scelto il kamut, il farro, e il matt, evitando fino a quest’anno il Cappelli, per rispetto verso il grande lavoro fatto su questo grano da Carlo e Carla Latini, un vero punto di riferimento per questo prodotto. La selezione degli agricoltori è fondamentale: noi facciamo i pastai, non i contadini. E io rispetto molto le differenti professionalità, e credo nella condivisione di queste singole sapienze, per arrivare alla creazione di un prodotto eccezionale. Il resto lo fanno il nostro saper fare, e le scelte che si introducono in azienda, usando macchinari di grande qualità – molti dei quali prodotti in Italia – e l’approccio artigianale all’industria. Mai confondere l’artigianalità con la manualità! Si può essere artigiani anche scegliendo i tempi perfetti per far arrotolare le tagliatelle, pur se questo lavoro viene fatto da una macchina».

Lo dice “il Riccardo”, nella sua nuova e grande azienda, che si è rifatta il look come nelle migliori famiglie, e dopo anni di costruzione in giro per il mondo guarda soddisfatto la nuova identità di questo storico pastificio, un gioiello di architettura industriale sostenibile inaugurato nel cuore della val di Fiemme, costruito per produrre pasta artigianale ad alto contenuto tecnologico, e dare così slancio a un piano di sviluppo ambizioso, che prevede, per i prossimi tre anni, una crescita costante a due cifre, per superare i 60 milioni di ricavi netti nel 2024 (dai 41,5 milioni di fatturato realizzati nel 2021): «Il nuovo stabilimento ci consente di potenziare la capacità produttiva, che passa dalle 20 mila alle 35-40 mila tonnellate annue, anche se la struttura è progettata per sostenere, in prospettiva, ulteriori ampliamenti», spiega Felicetti, visibilmente soddisfatto dopo l’inaugurazione, che ha visto passare migliaia di persone curiose di vedere questo nuovo luogo della produzione del gusto: «Pensa che a un certo punto uno chef è venuto da me e mi ha detto “Riccardo, ho finito la pasta!”. Eravamo in un pastificio ed era finita la pasta da tanti piatti abbiamo offerto! Ma col magazzino meccanizzato non è che tu vai e prendi un paio di pacchi, è un po’ più complicato. Per fortuna abbiamo lo shop aziendale e siamo riusciti a soddisfare davvero tutti». Lo dice con gli occhi che sorridono, la festa durata due giorni gli ha visibilmente riempito il cuore di soddisfazione.

L’investimento sul sito produttivo è decisamente importante: oltre 40 milioni di euro, stanziati per una parte consistente, superiore ai due terzi, grazie a un’operazione organizzata da Sparkasse, che ha portato all’ingresso nel capitale dell’azienda familiare di un nuovo socio di minoranza – Isa, Istituto Atesino di Sviluppo – e in parte con risorse generate dalla crescita per linee interne. L’area su cui sorge il complesso industriale è stata messa a disposizione grazie a un accordo di cessione siglato con Trentino Sviluppo, la Provincia autonoma di Trento e il Comune di Castello Molina di Fiemme. Il cantiere, aperto nel marzo 2019, si è chiuso nel gennaio 2022 a conclusione dei test di produzione.

Fortemente improntato alla sostenibilità energetica – perché alimentato da un impianto di trigenerazione progettato per coprire l’intero fabbisogno dello stabilimento – il complesso industriale porta la firma dello studio Rwa (Ruffo Wolf associati di Rovereto), ed è un complesso industriale dai prospetti ispirati alla falesia che domina il sito: una sequenza di monoliti con una superficie sfaccettata e prismatica come i porfidi della valle, soggetta a una continua variabilità dovuta alle diverse condizioni di luce e di inclinazione del sole.

Uno stabilimento immerso nell’ambiente, con numeri importanti: l’area su cui sorge il complesso industriale occupa una superficie di 16.500 mq, di cui 8.700 coperti; di questi, 1.250 mq sono destinati alla produzione, 2.500 mq al confezionamento e altri 1.500 mq a uffici e servizi; lo spazio maggiore è riservato alla movimentazione: oltre 3.000 i mq occupati dal magazzino automatico interno, cui si aggiungono 6.000 mq per le aree esterne di manovra. Il sito di Molina, che attualmente dà lavoro a 30 persone, ha portato l’organico complessivo di Felicetti a 117 unità.

Felicetti continua a vegliare su Predazzo, nel suo camice di lino su misura, con il nome ricamato a mano, in blu. E rimane preoccupato di un’unica cosa, che noi non roviniamo quello che loro hanno costruito con grande determinazione e costanza: «La pasta soffre di solitudine: quando la cuoci non puoi allontanarti». No, non è follia, non è fissazione. È l’entusiasmo di chi ha costruito la sua vita attorno a un’idea, ancora prima che a un prodotto, e che oggi, con gli occhi che vedono lontano, sa che l’eredità di famiglia è in grado di guardare con fiducia al futuro.