P(l)ast(ic)aCome i pastifici stanno migliorando la riciclabilità del loro incarto

I colossi industriali del settore della pasta secca si stanno muovendo verso packaging plastic-free. Confezioni di carta, riciclabili, compostabili e finalmente prive di plastica. Meno vista sul prodotto ma più rispetto per l’ambiente

Senza lattosio, senza glutine, senza sale, senza grassi e ora senza plastica. Potrebbe essere questo il prossimo trend a coinvolgere l’industria alimentare. Dopo che la maniacale attenzione da parte dei consumatori sul contenuto alimentare della confezione ha esasperato la ricerca di prodotti che potessero soddisfare bisogni nutrizionali sempre diversi, adesso l’attenzione delle aziende potrebbe spostarsi sul contenitore. In questa battaglia dai forti risvolti ecologici c’è già chi, anche tra i grandi, ha compiuto passi importantissimi, a dimostrazione del fatto che è possibile il ritorno a un mondo più sostenibile – quello pre-avvento della plastica, per intenderci – non solo a parole (leggi greenwashing).

Un settore che sta assistendo a una grandissima rivoluzione in merito è quello dell’italianissima pasta secca. Al supermercato, dove le aziende fanno sfoggio della propria gamma di prodotti sugli scaffali, la scelta del materiale per il packaging è sempre andata nell’ottica di soddisfare le esigenze del consumatore piuttosto che quelle dell’ambiente. Per via dell’esigenza dei consumatori di vedere l’aspetto di un prodotto prima di acquistarlo – osservare l’illustrazione è un conto, ma il formato reale un altro – le aziende leader e non hanno sempre destinato al supermercato le proprie creazioni avvolte in involucri di plastica – nel caso dei discount è la prassi – o di carta, con una piccola finestrella in plastica più vedo che non vedo”. Questo, inconsciamente, ci ha sempre permesso di operare la scelta giusta in vista delle nostre esigenze. «Voglio quegli ziti perché sono più spessi, rugosi e assorbono meglio il sugo alla genovese, oppure quegli spaghettini finissimi, perché quando devo preparare il pranzo per i miei bambini sono pronti in pochissimi minuti». Se come recita il detto “l’occhio vuole la sua parte”, finora lo stesso è stato più che accontentato.

Adesso, però, è l’ambiente a voler rivendicare la sua e, quindi, grazie anche a una maggior consapevolezza e disponibilità dei consumatori a metter da parte l’io a favore del noi, inteso come umanità in senso attuale e futuro, diversi marchi si stanno muovendo verso una soluzione più ecologica. Se in negozio sono sempre state presenti confezioni in sola carta per racchiudere le lasagne – perché, in fondo, il loro aspetto lineare non può allontanarsi più di tanto dall’illustrazione – adesso iniziamo a vedere anche una vera e propria rivoluzione per tutti i formati corti e lunghi, tradizionali e innovativi, biologici o senza glutine.

Colussi: l’esempio visionario
A trainare il gruppo delle grandi aziende innovative nel settore pasta è indubbiamente Colussi, proprietario dal 1999 dello storico pastificio Agnesi e dei marchi Misura e GranTurchese. Dal 2020 la grande svolta: l’utilizzo, per tutti i formati di pasta, di una confezione trasparente 100% compostabile, da smaltire nell’organico, composta da Mater-bi e carta proveniente da filiere sostenibili e certificate FSC. La scelta permette così – secondo stime – di tagliare dalla produzione annua 37 milioni di confezioni di plastica. Com’è nata una confezione così innovativa e insolita per questo prodotto così tradizionale? «Nel 2018, intorno al tavolo dei soci sostenitori dell’UNISG di Pollenzo ci siamo chiesti cosa potevamo fare per ridurre l’impatto del nostro packaging e così è nata l’idea di realizzare una confezione completamente compostabile» ha dichiarato il direttore commerciale del Gruppo Colussi Massimo Crippa. «Abbiamo capito che ci sono innovazioni che si possono fare da soli e altre in gruppo. Questa necessitava di molteplici attori e così abbiamo deciso di coinvolgerli tutti per avviare il progetto».

La collaborazione, che ha visto la partecipazione di Novamont, Saes, Sacchital, TicinoPlast, Ima e dell’UNISG, ha portato alla realizzazione di un multistrato compostabile con la stessa shelf life della confezione precedente – 24 mesi – e con lo stesso livello di qualità garantito del prodotto anche al termine di questo periodo. Il cambiamento ha portato una conseguenza tecnica? «La pasta ha velocità di produzione importanti. La penna, che è un formato bucante, se arriva veloce può rompere la confezione compostabile, motivo per il quale abbiamo ridotto la velocità di incarto. Anche con la bobina – continua il direttore commerciale – abbiamo avuto dei problemi perché le capacità meccaniche del materiale non erano le stesse».

I costi di produzione sono lievitati ma la decisione aziendale è stata quella di mediare tra l’importante aumento reale del costo di prodotto e le esigenze del consumatore. La volontà di mediazione, in un certo senso, è anche culturale. Maggiore è l’accessibilità economica della transizione, maggiore è la possibilità che venga adottata da più consumatori e presa d’esempio da altre aziende. «Per noi il compostabile è solo una delle soluzioni da considerare. Non è detto che tutti debbano adottare la nostra scelta, ma è importante ridurre le confezioni monouso di plastica presenti nel mercato. Siamo stati i primi al mondo a confezionare la pasta in packaging compostabili ma non vogliamo essere gli unici. I prossimi obiettivi che ci diamo sono quelli di trovare una soluzione più sostenibile anche per le confezioni monouso dei nostri crackers e per i nostri GranTurchese».

Barilla: sparita la finestrella nel mercato UK
L’azienda fondata nel 1877 da Pietro Barilla, che può vantare un importante fatturato anche grazie ai tanti marchi di proprietà non appartenenti al settore pastaio, ha da tempo scelto di percorrere una strada verso un futuro più sostenibile. Se i dati in questo senso vengono annualmente raccolti in un rapporto – l’ultimo è uscito a luglio – è indubbio che buona parte dell’impegno aziendale si stia riversando sul tema packaging. Nelle nuove confezioni uscite sul mercato a metà dell’anno scorso, bisogna registrare due importanti novità: la scatola non è più in cartone riciclato ma in fibra di cartoncino vergine – stampato con inchiostri a base vegetale e proveniente da foreste gestite in modo responsabile secondo standard internazionali certificati – e, seconda cosa, è rimasta la finestrella, che nel mercato inglese è già stata abolita su richiesta dei consumatori a luglio 2020.

Quando verrà replicata la stessa scelta anche in Italia? Ancora non è dato saperlo, ma in compenso è bene sapere che in tutti i test effettuati la percentuale di materiale non riciclabile con la carta è al di sotto del 2% in peso, percentuale ammessa nel processo di riciclo della carta e del cartone anche nei Paesi con le restrizioni più severe. Ne consegue che non è necessario rimuovere la finestrella prima di immettere questi rifiuti nel circuito della raccolta differenziata della carta, perché c’è un apposito macchinario che fa per noi questo passaggio, esattamente come per le buste da lettera.

Considerando tutte le confezioni del Gruppo Barilla, invece, il 99,6% sono progettate per essere riciclabili, con l’impegno di arrivare al 100% – grazie alla sostituzione della plastica con l’utilizzo di carta e cartone laddove le caratteristiche di sicurezza del prodotto e organolettiche del prodotto lo permettono – percentuale già raggiunta con i prodotti del marchio Mulino Bianco. Considerando la totalità dei prodotti del gruppo, la plastica rappresenta meno del 7% del packaging e Barilla è determinata a ridurla ulteriormente.

Sempre nell’ambito della sostenibilità, invece, l’azienda si è impegnata negli ultimi 10 anni per ridurre le emissioni di CO2 eq. (-31%) e il consumo idrico per tonnellata di prodotto finito (-23%), scegliendo, solo per fare un esempio, di realizzare i sughi e i pesti con pomodori e basilico coltivati laddove possibile vicino agli stabilimenti di produzione. Dal rapporto di sostenibilità del gruppo Barilla emerge anche che quattro brand del marchio – Wasa, Gran Cereale, Mulino Bianco e Harrys – hanno raggiunto la totale compensazione di CO2 equivalente, in altri termini il tanto ambito impatto zero. Negli anni, le confezioni aziendali si sono sempre più assottigliate e si tende ad andare verso il concetto di mono-materiale che possa garantire da un lato una possibilità di riciclo facile e, dall’altra, un’ottima conservabilità del cibo.

La Molisana: riciclabile nella carta
Da giugno 2021, tra le aziende che portano avanti il proprio impegno nella direzione di un packaging senza plastica c’è La Molisana. L’azienda di Campobasso, a differenza di altre concorrenti, ha scelto una confezione di carta proveniente da foreste gestite in maniera responsabile e certificate FSC, da smaltire nell’apposito contenitore. Due sono gli anni di ricerca serviti per la realizzazione di questo pack – interamente riciclabile nella carta – che ha avuto un grande impatto sull’ambiente. Si calcola infatti che l’etichetta causi una riduzione di 230.000 tonnellate di plastica all’anno. La tipologia di carta si chiama kraft, è composta da cellulosa naturale ed è stata scelta perché coniuga sostenibilità e bellezza. Sulla nuova confezione, che mantiene il caratteristico bianco, è presente anche un racconto della storia aziendale ultracentenaria.

Rummo: abbandonato l’indifferenziato
Il pastificio di Benevento, che da ottobre 2015 è dovuto ripartire dopo un’importante alluvione, si è lasciato in fretta tutti i problemi alle spalle ed è ripartito con un’altra marcia. In questo discorso, rientra anche l’aspetto del packaging che, a differenza del precedente, è riciclabile. «Il materiale delle nuove confezioni è un poliaccoppiato di carta (70% ca.) e polipropilene, utilizzato per la finestrella. La differenza rispetto al precedente incarto è la percentuale dei due materiali. Prima prevaleva il secondo e quindi doveva essere smaltito nell’indifferenziato, adesso prevale la carta e quindi va gettato nell’apposito bidone» ha detto Antonio Rummo, General Manager International Sales dell’azienda.

«Abbiamo deciso di mantenere la finestrella per mantenere la visibilità del prodotto e per lasciare sicurezza al consumatore». Le nuove confezioni, sul mercato da marzo-aprile 2021, sono certificate Aticelca, l’Associazione tecnica italiana per la cellulosa e la carta marchio che assicura il corretto processo di separazione della plastica dalla carta. L’incarto può essere smaltito nella carta e, in fase di riciclaggio i due materiali sono separati e riciclati in modo indipendente. «La ricerca ha impiegato più di due anni e i costi produttivi sono aumentati leggermente, a differenza del prezzo finale che è stato mantenuto invariato. Il cambiamento non ha comportato ulteriori problematiche di processo, che resta analogo».

Come sempre, la ricerca ha interessato anche l’aspetto tecnico, con il mantenimento del termine minimo di conservazione a 36 mesi. Le nuove confezioni sono state adottate per tutti i formati e linee, dopo l’esperimento iniziale con risultati positivi ottenuti con i prodotti delle linee alternative: senza glutine, integrale e di legumi. La scelta è stata sia aziendale, perché il pastificio è interessato all’aspetto ambientale, sia dei consumatori, che chiedevano un cambiamento in questi termini. Il prossimo obiettivo? Arrivare a emissioni zero.

Granoro: solo il biologico
Il pastificio pugliese che ha sede a Corato (BA), è presente in 180 paesi nel mondo con il proprio marchio. A metà 2019, in occasione di Tuttofood a Milano, ha presentato il nuovo packaging interamente riciclabile nella carta per tutta la pasta biologica. È composto da una busta a prevalenza cellulosica, costituita da uno strato di carta accoppiato a uno strato di plastica. La possibilità di riciclare la confezione nella carta è stata determinata attraverso il metodo Aticelca, che certifica la possibilità di separare correttamente i due materiali in fase di smaltimento.

Le paste degli chef: Felicetti, Armando e Mancini

Felicetti
Il pastificio più alto in questa speciale classifica, nel senso geografico della parola, è Felicetti. La sede si trova a Predazzo, in provincia di Trento e vicino alle Dolomiti, dove l’azienda è nata nel lontano 1908. Dopo la scelta di autoprodurre in casa tutta l’energia necessaria nel 2017, di azzerare lo spreco energetico e di porre una maggior attenzione alla sostenibilità ambientale all’interno dell’ambiente di lavoro, a luglio 2019 sono iniziati i test per innovare il packaging. L’obiettivo? Eliminare la plastica dalla confezione. Il risultato, uscito sul mercato a fine ottobre 2020, è realizzato al 100% con carta naturale di pura cellulosa con trattamento termosaldante a base sintetica ad acqua «perché era l’unica soluzione tecnica che non prevedeva l’utilizzo di plastica per rispettare da una parte i costi e dall’altra l’ambiente» ha detto il CEO Riccardo Felicetti.

Rimuovere la plastica dalla confezione «era la chiusura del cerchio di un percorso di sostenibilità che partiva da una scelta ambientale che ci ha visti da metà anni ‘90 operare nel pieno rispetto del territorio che ci circonda». Il nuovo packaging è realizzato con carta certificata FSC e PEFC e proviene da foreste gestite responsabilmente, secondo rigorosi standard ambientali, sociali ed economici.

La robustezza della fibra rende alta la tenuta del packaging oltre che ammorbidire la carta per il confezionamento in automatico. Rispetto alla precedente confezione in plastica è mono-materiale, riciclabile al 100% e, quindi, risorsa per impeghi successivi. «Abbiamo per scelta evitato l’ibrido della confezione in carta e plastica. Raccontare che hai risparmiato il 50% plastica fa effetto sul consumatore ma noi volevamo fare una scelta netta., La nostra vocazione di pionieri ci ha spinti a fare una ricerca molto più profonda, sia dal punto di vista della struttura del packaging che degli impianti di confezionamento». Il nuovo aspetto è stato adottato da tutte e tre le linee biologiche aziendali – Originale, Biologica e Speciale – e il nuovo incarto si smaltisce nella carta. Perché la scelta non è arrivata prima? «Perché la ricerca e le sue applicazioni devono funzionare all’unisono. È inutile fare la saldatura in carta se le cartiere non sono ancora riuscite a creare prodotti adeguati».

Pasta Armando
Il pastificio avellinese De Matteis Agroalimentare Spa, che produce una grande percentuale della pasta private label che si trova in GDO – quella che riporta il marchio del supermercato, tanto per intenderci – è noto ai più per il brand di punta legato al nome dello chef Alessandro Borghese: Pasta Armando. Oltre a un importante lavoro sul campo, con la scelta di coltivare la materia prima esclusivamente nei campi della Filiera Armando nel 2010, e a un impianto cogenerativo (energia elettrica e termica) in grado di coprire quasi interamente il fabbisogno energetico aziendale, l’azienda si è distinta anche sul tema packaging.

Il Fusillo è stato premiato come “Miglior Prodotto Food 2021” per l’innovazione nel packaging perché utilizza, come oltre 30 formati delle linee pasta di semola, integrale bio e integrale di farro, una confezione realizzata in fibra vergine certificata FSC (Forest Stewardship Council) (70%) e polipropilene (30%) in una composizione tale da risultare totalmente smaltibile nella carta secondo lo standard Aticelca. L’incarto così descritto si riconosce dalle confezioni sulle quali è apposto il simbolo EcoPack, che sottolinea la possibilità di smaltire queste confezioni nella carta.

Mancini
L’azienda del piccolo paese di Monte San Pietrangeli, nella provincia marchigiana di Fermo, a metà settembre ha annunciato una bella novità in tema packaging: le buste di pasta sono da ora riciclabili con la carta. Anche in questo caso, a confermare la possibilità di gettare le confezioni in questo scomparto della differenziata è la certificazione italiana Aticelca di riciclabilità. Il materiale in questione è il C/PAP81, un materiale poliaccoppiato a prevalenza carta, che unisce carta all’esterno e plastica all’interno, in grado di garantire una chiusura ermetica della confezione. L’azienda annuncia che «è il primo traguardo di un processo di ricerca e sviluppo» che verrà portato avanti per trovare soluzioni sempre più sostenibili».

Chi lo fa da tanti anni o da sempre: Pasta Martelli e Chi è il padrone

Pasta Martelli
A Lari, un piccolo borgo in provincia di Pisa, si trova l’unico pastificio artigianale di questa lista. Qui, un’azienda ancora a conduzione familiare nata nel 1926 dalla caparbietà dei fratelli Guido e Gastone, precedentemente dipendenti del pastificio Catelani, si occupa della produzione di una pasta distribuita in quattro continenti, in botteghe e negozi referenziati. Si chiama Martelli, dal nome della famiglia, e vede il coinvolgimento di sette soci occupati nella piccola realtà tra confezionamento, comunicazione, assistenza clienti e produzione, che raggiunge le 330 tonnellate annue. Fino agli anni ’60-’70, negli spazi si faceva anche l’ultimo passaggio: la vendita.

Qui, i clienti si mettevano in coda per comprare la pasta sfusa che veniva confezionata al momento in carta paglia, come testimonia quest’articolo de La Stampa. Dagli anni ’80, in concomitanza con la decisione di ridurre il numero di formati realizzati – adesso sono rimasti Spaghetti, Spaghettini, Maccheroni, Penne e Fusilli di Pisa – si è deciso di confezionare la pasta in un packaging «giallo che ricordasse le nostre origini». dice Chiara Martelli, una dei sette soci che si occupa di confezionamento e imballaggio.

«Il colore è stato scelto sia per distinguerci dal blu – leader di questo settore – sia perché richiama la carta paglia che utilizzavamo ai tempi della vendita sfusa. Fin da subito, abbiamo scelto il packaging che abbiamo ancora oggi: non presenta la finestrella, a differenza della quasi totalità della pasta in commercio, ed è realizzato in carta per i formati da kg e in un poliaccoppiato di carta e polietilene a prevalenza carta per i formati da 500 g». Entrambe le tipologie di confezioni sono smaltibili nella carta e presentano due punti di saldatura in ottone, che sarebbe preferibile smaltire separatamente, nel bidone indicato in base alla zona in cui ci si trova. A differenza di quello che si potrebbe comunemente pensare, in questo caso l’assenza della finestrella non rappresenta un problema perché l’esperto commerciante può (ed è in grado di) raccontare il prodotto a differenza di quanto avviene in un supermercato. Forse, al contrario, rappresenta un vantaggio «perché trattandosi di un prodotto artigianale ci potrebbe essere discromia tra uno spaghetto più chiaro e un altro più scuro».

Chi è il Padrone – La Marca del Consumatore
Era il 2016 quando in Francia, sull’onda delle proteste dei produttori di latte per i prezzi troppo bassi loro riconosciuti, nacque il movimento “C’est qui le patron?!” per rivoluzionare i consumi a basso costo. L’idea del fondatore Nicolas Chabanne era quella di far decidere direttamente ai consumatori e ai soci le caratteristiche dei prodotti che avrebbero comprato. Lo strumento? Un semplicissimo questionario dover indicare in risposte a scelta multipla la propria preferenza relativa al prodotto, caratteristica per caratteristica. L’esperimento che ha registrato cifre record oltralpe – in 36 mesi e senza pubblicità sono stati venduti 150 milioni di prodotti per 90 milioni di fatturato – è stato riportato anche in Italia, con il nome Chi è il Padrone – La Marca del Consumatore – con il primo prodotto, la pasta, sbarcata sul mercato il 25 giugno 2020. Oltre all’origine italiana del grano duro, al metodo di coltivazione sostenibile, al tipo di trafilatura e all’importanza della remunerazione dei produttori, i 3558 consumatori hanno votato anche la tipologia di materiale del packaging blu.

La confezione dei tre formati da 500 g – fusilli, penne e spaghetti – è stata realizzata in carta riciclabile, in fibra vergine, proveniente da foreste certificate FSC. Assente è la finestrella, a dimostrazione del fatto che se il marchio ha una propria identità e i consumatori sono molto legati a esso, si possono fidare del contenuto senza doverlo per forza sbirciare attraverso il contenitore. Il produttore? Il pastificio trevigiano Sgambaro, la prima azienda in Italia a ottenere nel 2003 la certificazione “100% Grano Duro Italiano”. La provenienza di quest’ultimo? Puglia e Pianura Padana.

Come sarà confezionata la pasta fra 5 anni? Tutte le aziende avranno scelto la carta, il compostabile o un poliaccoppiato di carta e plastica? Ancora non ci è dato saperlo, ma ciò che sappiamo, invece, è che la direzione che si sta prendendo è nettamente migliore rispetto a quella di pochi anni fa, quando la plastica era l’unica concorrente incontrastata nel campo dei materiali di confezionamento della pasta secca.