Eterogenesi dei finiL’aiuto involontario dei regimi russi nel trovare la cura per polio e covid

Come spiega Burioni nel suo ultimo libro, le rivoluzioni vaccinali che hanno cambiato le nostre vite sono avvenute lontano da Mosca. Anzi, la repressione del Cremlino ha costretto validi scienziati a emigrare nei paesi liberi dove hanno avuto il tempo di far progredire la medicina

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Ai numerosi debiti di gratitudine che già abbiamo nei confronti di Santa Madre Russia, ai mille e un motivi per cui noi depravati occidentali dovremmo baciare ogni giorno l’anello del patriarca Kirill e augurare buon lavoro a Sergej Viktorovič Lavrov, se ne aggiungono ora altri due, rilevantissimi, che riguardano direttamente la nostra salute, e che apprendiamo dalle pagine del nuovo libro di Roberto Burioni, La formidabile impresa. La medicina dopo la rivoluzione mRNA (Rizzoli).

Non stiamo parlando degli agenti di Mosca in camice bianco che così generosamente sono venuti a spiarci – pardon, a soccorrerci – nelle fasi acute della pandemia, ma di due momenti cruciali e ancora poco noti della storia dei vaccini, risalenti agli anni Cinquanta del secolo scorso, ai tempi dell’intervento sovietico in Ungheria. 

Il primo riguarda la lotta alla poliomielite. Nel 1956, proprio mentre i tank liberatori con la stella rossa si preparano a fermare i moti controrivoluzionari di Budapest, nell’Urss infuria una terribile epidemia di polio. Una delegazione di scienziati russi vola negli Stati Uniti per parlare con Jonas Salk, padre del primo vaccino, e con altri ricercatori americani. Tra questi c’è Albert Sabin, un immigrato ebreo polacco (il suo vero nome è Abram Saperstein, nato nel 1906, quando ancora il suo paese faceva parte dell’impero zarista) che ha ideato e sperimentato un nuovo tipo di vaccino: a differenza di quello di Salk, non è a base di virus inattivato, ma di virus attenuato, e non si inietta ma si può somministrare per via orale, una goccia su una zolletta di zucchero. Sabin lo ha sperimentato, con buoni risultati, su trenta detenuti di una prigione dell’Ohio, è convinto della sua superiorità ma avrebbe bisogno di provarlo su una platea più larga. Le autorità federali, però, tengono il freno a mano tirato, anche perché l’anno prima, durante i test del vaccino Salk, duecento pazienti sono rimasti paralizzati e ne sono morti dieci. 

E allora Sabin che fa? Decide di aggirare l’ostacolo. Si fa invitare a Mosca, e spedisce là un pacco di campioni del suo vaccino, previa autorizzazione del ministero degli Esteri di Washington (nonostante la guerra fredda). Il virologo incaricato della sperimentazione, tale Michail Čumakov, incontra a sua volta delle difficoltà burocratiche. Ma a differenza dei colleghi americani dispone di un “telefono rosso” collegato direttamente con il Politburo del Partito Comunista. Basta una chiamata, e la questione è risolta.

Nel 1959 lo zuccherino di Sabin viene fatto trangugiare a dieci milioni di bambini russi. Un siero sperimentale, quello sì, che non era stato né testato né autorizzato negli Stati Uniti. Altro che dittatura sanitaria. C’era poco da discutere. I novax, se ne esistevano, venivano spediti in qualche villaggio vacanze in Siberia. Con questi metodi, alla fine del 1960 nell’Unione Sovietica 77 milioni di ragazzi sotto i 20 anni avevano ricevuto la vaccinazione e altri 23 milioni nell’Europa dell’Est.

Con quali esiti? Boh. Eccellenti, a detta del compagno Čumakov. Ma immaginatevi la trasparenza del regime, che in confronto quello di Putin è il massimo della democrazia liberale. Come scrive Burioni: «All’inizio ci furono molte perplessità sui risultati degli scienziati sovietici, ma la fine della storia la sapete: il vaccino Sabin fu approvato in tutto il mondo e ha praticamente fatto sparire la poliomielite». Con tante grazie al Politburo e a Nikita Kruscev.

Più o meno negli stessi anni, ed ecco la seconda storia che Burioni ci racconta, Kati Karikó è bambina in una piccola città dell’Ungheria. Vive in una casa senza acqua calda e senza frigorifero e si scalda con una vecchia stufa. Suo papà fa il macellaio, quindi proprio povero non è, ma questi sono gli standard di vita dell’epoca. Nel fatidico 1956 Kati ha appena compiuto un anno quando Kruscev dà il via alla destalinizzazione. In ottobre, a Budapest scoppia la rivolta antisovietica e va al potere il riformista Imre Nagy. Un mese dopo, l’Armata Rossa invade l’Ungheria e impone con le armi il governo fantoccio di János Kádár. 

Il padre di Kati ha la pessima idea di criticare pubblicamente il Partito, e così perde il lavoro. Per fortuna la ragazza è bravissima a scuola, e vince premi su premi. Vuole fare la scienziata. Prosegue gli studi fino al dottorato, viene assunta in un prestigioso laboratorio di ricerca ungherese. E lì nasce la sua passione della vita: per una molecola che si chiama mRNA, l’RNA messaggero che porta le istruzioni alle cellule. Poi però il centro in cui lavora chiude all’improvviso per mancanza di fondi e lei decide di partire per gli Stati Uniti col marito, la figlia di due anni e 1500 dollari cuciti dentro un pupazzetto di peluche (il governo comunista proibisce ai cittadini di portare denaro all’estero). È il 1985. Da lì, dall’università di Philadelphia, comincia l’avventura di una grandissima biologa, che con le sue ricerche spianerà la strada ai vaccini a mRNA di Moderna e BioNTech (la startup tedesca dove la Karikó è stata assunta nel 2013 con la carica di vicepresidente). 

Insomma, volendo forzare un po’ il racconto di Burioni, che non si spinge a conclusioni così spericolate, potremmo dire che la Russia zarista (del polacco Sabin) e poi quella comunista ci hanno regalato l’arma contro la polio, l’Ungheria di Kádár, satellite di Mosca, ci ha dato la domatrice del Covid. Nel primo caso, dobbiamo ringraziare l’apparato repressivo di uno stato totalitario, nel secondo quella che si chiama eterogenesi dei fini: chiudendo il laboratorio di Kati, il regime di Budapest l’ha convinta a scappare in America. Con un piccolo, trascurabile dettaglio che vale la pena di precisare. In entrambi i casi, le rivoluzioni che hanno cambiato il mondo e le nostre vite sono avvenute lontano da Mosca e dal suo impero.

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