Quesiti linguisticiSi può dire «sfastidiare»? Risponde la Crusca

In italiano non ha incontrato una strada spianata, nonostante l’avallo di Boccaccio. Ma resta una certa circolazione “sommersa”, soprattutto nei contesti informali del Sud, in una zona di confine tra italiano e dialetto

(Unsplash)

Tratto dall’Accademia della Crusca

Una lettrice domanda se il verbo sfastidiare sia presente in italiano o si tratti soltanto dell’italianizzazione di una forma dialettale.

Risposta
Il quesito permette di avviare un’indagine su un caso che si rivela subito interessante proprio perché la parola in questione rientra in un certo senso in tutte le categorie evocate nella domanda: sfastidiare è presente in italiano, visto che è registrato, per di più, come vedremo, con un esempio dotato del massimo dell’autorevolezza possibile, nel Grande Dizionario della Lingua Italiana (GDLI), ma è anche diffusissimo nell’italiano parlato nell’Italia centromeridionale ed è saldamente in circolazione nei dialetti della stessa area, con una documentazione che per il napoletano è già trecentesca. Nei dialetti, il verbo è usato per lo più in forma riflessiva, per esprimere, in modo espressivo, una condizione di non poco fastidio, come per esempio conferma un manifesto apparso a Napoli nel febbraio 2021 con lo slogan cesimmesfasteriati (‘ci siamo sfastidiati’ o, per rendere la stessa intensità semantica, ‘ci siamo stufati’).

Nonostante la documentazione dei vocabolari, sfastidiare ha incontrato in italiano una fortuna limitata, sia per alcune vicende filologiche, sia per la concorrenza di infastidire e, per le fasi più antiche, anche di infastidiare. Di recente, tuttavia, si registra una certa circolazione che, per la ridotta, ma non assente, diffusione precedente, acquista tra l’altro un sapore di novità. Del resto, la stessa domanda da cui siamo partiti fa pensare che il verbo abbia ora qualche visibilità, forse più che in passato. In testi diversi si coglie infatti qualche testimonianza, relativa soprattutto ai participi sfastidiato e sfastidiata, anche con valore aggettivale. Per esempio, nel romanzo I valori che contano (avrei preferito non scoprirli) dello scrittore napoletano Diego De Silva (Einaudi, 2020) c’è un personaggio che guarda il suo interlocutore “con aria sfastidiata” (p. 6); altre volte si incontrano forme del verbo in messaggi consegnati alla rete, in frasi italiane o dialettali, talvolta anche tra virgolette come in un testo postato nel 2016 dall’attrice romana Paola Cortellesi («nessuno si è “sfastidiato”»), che forse proprio con le virgolette ha inteso sottolineare una sfumatura espressiva. A più di venti anni fa risale poi un articolo del quotidiano “la Repubblica” (1° ottobre 1998), firmato da Barbara Jerkov, che riferiva una frase dello storico (nativo di Roma) Lucio Colletti (1924-2001) in merito ai suoi rapporti con il partito “Forza Italia” («Il Cavaliere ha dimostrato subito un profondo fastidio per noi “professori”. E adesso pure noi ci siamo sfastidiati»). Un esempio del verbo in forma riflessiva è anche nel corpus dei romanzi del Premio Strega (PTLLIN), in Passaggio in ombra della scrittrice pugliese Maria Teresa Di Lascia (1954-1994):

“A casa mia anche dormivamo in molti in una sola stanza, e perciò io non mi sfastidio se qualcuno russa o parla nel sonno! Altri, invece, no! Non sono abituati a questa compagnia, e allora per loro è un grande guaio e non riescono a dormire!”.

Dai casi fin qui citati si deduce che il verbo è frequente nell’italiano regionale di area centro-meridionale, con usi anche letterari.

Una testimonianza particolarmente significativa, che permette di acquisire altri elementi, si legge in un articolo scritto per “La stampa” (5 febbraio 2009) dalla giornalista milanese Egle Santorini, che riportava una notizia relativa allo scrittore napoletano Roberto Saviano (forse con scelta stilistica non casuale). La collocazione e l’origine dell’autrice lasciano intuire che il verbo può essere compreso agevolmente anche se usato per iscritto in un testo rivolto a un pubblico di un’area geografica non limitata.

Come si vede, tutti i casi ora citati, in un modo o nell’altro, rimandano a un uso consapevole e volutamente “colorito”, ma la cosa non stupisce poiché è ovvio che nella comunicazione talvolta è anche necessario ricorrere a forme colorite, che vanno dosate in rapporto alle situazioni (come accade per esempio con verbi come stufare, seccare, scocciare, nonché rompere, con le corrispondenti forme riflessive).

Nella situazione dell’italiano contemporaneo, insomma, sfastidiare, sfastidiarsi e sfastidiato si propongono come forme più connotate in senso espressivo (e anche, ma forse non necessariamente, con consapevole colore locale) che vanno ad aggiungersi ai più diffusi infastidire, infastidirsi, infastidito. Rispetto a queste forme, a prima vista, sfastidiare e sfastidiarsi sembrerebbero doppioni superflui, ma a ben guardare la ricchezza comunicativa di una lingua è data anche dalla possibilità di avere a disposizione forme diverse per esprimere un pensiero con la sfumatura giusta, che in questo caso alluderebbe appunto a un fastidio che sta raggiungendo livelli piuttosto elevati.

Alla luce delle attestazioni recenti, il verbo avrebbe avuto le carte in regola per entrare in un repertorio di neologismi, ma tale registrazione non è avvenuta e non sarebbe possibile per il fatto che sfastidiare figura già nel GDLI come forma che ha una sua storia antica, meritevole di un approfondimento.

Nel vol. XVIII del GDLI (stampato nel 1996) l’attestazione antica autorevolissima, a cui si è accennato, proviene direttamente dal Filocolo di Giovanni Boccaccio, dove si incontra la forma sfastidiano (p. 78 dell’edizione curata nel 1967 dal filologo Antonio Enzo Quaglio) con il significato di ‘infastidiscono’. Nelle edizioni precedenti, nello stesso passo, si trovano fastidiano, in fastidiano o infastidiano: perciò, in passato, nelle diverse edizioni del Vocabolario degli Accademici della Crusca e nel Tommaseo-Bellini non c’è traccia di sfastidiano, che tuttavia per ragioni filologiche valutate da Quaglio (nella rivista “Lingua nostra” del 1964, p. 71) appare certamente plausibile come parola usata da Boccaccio. Nel Filocolo, che risale agli anni della sua lunga permanenza a Napoli, Boccaccio avrebbe quindi usato un tipo lessicale tradizionalmente diffuso in area meridionale. Il verbo sfastidiare e il sostantivo sfastidio (nel senso di ‘fastidio’) si incontrano infatti già in testi napoletani trecenteschi e poi in opere quattrocentesche dove si trovano anche sfastidioso (in un testo di Vegezio tradotto dall’umanista Giovanni Brancati e curato da Marcello Aprile) e le varianti esfastiato e essfastiata (nei Ricordi di Loise De Rosa, a cura di Vittorio Formentin). Le forme sfastidio, sfastìo, sfastidiare, sfastidiato, nonché quelle con rotacizzazione della d come sfastirià, sfasteriato e simili, sono poi rimaste nei dialetti meridionali (con ampia documentazione) e sono ancora diffuse molto largamente. Proprio l’ampia circolazione nei dialetti e l’evidente accostamento a infastidire (che tra l’altro ne agevola la comprensione) il verbo sfastidiare affiora di tanto in tanto nei secoli passati in opere scritte in italiano da autori meridionali: si legge per esempio nel libro La ragione della musica moderna di Niccola Marselli (Napoli, Dekten, 1859) o in un numero del 1884 della “Rivista marittima” (stampata a Roma). Su questa linea, dopo tutto, si collocano le attestazioni più recenti già citate, che danno conto di una lenta ma progressiva diffusione del verbo.

In italiano, infatti, sfastidiare non ha incontrato una strada spianata, nonostante l’avallo di Boccaccio (rimasto però misconosciuto), ma alcuni indizi lasciano indovinare una sua circolazione “sommersa”, soprattutto nei contesti informali, nella comunicazione spontanea e in alcune aree geografiche, in una zona di confine tra italiano e dialetto. Per di più, insieme con la voce sfastidiano del Filocolo, nel GDLI sono documentate anche isfastigiano (in San Bernardino da Siena) e il congiuntivo sfastiggino in Gentile Sermini, altro autore senese del Quattrocento. Il tipo sfastig(g)iare, che in italiano antico si affianca a fastiggiare con lo stesso significato, è poi presente in alcuni dialetti centrali (anche in Toscana), ma non ha avuto seguito nell’italiano letterario.

La forma che a Boccaccio doveva apparire adeguata e perfettamente comprensibile, anche per l’evidente connessione con fastidio e fastidiare, probabilmente fu letta male e fraintesa da alcuni copisti che, consapevolmente o inconsapevolmente, la modificarono, con la conseguenza che la forma sfastidiano non è entrata in seguito nelle edizioni stampate del Filocolo. Anche la storia del lessico, ovviamente, non si può fare con i “se” e con i “ma”; tuttavia non è da escludere che se, dal Vocabolario della Crusca in poi, fosse stato riconosciuto subito come verbo usato da Boccaccio, forse sfastidiare avrebbe potuto attirare l’attenzione dei letterati italiani e semmai avrebbe dato luogo a una certa imitazione nelle loro opere.

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