Inside BernaI problemi della Svizzera nel sanzionare gli oligarchi russi

La Confederazione ospiterebbe almeno 190 miliardi di euro appartenenti ai magnati vicini al Cremlino, e rimane ancora piuttosto opaca su molte questioni fiscali. Per molti Paesi occidentali il governo dovrebbe fare di più per congelare queste ricchezze

AP/Lapresse

Centonovanta miliardi di euro. È la fortuna degli oligarchi russi custodita in Svizzera secondo l’Associazione Svizzera dei Banchieri. La maggior parte di questa ricchezza sarebbe nelle casse dei due maggiori istituti di credito, Ubs e Credit Suisse, che detengono ciascuno decine di miliardi di franchi.

Eppure la stima sembrerebbe essere stata fatta per difetto. «Se loro riconoscono di avere questa fortuna, allora possiamo facilmente raddoppiare l’importo», ha affermato il banchiere anglo-americano Bill Browder, che alle spalle ha una truffa subita dalla Russia e una lunga storia di indagini per svelare la scia di soldi lasciata dal Cremlino in tutto il Continente.

La dichiarazione è stata rilasciata in occasione dell’udienza presso la Commissione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, nota anche come Commissione Helsinki, un organismo del Congresso americano composto da 18 parlamentari statunitensi e rappresentanti dei Dipartimenti di Stato, Difesa e Commercio degli Stati Uniti. Durante l’udienza sono state lanciate pesanti accuse nei confronti della Svizzera, rea di non fare abbastanza per bloccare i fondi degli oligarchi russi, che ovviamente hanno indispettito, non poco, Berna.

Le accuse degli Stati Uniti
La riunione della Commissione dello scorso 7 maggio non è stata particolarmente tenera nei confronti del governo federale. «Da tempo conosciuta come una destinazione per i criminali di guerra e i cleptocrati per nascondere il loro bottino, la Svizzera è uno dei principali sostenitori del dittatore russo Vladimir Putin e dei suoi compari. Dopo aver saccheggiato la Russia, Putin e i suoi oligarchi usano le leggi svizzere sul segreto per nascondere e proteggere i proventi dei loro crimini», ha dichiarato l’organismo.

Un esempio lo ha fornito nella sua testimonianza alla Commissione Helsinki Mark Pieth, esperto svizzero in anticorruzione. «Guardiamo al caso del violoncellista russo Sergei Roldugin, un compagno di scuola di Putin: ha improvvisamente ottenuto un quarto della Banca Rossiya e un quarto di un’azienda russa che produce carri armati: le persone che lo aiutano ad accedere e nascondere questi beni sono note e lavorano in uno studio legale di Zurigo. Tali strutture però impediscono alle banche e alle autorità di determinare i veri titolari effettivi delle attività e sono un vero pericolo per il successo del regime di sanzioni contro la Russia».

Dopo un’iniziale reticenza il governo della Confederazione svizzera si è deciso a imporre lo stesso regime di sanzioni applicato dall’Unione europea, anche se in modo molto più blando. Fino a inizio maggio ad essere congelati erano stati soltanto 7,5 miliardi di franchi (7,15 miliardi di euro), una cifra pari ad appena il 3,76% delle fortune stimate degli oligarchi russi.

La stima poi è stata addirittura rivista al ribasso: come ha dichiarato Erwin Bollinger, capo della Divisione Relazioni economiche bilaterali presso la Segreteria di Stato dell’economia, la cifra è scesa a 6,3 miliardi di franchi, equivalenti a poco più di 6 miliardi di euro, e ad essere bloccate sono soltanto 11 proprietà, nonostante 72 segnalazioni da parte di banche, società o autorità locali.

I sospetti della Commissione restano perciò piuttosto fondati, in particolare quelli di Roger Wicker, senatore repubblicano del Mississippi, che si alterna con il democratico Ben Cardin alla presidenza a seconda di come oscilla la maggioranza al Congresso. Wicker sospetta da tempo che le forze dell’ordine svizzere siano nell’orbita del regime russo.

Nel 2020 e nel 2021, ad esempio, ha protestato contro il modo in cui la procura federale svizzera ha proceduto nei procedimenti di riciclaggio di denaro nel caso Magnitsky, avvocato russo di Bill Browder morto in carcere a Mosca, ed è arrivato addirittura a protestare direttamente con Jacques Pitteloud, rappresentante della Confederazione elvetica negli Stati Uniti, perché un ex dipendente del procuratore federale Michael Lauber era andato a caccia di orsi in Russia.

La risposta di Berna
L’accusa non è andata giù al governo federale, che ha denunciato «pressioni inaccettabili». Il presidente e ministro degli esteri Ignazio Cassis ha telefonato al segretario di Stato americano Anthony Blinken chiedendo spiegazioni in merito a queste accuse. «La Svizzera applica tutte le sanzioni decise dal Consiglio federale e dall’Unione europea, non ha motivo di vergognarsi del modo in cui applica le sanzioni rispetto alla comunità internazionale», ha dichiarato il portavoce del Consiglio federale André Simonazzi.

Eppure le pressioni verso il governo non mancano: «Le nostre autorità si comportano come se volessero preservare i rapporti tra la piazza finanziaria svizzera e le grandi fortune russe, perché un giorno la guerra finirà e sarebbe un peccato privarci di questo settore che ha portato così tanto. Il ministero dell’Economia, ad esempio, non ha istituito una struttura specifica per identificare i fondi russi, e non partecipa agli sforzi di Washington e dell’Ue», ha dichiarato il deputato dei Verdi Nicolas Walder al quotidiano francese Le Monde.

E mentre l’ong Public Eye ha pubblicato le carte da gioco con i 32 oligarchi russi non ancora perseguiti dalle autorità elvetiche (che possiedono un patrimonio complessivo di oltre 282 miliardi di euro), dai parlamentari svizzeri arriva una richiesta sempre più pressante. «Visto che la Svizzera ospita un numero superiore alla media di fortune russe sanzionate credo sia giusto che questi soldi vadano a beneficio del Paese che attualmente viene distrutto da Putin», ha sottolineato la parlamentare Mattea Mayer con riferimento alle spese che Kiev dovrà affrontare quando la guerra sarà finita.

Le persone finora sanzionate dalle autorità confederali sono soltanto mille, anche se non tutte presenti nel territorio svizzero. Tra queste non c’è ancora Alina Kabaeva, rimasta finora intoccabile: colei che si ritiene essere l’amante di Putin, e madre di quattro suoi probabili figli, tutti cittadini svizzeri, vive in uno chalet ben controllato sulle Alpi ticinesi.

Ritenuta finora inavvicinabile persino dagli Stati Uniti e dall’Unione europea, che vedono eventuali sanzioni nei suoi confronti come un attacco troppo personale nei confronti di Putin, qualcosa sembra però essere cambiato negli ultimi tempi: il nome dell’ex ginnasta russa è stato di recente incluso nel nuovo pacchetto di sanzioni, che però non è stato ancora approvato definitivamente.

I problemi irrisolvibili della Svizzera
Nonostante abbia abolito da tempo il segreto bancario, la Svizzera resta ancora piuttosto inaccessibile per quanto riguarda altre questioni fiscali. Un esempio citato da Public Eye riguarda Suleyman Kerimov, oligarca del Daghestan, proprietario del club di calcio Anzhi Makhachkala, consigliere del presidente Putin e proprietario di una fortuna stimabile in poco più di 14 miliardi di euro. In Svizzera, Kerimov ha una fondazione che gestisce il suo patrimonio, la Suleyman Kerimov Foundation, non ancora sequestrata perché intestata a un tatuatore svizzero che non conosce ovviamente una parola di russo.

Altro esempio è il patriarca russo Kirill, dalla fortuna non meglio precisata e grande amante della Svizzera, dove possiede uno chalet offerto da un amico e da dove spesso è passata l’attività finanziaria della Fondazione Ortodossa del Patriarcato di Mosca: negli anni ’90 l’accusa di riciclaggio di denaro contro la società RAO MES di Vitali Kirillov, posseduta al 40% proprio dalla Chiesa russa, cadde nel vuoto per assenza di collaborazione da parte del Cremlino.

A nulla è servita l’inchiesta giornalistica “Swiss Secrets”, a cui hanno partecipato 48 testate giornalistiche da tutto il mondo, che ha svelato come Credit Suisse abbia detenuto per decenni i fondi di clienti dalla storia non proprio limpida: a inizio maggio la Commissione Economia e diritti d’autore del Consiglio nazionale, la camera bassa del parlamento svizzero, ha deciso di non procedere con la modifica dell’articolo 47 della legge bancaria svizzera, che rende la rivelazione di fughe di dati bancari un reato punibile con cinque anni di reclusione. Tutto cambia perché tutto resti com’è.