Quegli insopportabili angoli acutiNoi ucraini vogliamo vivere e non ci arrenderemo nemmeno di fronte alla vostra incredulità

C’è chi in nome della propria tranquillità se la prende con gli aggrediti che si difendono, che chiedono aiuto, che non vogliono finire schiacciati e dimenticati. Ci dispiace rovinarvi l’estate, noi continueremo a gridare le torture che subiamo perché non vi voltiate, di nuovo, dall’altra parte

AP Photo/Francisco Seco

Uno degli ultimi spensierati e felici ricordi lo devo a Venezia, dove alla fine di dicembre 2021 sono stata con la mia amica Tanya, arrivata da Kiev. Abbiamo studiato a piedi la città e i musei, abbiamo visitato le isole, abbiamo riso e bevuto dell’ottimo vino. In quel viaggio ho letto “Di là dal fiume e tra gli alberi” (1950) di Ernest Hemingway, la storia del colonnello Richard Cantwell, reduce di due guerre mondiali e tornato a Venezia per il suo abituale pellegrinaggio nei luoghi dei suoi combattimenti. Il colonnello Cantwell era tutto guerra, l’ha vissuta, ce l’aveva dentro, non poteva scrostarsela di dosso, salvo sopprimerla nell’alcol e nell’amore per una giovane nobile donna di nome Renata.

Il testo fu preso a schiaffi dai critici. Lo definirono povero di idee e scarno nel linguaggio, lontano dalla penna di Hemingway cui tutti ormai si erano abituati. La giovane rinata-Renata Europa non voleva un testo sulla nevrosi da guerra, l’Europa voleva velocemente dimenticare gli orrori dei combattimenti e divertirsi tra gli alberghi della laguna e i palazzi della buona società. I baristi-apprendisti dietro i banchi a versare il Carpano al colonnello Cantwell non capivano che cosa stesse tormentando quel vecchio.

L’ultima volta che sono stata a Venezia, ci sono stata di nuovo con Tanya. Sono andata a prenderla ad aprile di quest’anno, lei arrivava sempre dall’Ucraina, ma non da casa sua a Kiev, dove ormai non viveva da due mesi. Era arrivata con la guerra addosso. Tanya era il colonnello Cantwell, lo eravamo entrambe. L’Italia attorno a noi viveva una struggente primavera, i baristi non versavano Carpano, ma Spritz, e noi in mezzo a tutti loro eravamo come aliene. Dopo tre mesi di guerra di invasione, di distruzione delle città, di migliaia di ucraini uccisi, di torturati e stuprati sia civili sia militari – perché i militari fino a gennaio erano semplici civili, arruolati a febbraio per proteggere la propria terra – a tanti di quelli che stanno intorno a noi sembriamo alieni. Con un dolore incomprensibile, con la nevrosi da guerra, con reazioni incontrollabili e poco note anche a noi stessi.

Oltre a sopravvivere ogni giorno, dobbiamo anche preoccuparci di non deludere le aspettative di vari Paesi: Francia, Germania, Italia. Dobbiamo trovare la forza di giustificare perché il nemico non ci piace così tanto e perché non vogliamo salire sui palchi insieme ad artisti russi, di spiegare che no, non siamo nazisti, che il Donbas è sempre stato ucraino e che in Crimea ci sono i Tatari di Crimea, un popolo nativo cui viene di nuovo negata l’esistenza. Dobbiamo dimostrare che i cadaveri di Bucha non erano manichini e che le stragi nelle regioni settentrionali dell’Ucraina non erano messinscene. Come se avessimo molto tempo libero, al punto da utilizzarlo organizzando tutto questo.

La canzone ucraina all’Eurovision non piace, lo stemma ucraino, il tridente, ha troppi angoli acuti, il giallo della bandiera è troppo giallo e il blu è poco blu, sulle foto dei bambini mutilati c’è troppo sangue che esce dalle bende, le storie delle donne stuprate non sono nient’altro che propaganda ucraina e Zelensky ormai è dappertutto. Dobbiamo smettere di tormentare il mondo con questa nostra voglia di libertà, dobbiamo cedere i nostri territori, abbandonare la nostra gente, le loro vite e il loro futuro e farla finita in fretta, perché sta arrivando l’estate e nessuno in spiaggia vuole sentire notizie di combattimenti né pensare in autunno alle bollette del gas e ai prezzi della pasta e della carne.

Quello che voleva dire il colonnello Richard Cantwell ai baristi di Venezia è che l’Europa non sarebbe stata più la stessa. Anche oggi si può continuare a guardare dall’altra parte, a non credere agli orrori della guerra, perché così è più facile, perché così non è richiesta nessuna reazione e nessuna partecipazione.

Eppure l’Europa è già cambiata a causa della guerra della Russia, non solo perché l’Ucraina ne vuole far parte e lo è già con la sua cultura secolare, non solo per gli oltre cinque milioni di sfollati ucraini sparsi tra la Polonia e il Portogallo o per la crisi alimentare globale provocata dall’economia ferma dell’Ucraina invasa: l’Europa è cambiata anche per la risposta (o non risposta) a questo presente così vicino e così terribile.

Gli europei in questo limbo maggese pensano ancora di avere una scelta: votare o non votare i partiti di destra in Francia, guardare o non guardare la televisione italiana con i propagandisti russi, chiedere o non chiedere al governo tedesco di fornire le armi all’Ucraina (quelle vere, non quelle finte).

Noi ucraini questa scelta non ce l’abbiamo più dal 2014 e per questo, come il colonnello Cantwell, continueremo a torturare gli europei con il nostro dolore, con le foto del sangue sulle bende e con gli angoli acuti del tridente finché l’esercito russo continuerà a torturare noi. Ci avete già lasciati soli nel 2014, non ripetete lo stesso errore nel 2022.

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